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 2026  maggio 11 Lunedì calendario

Luana D’Orazio, riaperta l’indagine sulla morte dell’operaia

La Procura di Prato riapre il fascicolo sulla morte di Luana D’Orazio, la giovane operaia di 22 anni rimasta uccisa il 3 maggio 2021 in una fabbrica tessile di Montemurlo, stritolata da un orditoio mentre lavorava. La notizia è stata riportata lunedì da Repubblica. L’obiettivo degli inquirenti è quello di ripercorrere gli atti dell’indagine già svolta per capire se nella ricostruzione esistano ancora elementi da chiarire e, soprattutto, eventuali ulteriori profili di responsabilità. Gli esiti giudiziari della vicenda, infatti, sono considerati da molti troppo lievi rispetto alla gravità dei fatti contestati: i titolari dell’azienda hanno patteggiato pene rispettivamente di due anni e un anno e mezzo, mentre il tecnico manutentore accusato di aver rimosso il sistema di sicurezza del macchinario – unico a scegliere il processo – è stato assolto in primo grado lo scorso novembre. Nel frattempo, l’azienda ha continuato a operare senza particolari restrizioni.
Sulle nuove verifiche, affidate agli specialisti dell’Unità prevenzione, igiene e sicurezza sui luoghi di lavoro della Asl, c’è il massimo riserbo. Secondo Repubblica, l’indagine dovrebbe svilupparsi lungo due direttrici: da un lato il riesame del vecchio fascicolo, dall’altro nuovi accertamenti e audizioni di persone vicine alla vittima e di ex colleghi di lavoro, con l’obiettivo di far emergere eventuali altre violazioni delle norme antinfortunistiche. Solo poche settimane fa il procuratore di Prato, Luca Tescaroli, aveva annunciato il ricorso in appello contro l’assoluzione del tecnico. Una decisione, quella dei giudici, accolta con amarezza dalla madre di Luana, Emma Marrazzo: “È una sentenza ingiusta, me l’hanno ammazzata due volte. Se non è stato il tecnico, chi ha manomesso quell’apparecchio?”.
Luana D’Orazio sognava di diventare attrice, ma aveva scelto il lavoro in fabbrica per mantenere il figlio piccolo. Secondo la sentenza di patteggiamento dei suoi datori di lavoro, il macchinario su cui stava lavorando era stato modificato per funzionare senza il sistema di sicurezza attivo, così da rendere più rapide e semplici le operazioni degli operai. La giovane rimase agganciata agli ingranaggi dell’orditoio e trascinata verso le lamiere del macchinario, morendo per asfissia da schiacciamento toracico. Nonostante la gravità delle accuse, il giudice aveva concesso attenuanti ai titolari dell’azienda, anche in virtù del risarcimento da oltre un milione di euro versato alla famiglia della vittima e dell’adeguamento dei macchinari alle prescrizioni imposte dalla Asl dopo il sequestro. Ora, però, la Procura pratese vuole capire se quella verità giudiziaria sia davvero completa.