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 2026  maggio 11 Lunedì calendario

Dario Argento parla della sua carriera

Dario Argento torna a Cannes da dove, in fondo, era già passato prima ancora di diventare Dario Argento. Non con un horror, ma con Metti, una sera a cena, il film di Giuseppe Patroni Griffi presentato in concorso nel 1969 e ora nella sezione Cannes Classics, in versione restaurata dal CSC – Cineteca Nazionale e da SND-Groupe M6.
Ad accompagnarlo, con la presidente Gabriella Buontempo e il conservatore Steve della Casa, ci sarà proprio Argento, allora giovanissimo sceneggiatore reduce dal lavoro con Sergio Leone e Bernardo Bertolucci, chiamato da Patroni Griffi per portare nel film qualcosa della sua età, della sua libertà, della sua capacità di fantasticare. Tratto dalla commedia teatrale dello stesso Patroni Griffi, Metti, una sera a cena raccontava un interno borghese attraversato da desideri, tradimenti, rapporti a tre, libertà più immaginate che praticate dall’Italia di allora. Nel cast Jean-Louis Trintignant, Tony Musante, Florinda Bolkan, Lino Capolicchio, Annie Girardot, Adriana Asti. La musica era di Ennio Morricone.
Quando Patroni Griffi la chiamò, lei era giovanissimo, aveva appena scritto “C’era una volta il West” con Sergio Leone e Bernardo Bertolucci. Chi era quel ragazzo?
“Uno che aveva tanti sogni per la testa. Tanto entusiasmo. Avevo già lasciato il giornalismo per dedicarmi alla sceneggiatura e avevo lavorato ad alcuni film. Questo di Patroni Griffi fu l’ultimo film della mia carriera di sceneggiatore, perché subito dopo feci L’uccello dalle piume di cristallo e divenni regista. Quindi fu l’ultimo exploit”.
Cosa la colpì di Giuseppe Patroni Griffi?
“Io lo conoscevo già, avevamo in comune l’amicizia con Enrico Lucherini. Era una persona stupenda. A consigliarmi a lui fu Sergio Leone, che organizzò il primo incontro nella sua casa vicino all’Hotel Plaza, attaccata al Goldoni. Io non ero abituato a persone del cinema che avessero questa educazione, questa grazia. Quando mi disse: ‘Farai tu la sceneggiatura con me’, fui travolto dall’entusiasmo. Capivo che voleva qualcosa da me: la mia gioventù, per ringiovanire un po’ tutta la commedia e dare più forza e vivacità ai personaggi”.
Cosa avete cambiato rispetto alla pièce?
“Più che altro i dialoghi tra i personaggi. Erano più svelti, più veloci. E forse quella è stata la cosa più importante”.
È vero che la lasciava fantasticare e poi la riportava alla realtà?
“Mi lasciava parlare a voce alta, mettendo in parole i miei pensieri, quasi dei sogni. E lui sorrideva. Chiaramente certe cose erano delle cazzate, però lui era dolce, mi lasciava andare. Poi mi diceva: ‘No guarda, non è giusto’. Però ascoltava. Abbiamo avuto molte volte dei contrasti, ma finivano lì”.
Sergio Leone era più combattivo?
“Sergio Leone praticamente non parlava mai. Mimava la macchina da presa che si avvicina, il primo piano, il carrello. Aveva bisogno di sceneggiatori che facessero il lavoro di sceneggiatura. A me e Bernardo ci prese per questa ragione. Lavorare con Bernardo mi piaceva, poi cominciò una serie di film suoi e ci allontanammo un po’, purtroppo. Mi avvicinai a suo cugino Giovanni Bertolucci, che è anche il produttore di questo film”.
Il cast fu diverso da quello teatrale. C’erano Jean-Louis Trintignant, Florinda Bolkan, Tony Musante. Gian Maria Volonté invece lasciò il progetto.
“Sì. Volonté l’ho conosciuto dopo, avemmo anche un contrasto, non ricordo bene. Comunque scopro che deve essere rimpiazzato, vado al cinema e vedo un film in cui Tony Musante faceva un teppista a New York. Veniva dall’Actors Studio e aveva quei modi lì. L’indomani dico all’altra produttrice del film Marina Cicogna: ‘Guarda che c’è questo attore’. Lei vede il film e dice: ‘Sì, va benissimo’. Lo chiama e lui viene subito, felicissimo di lavorare in Italia. Da quel momento nacque l’amicizia tra me e Musante”.
Questo film raccontava una borghesia colta, elegante, sessualmente libera, ma anche vuota e fragile. All’epoca lo percepiva come una critica, un desiderio?
“No, secondo me il film raccontava la sessualità in tutte le sue sfumature: l’amore a tre, il tradimento, il ragazzino con la donna più adulta. Patroni Griffi era un grande esperto d’amore, io di meno, quindi in certi momenti ero un po’ fuori strada. E poi la relazione tra il marito, la moglie e l’amico di famiglia, che era Tony Musante, era molto complessa. Si amavano, si disprezzavano, si lasciavano, si riprendevano. In realtà era un film sull’amore”.

