il venerdì, 8 maggio 2026
Jonny Greenwood parla del nuovo album e del presente
Quando suona sui palchi di mezzo mondo, ripiegato sugli strumenti, i capelli lunghi che gli coprono gli occhi chiusi, non sorride mai. Diresti che Jonny Greenwood è scostante e misterioso: il chitarrista e compositore della band più importante degli ultimi trent’anni, quei Radiohead che hanno scansato il successo facile con il rock per trasfigurarlo con l’elettronica e la ricerca, più volte candidato agli Oscar, sembra una rockstar. Dovrebbe essere nel gotha con Keith Richards, Jimmy Page, Brian May e David Gilmour.
«Rockstar io? Ma mi ha visto?», sbotta invece a ridere sullo schermo. Occhiali da vista, sguardo curioso, parla dalla sua Oxford e non dalle amate Marche dove ha preso casa per vivere una vita più tranquilla. «Amo i marchigiani, sono molto seri e allo stesso tempo calorosi. Quando mio figlio piccolo avrà finito la scuola non ci sarà più motivo per non trasferirci lì definitivamente». Ma ha imparato la lingua? Risponde in italiano: «Sì, certo, so parlarlo, ma con i giornalisti è molto pericoloso». E aggiunge in inglese: «If I say something wrong». Che potrà mai dire di sbagliato? Il fatto è che Greenwood è atteso al varco da molti: la moglie Sharona Katan è israeliana e lui non si è esposto contro il genocidio a Gaza come avrebbero voluto molti suoi fan. E una collaborazione con l’artista israeliano Dudu Tassa – che si è esibito anche per l’Idf – ha scatenato tentativi di boicottaggio. «Ci rispettiamo come artisti. Tutto qui. Abbiamo registrato un altro album con classici arabi e persiani, e ci sono anche musicisti iraniani arrivati mentre lì bombardavano». L’argomento è delicato e Greenwood sembra irrigidirsi. È vero che il tema e la collaborazione con Tassa hanno rischiato di separare i Radiohead? «Non credo. Perché penso che tutti capiscano che si trattava di… lavorare con musicisti ignorando i confini, che esistono solo per ragioni politiche. E se non ti preoccupi dei confini ti concentri solo sulla musica. Con quei musicisti, di Bagdad o dell’Iran o di qualsiasi altro posto, ci sedevamo e parlavamo semplicemente di musica. A nessuno interessava farne una questione politica. Sono piuttosto le persone esterne al progetto che sembrano volerlo fare». Ma è possibile oggi separare l’arte dalla politica? «Se pensiamo, ad esempio, ai dischi incisi da Oum Kalthoum al Cairo negli anni 50, sono passati circa 70 anni e ogni tipo di situazione politica è cambiata, ma la musica è rimasta la stessa. Quindi, per me, la musica è più… non voglio dire più importante, ma è lì che sta il mio interesse». Però ha partecipato a manifestazioni contro il governo israeliano, vero? «Sì, ma da privato cittadino, non come membro dei Radiohead. E comunque non voto in Israele. La verità è che sono un promotore delle arti».
Un incontro di culture
L’arte ha portato Greenwood a Ranhja, secondo album realizzato con un altro musicista israeliano, Shye Ben Tzur, e la formazione indiana Rajasthan Express. Un caleidoscopio di musiche in varie lingue, citazioni di poeti persiani del tredicesimo secolo e mistici sufi del ventesimo, strumenti orientali e occidentali, influenze che vanno dal rock anni 70 alla musica classica indiana. Un tour per ora non è previsto, «perché non è facile ottenere i visti per i musicisti indiani e i costi sono alti», spiega in un secondo momento Ben Tzur collegato dalla Galilea. Per lui il governo israeliano «è un disastro. Avrebbero dovuto andarsene anni fa. Cosa può fare l’arte? Penso a Rumi, poeta persiano, che scriveva sublimi parole d’amore e devozione mentre Gengis Khan distruggeva città e villaggi». Tra i temi dell’album, spiega Ben Tzur, ci sono le storie di amore contrastato raccontate in varie tradizioni del Medio Oriente: «La canzone Ishq-e-Majnun è tratta dal poeta sufi Hazrat Nawab Khadim Hasan Shah. Nella sua poesia si parla di Layla e Majnun, che sono come i Romeo e Giulietta del Medio Oriente. E nel mondo sufi vengono usati come metafora: l’amato e l’amata, l’amore terreno e l’amore divino. E poi c’è un’altra versione di quella storia, proveniente dal Punjab. Il poeta Bulleh Shah scrisse il suo componimento con la stessa analogia, con lo stesso sentimento. In Ranjha abbiamo questo tema che si ripete in vari modi, quindi».
Greenwood, con tutti i generi diversi che lei frequenta, non c’è il rischio del “turismo musicale”?
«Assolutamente. Ma con Shye non corro il pericolo. Non è come quei teenager che vanno due settimane a Goa e poi pensano di poter avere un’idea della musica indiana: lui abita lì. È interessante il concetto di turismo musicale, è un campo minato. La storia della musica è piena di orrende collaborazioni tra occidentali e indiani. Come quando le band indie mettono le tablas in un paio di brani e finisce lì. Però non bisogna neanche paralizzarsi per timore reverenziale. In fondo sono cresciuto con Velvet Underground e Sonic Youth: lo spirito con cui si fanno le cose è tutto, più di certe raffinatezze. E questa musica non è delicata e meditativa: sono urla di lode di sufi, gioiosi e grandiosi».
