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 2026  maggio 11 Lunedì calendario

Paolo Kessisoglu parla del suo libro e di genitorialità

La musica c’è sempre stata nella sua vita, ma un po’ messa da parte a favore del percorso comico. Anche se poi, quando la coppia Luca e Paolo si affaccia per il consueto editoriale da Floris, lui è quello che imbraccia la chitarra. Alle origini, prima dell’accademia d’arte drammatica, gli studi di chitarra e gli esordi in un complessino jazz, più recentemente perfino un paio di singoli e, nel 2025, Sanremo con la figlia con cui interpretò Paura di me. Questo per dire che, recitazione a parte, da Paolo Kessisoglu ci si aspettava forse un disco, non certo un romanzo. E invece domani, edito da Solferino, esce Ieri è il momento giusto, romanzo on the road (intriso di ironia ma per nulla comico) sul tema della paternità, con due fratellastri appena scopertisi tali che partono insieme alla ricerca di chi era davvero il genitore improvvisamente defunto.
Vista la sua storia, ci si sarebbe aspettati un debutto musicale. Non un romanzo.
«Il libro è arrivato quasi inaspettatamente anche per me, non era nei miei progetti. Lo so che un album sarebbe stato la naturale evoluzione nella vita di un musicista. Ma la scrittura mi si è imposta quasi come un bisogno fisiologico. E se avevo qualche incertezza, quando gliene ne ho parlato, la mia editor mi ha spronato. Lavorandoci, ho scoperto la disciplina dello scrivere: mestiere interessante, difficile, appassionante. Potrei avere aperto una mia parte sconosciuta?»
C’è qualcosa di particolare che l’ha smossa?
«Parto da un concetto fondamentale: scopriamo i genitori quando ormai non ci sono più. Ecco perché Ieri è il momento giusto: la scoperta avviene troppo tardi, fuori tempo massimo. Avresti voluto/dovuto farlo prima, ma non è accaduto, troppo presi a correre dietro a cose che viviamo come urgenti anche se non lo sono affatto. E trascuriamo invece relazioni ben più importanti, che ci arricchirebbero».
Dice nel romanzo: “Passiamo la vita a dirci cose banali e non prendiamo mai il tempo per pronunciare quelle belle”, che è quasi la stessa cosa.
«Più passa il tempo e più mi accade di riflettere sul tempo che non abbiamo più, a quello che resta e trascorre troppo velocemente».
Più in particolare, nel suo caso?
«È anche lo spunto autobiografico da cui ha preso il via il romanzo: ho iniziato a pormi domande e a riflettere sulla cosa quando, a breve distanza l’uno dall’altra, sono morti i miei genitori e, con mia sorella, ci siamo ritrovati a sgomberare la loro casa. In quell’occasione abbiamo trovato almeno 500 lettere che papà aveva scritto alla mamma quando era a militare. Leggendole, ho scoperto una persona del tutto diversa da quella che conoscevo».
Ovvero?
«Insicuro, bisognoso di attenzioni, quasi ombroso, mentre mamma era solare e lo supportava e sosteneva. Mi sono chiesto fino a che punto l’uomo che avevo conosciuto fosse stato felice. Poco prima che morisse, ho scoperto che da giovane il suo sogno era viaggiare. Aveva “ereditato” il negozio di tappeti dei nonni, ma in cuor suo avrebbe voluto imbarcarsi. È proprio vero che, proiettati solo su noi stessi, diamo per scontati i nostri genitori».
Il protagonista va scoprendo il padre, ma contemporaneamente riflette sull’essere figlio: due versi della stessa medaglia?
«Il mio interesse è più sulle relazioni padre-figlio che sul concetto di paternità (e parlo di questo versante della genitorialità solo perché è più facile immedesimarmi). Ripensi al rapporto con tuo padre e ti chiedi: aveva ragione? Che figlio ero? Poi guardi i tuoi figli e ti rendi conto che facevi le stesse cose».
Gli scrittori mettono sempre qualcosa di sé nei propri personaggi: vero o falso?
«C’è un po’ di me in entrambi i fratelli. Paradossalmente anche in quel padre che si è mai mostrato interamente a chi gli era vicino: io come mi vedete sono, però come lui non svelo mai del tutto le mie carte».
E del suo rapporto con Lunita?
«Rispetto alla figlia del protagonista, la mia è una giovane donna adulta. Però, quando aveva più o meno l’età di Marta, anche la nostra relazione ha avuto momenti più complicati. L’incomunicabilità padri-figli penso sia inevitabile in certe fasi della loro vita perché – giustamente – ciò che fanno e pensano non ci riguarda e non ci deve essere svelato. Non possono e non devono dirci tutto. Noi dobbiamo accettarlo come parte del loro processo di emancipazione e maturazione».
Che famiglia era la sua?
«Genitori presenti. Una infanzia non da ricchi ma in cui non ci è mancato nulla. Hanno fatto sacrifici economici non indifferenti per mandarmi a una famosa (e costosa) scuola privata di Genova: frequentata dai più abbienti della città, non ho mai provato alcun senso di inadeguatezza, anzi direi che mi sentivo un privilegiato, per via del loro amore e della sicurezza che solo una famiglia solida può trasmettere».
Cosa ci dice delle su radici armene?
«Malgrado la nostra fuga risalga a tanto tempo fa (fu il nonno paterno a riparare in Italia, ndr), le sento. Il 24 aprile, giorno della commemorazione del genocidio del 1915, è momento importante. In collaborazione con l’ex ambasciatore armeno in Italia ho prodotto il video Io sono armeno. E le cose che vorrei riuscire a realizzare c’è di andare in Armenia (non ci sono mai stato). È un viaggio che mi attira irresistibilmente, anche se la mia compagna dice che forse non è proprio così, che ci giro intorno, rimando...».
Lei ha fondato (e ne è presidente) l’associazione no profit “C’è Da Fare”. Di che si tratta?
«Fondata nel 2023, discende dalla canzone omonima che nel 2019 raccolse di più di 25 artisti per una raccolta fondi per persone in stato di fragilità. Il progetto è lievitato e oggi ci impegniamo nell’assistenza ad adolescenti con patologie psicologiche gravi, per aiutare loro e supportarne le famiglie. Con l’ospedale di Niguarda abbiamo stilato un protocollo che prevede un’équipe medica ad alta intensità replicabile in altri ospedali. Mi aveva molto colpito leggere dell’impennata di accessi di adolescenti nei pronto soccorso per problemi di questo tipo, per cui però il SSN non sembrava preparato. Ho voluto fare la mia parte».
E per quanto riguarda il lavoro dell’attore (editoriali con Bizzarri a “DiMartedì”, a parte)?
«A ottobre parte la tournée di Closer, la pièce di Patrick Marber da cui Mike Nichols trasse il film omonimo. A febbraio poi riprenderò il monologo Sfidati di me, altra riflessione sul rapporto padre-figli, con la regia di Gioele Dix. E per finire (per ora), sempre con la regia di Dix, il 14 giugno al Piccolo Teatro ci sarà una serata gaberiana speciale inserita nel palinsesto di Milano per Gaber».
Trarre un film dal suo romanzo?
«L’ho scritto anche pensando a questa possibilità. Ma non cercate di immaginarmi in nessuno dei personaggi: per loro vedrei bene attori poco noti, facce inedite. Per me vorrei la regia. Come si suol dire: me la canto e me la suono».