La Stampa, 11 maggio 2026
La nuova L’Aquila
L’erba è cresciuta intorno a banchi e sedie e la ruggine ha completato l’opera di distruzione. È tutto quello che resta degli arredi della scuola Carducci ma è anche tutto quello che resta delle scuole nel centro storico dell’Aquila e negli immediati dintorni. A diciassette anni dal terremoto che cancellò 309 vite e ridusse in macerie decine di migliaia di edifici una verità si sta facendo strada: gli antichi palazzi sono stati quasi tutti ricostruiti, il centro sta lentamente riacquistando l’eleganza di un tempo. Ma le scuole non ritorneranno. «E un centro storico senza scuole è un deserto», commenta Silvia Frezza della Commissione Oltre il Musp.
Prima del terremoto erano tre le scuole del centro e oltre diecimila gli abitanti. Oggi tra gli antichi vicoli vivono circa cinquemila persone e di scuole non ce n’è nemmeno mezza. E probabilmente non ce ne saranno nemmeno in futuro.
La scuola media Carducci, per esempio, dove oggi poche suppellettili abbandonate tra le erbacce del giardino ricordano le sue origini, diventerà la nuova casa dello studente. La fine dei lavori era prevista per il 2026 ma il progetto è stato approvato a settembre del 2025 e per ora l’edificio è sigillato e non c’è traccia di attività in corso.
C’era poi la scuola De Amicis, riapparsa tre mesi fa con l’antica facciata restaurata e diversi elementi architettonici di pregio riportati alla luce. Un piccolo gioiello, insomma. Che non ospiterà più una scuola.
Ci sarebbe poi la Giovanni XXIII. In teoria sarebbe l’unica scuola che dovrebbe riaprire se non proprio in centro poco fuori le mura. Il condizionale è d’obbligo. Nel 2017 ha ottenuto i fondi dal Cipe per un intervento pari a circa 9 milioni e mezzo di euro. Il progetto è di creare 3 sezioni di scuola per l’infanzia e due di una scuola primaria. Inizio lavori previsto il 24 novembre 2025, consegna definitiva due anni dopo. La prima fase dell’intervento prevede la demolizione del vecchio edificio ma, a sei mesi da quello che avrebbe dovuto rappresentare l’inizio dei lavori, la Giovanni XXIII è lì, la stessa degli ultimi di 17 anni. E nel dossier del 2026 la data di completamento dell’intervento è slittata ancora di dodici mesi.
«Chissà se vedremo mai la fine dei lavori», commenta Luca Barbetta, ingegnere, uno dei componenti del Comitato Scuole Sicure della città ma soprattutto uno dei residenti del centro storico, padre di due bambine costrette ogni giorno a prendere lo scuolabus per raggiungere uno dei Musp (prefabbricati) della periferia. «E dall’anno prossimo la mia primogenita frequenterà le medie. Ma alle medie il Comune ha deciso di non attivare lo scuolabus. Dovremo accompagnarla in auto io o mia moglie». Lo scetticismo di Barbetta è lo scetticismo di chiunque abbia ascoltato le parole pronunciate dal sindaco della città, Pierluigi Biondi in diversi interventi pubblici. Non ha risposto alla nostra richiesta di intervistarlo ma la sua posizione è che la ricostruzione delle scuole in centro storico, secondo i nuovi standard normativi, non è più sostenibile, almeno non sempre. Per motivi di sicurezza e perché non si potrebbero offrire servizi come palestre o mense. Un’affermazione che Luca Barbetta e il comitato Scuole Sicure contesta. Ci sono molti esempi di città dove scuole con secoli di storia alle spalle sono state ricostruite rispettando i criteri antisismici, sostengono. «È avvenuto a Teramo, a Lucca, a Treviso. Perché all’Aquila no?», chiede Barbetta. «La visione che emerge è di un centro storico trasformato in vetrina, un luogo di ricreazione non un luogo in cui si vive», afferma Paola Inverardi, rettrice del Gran Sasso Science Institute, anche lei tornata ad abitare nel centro storico. «Il mondo va avanti, non possiamo pretendere che l’Aquila non rifletta le trasformazioni che interessano le altre città ma noi il centro lo abbiamo ricostruito. Con un po’ di coraggio e di visione avremmo potuto provare a dare a questa città un destino diverso. Invece ci ritroviamo con un centro preda della movida, tutto bed and breakfast, pub e ristoranti e, a differenza di quello che accade altrove, anche senza scuole. È una vergogna».
Se in centro non c’è traccia di scuole e l’unica che potrebbe riaprire ha subìto numerosi rinvii dell’inizio dei lavori, non è che in periferia vada meglio. A diciassette anni dal terremoto, nelle scuole sono quattro gli interventi terminati. In 10 istituti sono stati avviati i cantieri o sono almeno stati affidati gli appalti e in altri 4 siamo ancora più indietro. Negli ultimi dodici mesi i rinvii sulla data di fine dei lavori hanno raggiunto una media di oltre due anni di slittamento per ogni intervento. Eppure non sono mancate le risorse. L’importo complessivo dei fondi messi a disposizione per la ricostruzione delle scuole supera i 110 milioni. E l’attuale sindaco fu eletto nel 2017 promettendo un piano straordinario per la ricostruzione degli edifici scolastici. «In tanti credettero alle sue promesse. A quasi dieci anni ci troviamo con una ricostruzione ancora monca e con il triste record di essere anche l’unica città d’Italia dove bambine e bambini che abitano in centro non hanno diritto ad avere una scuola», conclude Silvia Frezza.