Anzi, è piena di ritmo e groove.
«La verità è che volevo trasformare i Rajasthan Express in James Brown e nei J.B.’s. Nella fase compositiva sono stato più presente, ho aggiunto cambi armonici, che nella musica indiana non sono contemplati. La vera difficoltà è non eliminare le sottigliezze».
Recentemente ha detto: sono più religioso che spirituale. In che senso?
«Era un po’ una provocazione, perché va di moda dire esattamente il contrario. Però in fondo sono cresciuto con la musica di chiesa, suonavo Bach con la viola, c’è qualcosa nella musica sacra che mi commuoverà sempre. Andare in un duomo a guardare degli affreschi per me sarà sempre più toccante che parlare di spiritualità intorno ai cerchi di pietre. Quando la gente parla di spiritualità alla fine parla sempre di se stessa, come quando fanno discorsi agli Mtv Awards e ringraziano Dio».
All’epoca del vostro primo album Junun nel 2015 i Rajasthan Express non sapevano nulla della musica occidentale. Ora sono più smaliziati?
«Non penso, perché suonano musica devozionale nei templi, non credo abbiano studiato Miles Davis, anche se poi suonano come lui, senza saperlo».
Ci sono altri luoghi del mondo che vorrebbe esplorare musicalmente?
«Tutti. Ma non c’è abbastanza tempo, è frustrante. So per esempio che non avrò mai il tempo necessario per capire davvero la musica degli Inuit, o il dub, o il reggae. Come quando leggo un libro e penso: non potrò mai leggerlo nella lingua originale. E vale anche per la musica italiana. Gli amici marchigiani mi consigliano cantanti degli anni 60 e 70, ma in fondo la mia vita culturale in Italia è inesistente: è soprattutto vita agricola, curiamo i nostri uliveti».
Sarà una buona annata per le olive?
«È presto per dirlo. Un paio di anni fa per una grandinata abbiamo perso tutto il raccolto. E lo scorso anno c’era la mosca dell’olivo. Un disastro. Quest’inverno ha fatto più freddo e forse i parassiti sono morti. È buffo, ma solo così ho capito quanto fossero importanti le feste del raccolto. Se era una buona annata si festeggiava bevendo e ballando musica allegra. Di solito la musica gioiosa è vista con sospetto, come un genere inferiore, ma ora ho capito che non è così. Anzi, la musica che esprime gioia è più difficile da comporre. Non ho più pazienza per gente che scrive musica pessimistica, è troppo semplice».
Preferisce quando la musica disturba la quiete o consola?
«È interessante il concetto di consolazione nella musica. In fondo, oltre al turismo musicale esiste anche il turismo emozionale. C’è gente cresciuta nei privilegi che poi fa musica cupa. Pensi agli anni 90: c’erano rapper che venivano da background difficili che si vestivano tutti eleganti e facevano musica per divertirsi. E dall’altra parte c’erano musicisti grunge con una buona educazione che ci tenevano a mostrarsi tristi e vestiti male».
I Radiohead avrebbero potuto scegliere una carriera facile, sarebbe bastato ripetere OK Computer due o tre volte invece di complicarsi la vita.
«Beh, sì, ma io mi annoio molto, molto facilmente. E ho la Fomo per la musica che non conosco e che voglio conoscere. È un inferno se ci pensi: sono costantemente affamato di musica. Ma è anche una fortuna».
OK Computer è stato eletto miglior album degli ultimi trent’anni dal sito Pitchfork. Vincendo contro un altro album dei Radiohead: Kid A. Lei quale voterebbe?
«Sono pessimo in questo, non mi ricordo mai neanche quali canzoni sono in quale album. Non penso alla nostra musica come fette di una torta. Per me è tutto un continuum».
Quale sarà il prossimo passo per i Radiohead?
«Non ci sono piani ancora. Sicuramente ci piace andare in tour. Ma ormai devi deciderlo un anno e mezzo prima e non siamo mai stati tipi che pianificano. Quindi dobbiamo sederci per prendere delle decisioni. Al momento Thom sta lavorando alla sua musica. Anche Ed. Colin è in tour con Nick Cave. Siamo tutti molto sparsi».
Con Thom Yorke ha in comune anche la band degli Smile. Come decidete se un brano è per questo progetto o per i Radiohead?
«Se è un brano macchinoso, è suonato col pedale del delay e ha un tempo irregolare e fastidioso, allora è degli Smile».
Con la colonna sonora di Una battaglia dopo l’altra era alla terza candidatura: le piacerebbe vincere un Oscar prima o poi?
«Secondo me mi sono giocato qualsiasi possibilità di vincerlo quando una volta in un’intervista ho detto che sarebbe divertente avere la statuetta così possiamo passarcela tra amici per improvvisare dei discorsi di ringraziamento per ridere. Non so, i premi sono un po’… ridicoli. Come canta Thom nel nostro brano A Wolf at the Door: “Accettalo con l’affetto con cui ti viene dato, ma prendilo con le pinze”. È una cosa strana essere celebrati».