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 2026  maggio 11 Lunedì calendario

L’Ilva è già storia

Come spesso accade nelle grandi vicende del declino industriale italiano, serviranno gli storici per spiegare come la nostra classe dirigente abbia accompagnato alla chiusura la più grande acciaieria d’Europa. Per ora ci si può limitare alla cronaca, che ci dice che l’Ilva di Taranto è ormai, di fatto, chiusa, resta solo da capire se e come ripartirà e quanti migliaia di esuberi bisognerà gestire.
Al momento il siderurgico, gestito da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, perde oltre 50 milioni al mese, con una produzione esangue ben sotto i 2 milioni di tonnellate di acciaio annue. I 149 milioni appena erogati dal ministero delle Imprese, parte di un prestito ponte da 390 approvato a febbraio dall’Ue, servono a coprire il “buco” dei mesi scorsi e permettono di arrivare a stento a giugno, poi servirà trovare altri 240 milioni per prolungare l’agonia all’autunno, altrimenti si ferma tutto. In realtà può accadere anche prima, ad agosto, se non si trova il modo di bloccare l’ordinanza con cui il Tribunale delle imprese di Milano ha stabilito che l’Autorizzazione integrata ambientale per l’ex Ilva è carente e va modificata in senso restrittivo entro quel mese, oppure l’area a caldo andrà spenta (c’è una trattativa in corso, ma anche un ricorso in sede giudiziaria).
In questo scenario si svolge la tragicomica “gara” che Adolfo Urso porta avanti da due anni. A inizio aprile il ministro aveva annunciato che si sarebbe chiuso entro fine mese con uno tra i due pretendenti rimasti, il gruppo Flacks del finanziere americano Micheal Flacks o Jindal Steel, ramo cadetto della famiglia indiana. La realtà è che siamo a un punto morto. Il family office Usa, specializzato in aziende decotte, non ha mai fornito le garanzie economiche necessarie e il suo proprietario ha promesso di tutto, dimostrando di non sapere assolutamente nulla di acciaio e arrivando persino a chiedere un prestito statale.
Anche con Jindal però non si trova la quadra. Gli indiani propongono un piano molto ridotto, con un solo forno elettrico alimentato dal cosiddetto “preridotto” o Dri, che però non verrebbe realizzato a Taranto ma importato dall’Oman. Insomma, Jindal pare più interessato ad aprire l’Italia alle sue produzioni in Medioriente che a un vero rilancio del sito. Roba da 2-3.000 operai su un organico che oggi ne conta 10mila. Il colosso indiano vorrebbe poi, come tutti, accedere a generosi sussidi e non vuol saperne dell’area a caldo, intesa come “ciclo integrale primario”, dove dal minerale si passa all’acciaio colato bruciando carbone, altamente inquinante (i forni elettrici vengono alimentati a gas e, in prospettiva, a idrogeno, unica vera fonte “green”).
I commissari nominati da Urso trattano e al ministero sperano ancora di riuscire a ottenere delle migliorie dal gruppo indiano, ma la consapevolezza è che siamo ben lontani perfino dal piano balenato ai tempi degli azeri di Baku Steel, che promettevano due forni elettrici e una produzione fino a 6 milioni di tonnellate. Sembra una barzelletta, ma la gara attuale è una riedizione di quella avviata nel 2024 e che si doveva concludere, secondo Urso, “entro il 2025” e che ha visto il ministero scartare Jindal e trattare per mesi con gli azeri, interessati in realtà alla presa sul mercato italiano del gas con una nave rigassificatrice a Taranto, salvo poi fuggire. Nel frattempo sono morti altri due operi per incidenti all’interno degli impianti, portando il totale a 25 vittime dal 2003.
A inizio maggio Urso ha messo le mani avanti lasciando intendere che su Ilva la palla è passata a Palazzo Chigi, dov’è formalmente attivo un tavolo interministeriale presieduto dal braccio destro di Meloni, Alfredo Mantovano. Nei giorni scorsi ha spiegato alla Camera che le trattative con Flacks e Jindal proseguono, ma “ci sono altri pretendenti”. Poi dal ministero è stato fatto filtrare che c’è “un piano B”, se naufraga quello A. Il nome circolato è Arvedi. L’impresa italiana però non ha nessuna intenzione di partecipare a questa gara e si farà avanti solo solo quando la situazione sarà definitivamente precipitata. In sostanza, non farà offerte per l’Ilva in amministrazione straordinaria, né per l’area a caldo: potrebbe lavorare coi forni elettrici e usare i laminatoi, impegnando forse fino a 5mila dipendenti, ma dovrebbe comunque risolvere i quasi certi problemi antitrust. E questo sempre che lo Stato assicuri un sostegno adeguato. Dal 2012, quando i pm tarantini sequestrarono gli impianti per l’inquinamento perpetuato per anni dalla gestione Riva, lo Stato ha speso 3,6 miliardi per evitare il collasso dell’Ilva, solo nel 2018 passata ai privati, cioè ad Arcelor Mittal, colosso franco-indiano interessato più a chiudere un pericoloso concorrente che a rilanciarlo: una cessione conclusasi nel 2024 in un violento scontro legale (il governo chiede 7 miliardi di danni, i Mittal 4).
Il costo per lo Stato non può che lievitare, a partire dalla Cassa integrazione straordinaria, rinnovata fino al 2027 per 4.450 operai, ma già da ottobre – avvisano Fim, Fiom e Uilm – non ci saranno soldi per garantire l’integrazione al reddito al 70%. I sindacati, peraltro, denunciano anomalie nella gestione delle ferie programmate, sostenendo che vengano trasformate in giorni di Cigs. Nel frattempo la produzione langue, con un solo Altoforno attivo. La riaccensione dell’Afo 4, prevista a fine aprile, slitta a giugno, così come il riavvio di tre batterie del reparto cokerie. Ilva si avvia alla fine: senza lo Stato potrà (forse) ripartire solo con migliaia di esuberi. L’Italia resterà il maggior importatore netto di acciaio in Ue (3,5 milioni di tonnellate nel 2024, ridotte nel 2025). Per i soli “laminati piani”, quelli che produce l’Ilva, parliamo di 7-8 milioni di tonnellate annue.