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 2026  maggio 12 Martedì calendario

Iran, per Trump «La tregua è moribonda»

Dice di avere «il piano migliore del mondo». L’ennesimo da quando Donald Trump ha dichiarato il cessate il fuoco ormai più di un mese fa e ancora non riesce a trasformarlo in una «pace» permanente come vorrebbe. Per ora resta l’intenzione di «negoziare fino a un accordo», come il presidente spiega all’emittente Fox. Anche se la «tregua è in terapia intensiva, ha solo l’1 per cento di possibilità di sopravvivere», ammette. Le trattative dovrebbero accelerare dopo il viaggio in Cina – rivela la Cnn – anche perché proprio ieri il regime islamico ha annunciato di essere favorevole alla proposta presentata da Pechino per porre fine alla guerra.
Trump ha ribadito dallo Studio Ovale che la risposta iraniana al documento Usa di una sola pagina è «inaccettabile, spazzatura, non ho neppure finito di leggerla»: «Prima dicono di essere d’accordo, poi decidono l’opposto». Tattiche che i suoi predecessori conoscono bene: la squadra di Barak Obama aveva impiegato anni per arrivare nel 2015 a un patto sullo stop al programma nucleare iraniano e i dettagli riempivano 180 pagine. Al suo primo mandato, il presidente ci ha messo molto meno a revocare l’intesa – dopo la pressione incessante di Benjamin Netanyahu, il premier israeliano – e adesso tocca a lui, con i suoi consiglieri, cercare un compromesso. La replica degli ayatollah viene respinta anche perché «non dichiarano di non voler ottenere la bomba atomica»: «Due giorni fa ci avevano detto di andare a recuperare l’uranio arricchito perché non hanno la tecnologia necessaria». Sono circa 450 chilogrammi nascosti o seppelliti sotto le macerie nei centri di Isfahan e Natanz.
In più insistono nel chiedere i risarcimenti per i danni dei bombardamenti tra il 28 febbraio e il 7 aprile – nell’operazione congiunta Stati Uniti-Stato ebraico – e soprattutto pretendono di mantenere il controllo sullo Stretto di Hormuz, ora quasi del tutto bloccato. Il presidente ipotizza di far ripartire la missione Project Freedom per scortare i mercantili, resta però l’opposizione di Mohammed bin Salman, il principe regnante saudita che conosce le dinamiche nella regione meglio di lui: troppi cacciatorpediniere Usa a contatto con le navi dei pasdaran possono rischiare l’incidente che riaccende il conflitto. I regni del Golfo premono invece perché ritorni la calma, ma il Wall Street Journal rivela che gli Emirati nelle ultime settimane avrebbero condotto diversi attacchi contro obiettivi iraniani. Anche Trump sta valutando la ripresa dei raid: ne avrebbe parlato ieri, per Axios, con i generali e il team di sicurezza nazionale.
Intanto il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, dice che le navi militari sono pronte ad avvicinarsi a Hormuz, fermandosi però nel Corno d’Africa. All’Ansa spiega che c’è «una serie di ipotesi, tra queste Gibuti. In ogni caso ne parleremo con il Parlamento da mercoledì». Per il ministro «un conto è far avvicinare le navi e un altro è dirigerle direttamente verso lo Stretto. In quest’ultimo caso servirebbe prima l’approvazione di una nuova missione, che prevede prima la tregua, poi una cornice giuridica e infine l’autorizzazione parlamentare».
In Israele, Netanyahu è riuscito ancora a ottenere dai giudici di ridurre la sua testimonianza nel processo per corruzione a Tel Aviv: nei quasi tre anni di guerre permanenti ha evitato di presentarsi in aula con la giustificazione delle questioni di sicurezza. Ieri ha accorciato di tre ore e mezza l’obbligo di rispondere alle domande perché ha convocato un consiglio di sicurezza. «Bibi» ha cercato in queste settimane di convincere l’alleato a riprendere l’offensiva: l’ipotesi d’intesa Usa è anche per lui inaccettabile, per ragioni ovviamente opposte a quelle di Teheran. Il documento non tocca il programma missilistico e il sostegno iraniano a gruppi come l’Hezbollah e gli Houthi, usati per attaccare Israele. «Non è finita, c’è ancora molto lavoro da fare», ha proclamato all’americana Cbs. È anche in campagna elettorale: non può permettersi che la destra giudichi la campagna militare un pareggio.