Era scandaloso, moderno o fotografava quello che stava succedendo?
“Non penso fotografasse quello che succedeva in Italia allora. L’italiano non era così come viene rappresentato dal film. Era una fantasticheria di Patroni Griffi: immaginare cosa potrebbe succedere se, una sera a cena, i rapporti si modificano, cambiano. Penso che l’italiano ancora non fosse così trasgressivo”.
Perciò ebbe grande successo?
“Sì. Dava allo spettatore medio la speranza di raggiungere quel modo di comportarsi: avere anche lui una moglie, un’amante, l’amante di lei. Però ancora non eravamo giunti a questa libertà. Ed era anche per questo che lui aveva preso me: pensava che io, essendo più giovane, fossi più portato alla libertà, alle fantasticherie, alle cose trasgressive. Ma io non avevo mai fatto sesso a tre, non sapevo come gestire certe situazioni. Mi aveva chiesto di dare una personalità più giusta al personaggio del cosiddetto ragazzino. Invece lì ho sbagliato un po’. È l’unico personaggio che mi ha scontentato”.
Ma lei era sul set quando fu girata la famosa scena del bacio a tre?
“No. Non credo ci fosse nessuno. Era un set tranquillo, Patroni Griffi era gentile con tutti”.

L’attore Lino Capolicchio, che faceva la parte del giovane, raccontò che sul set vedeva arrivare “un giovanotto con l’espressione perennemente fosca”, che sarebbe lei, e che le chiedeva perché non facesse l’attore.
“Non me lo ricordo. Sono passati tanti anni”.
Lei a fare l’attore non pensava.
“No. Però forse è andata bene così, perché io avevo in mente il cinema italiano degli anni Quaranta e Cinquanta, il neorealismo, De Sica e Rossellini. Perciò mi è venuto bene il personaggio che ho fatto con Gaspar Noé in Vortex. Quando lui mi disse: ‘Il film lo facciamo tutto improvvisato’, per me fu una rivelazione. Io sono figlio del neorealismo, dell’improvvisazione, dell’attore preso dalla strada. Dissi: bellissimo, questo lo faccio”.
Ha rivisto di recente Metti, una sera a cena?
“Sì, l’ho trovato interessante. Ottima regia, buonissima direzione degli attori. E poi mentre loro giravano il film io stavo già scrivendo L’uccello dalle piume di cristallo. Mi venne in mente di prendere Tony Musante per quel film. Gli dissi: ‘Vorrei molto avere te come protagonista’. Lui era entusiasta. Poi venne a Roma e cominciammo a litigare in modo terribile. Al punto che, a fine film, la notte prima di partire venne a casa mia furioso, credo volesse picchiarmi. Continuava a suonare: ‘Apri la porta!’. Non risposi. Pensai: ma come fa a immaginare che alle dieci di sera io sia a casa? Sto al cinema o a cena da amici. Poi il film uscì in America ed ebbe un successo enorme, primo negli incassi. Lui mi disse: ‘Hai visto Dario? Ce l’abbiamo fatta insieme’. E io: ‘Non dire cazzate, abbiamo litigato tutto il film’. Quando fecero la prima retrospettiva dei miei film a Los Angeles dissi: ‘Per favore non invitate Tony Musante, abbiamo litigato troppo’”.
Perché litigavate?
“Aveva un modo di recitare molto Actors Studio, pieno di spocchia, di movimenti, di gesti secondo me sopra le righe. Gli chiedevo invece di essere più composto, più vero, più reale. Gli dicevo: ‘Guarda, il film l’ho scritto, lo dirigo, sono anche co-produttore. Se sbaglio, sbaglio io. Ma devi dare retta a me, perché questo è il mio film, non il tuo’”.
È stato l’attore con cui ha litigato di più?
“C’è stata anche Cristina Marsillach in Opera. Però per altre ragioni. Aveva paura della sessualità, paura che si vedesse la forma del seno o del sedere. E recitava alla spagnola, un po’ spocchiosa”.
Con sua figlia Asia invece mai?
“Mai, anche perché lei mi conosceva. Fin da bambina veniva sui set mentre giravo e vedeva come lavoravo. Per lei è stato molto più facile”.
Ora accompagna il film a Cannes.
“A Cannes sono andato tante volte. È una rassegna bellissima, vengono proiettati i film più belli e c’è una valanga di cultura: i critici più bravi, sceneggiatori e registi nuovi, moderni. Il meglio che esiste”.
Ricordi?
“Un bell’incontro con Guillermo del Toro, che è un mio estimatore. Ci eravamo sentiti per telefono ma non ci eravamo mai visti. Ci incontrammo a Cannes e andammo a cena insieme. Vidi una personalità forte, piena di idee moderne e nuove”.
E un ricordo più buffo?
“Da raccontare, non da vivere. Io sono celiaco, ma lo scoprii proprio a Cannes. Durante una proiezione di Suspiria mi venne un mal di pancia tremendo. C’era la sala piena di registi, il direttore del festival era seduto accanto a me. Pensai: come faccio ad alzarmi e andare in bagno? Poi mi ricordai che Suspiria è il film più corto che ho fatto, dura un’ora e trentasei. Pensai: se resisto fino alla fine ce la faccio. Infatti resistetti. Appena si accesero le luci corsi in bagno e riuscii a tornare mentre gli applausi continuavano. Tornato a Roma feci gli esami e scoprii la celiachia”.
A cosa sta lavorando?
“Al progetto francese con Isabelle Huppert. È un horror crudele, disturbante. L’ho incontrata a Cannes. Poi ho conosciuto il marito, Ronald Chammah, durante una retrospettiva dei miei film a Parigi. Voglio molto bene a Isabelle, è una donna dolcissima e un’attrice fantastica. In Francia addirittura la odiano per quanto è precisa, rigorosa. Fa teatro, cinema, tutto”.
Come l’ha convinta?
“Ho fatto leggere il copione al marito, lui gliel’ha fatto leggere e quando ci siamo incontrati lei mi ha detto: ‘Bellissimo, lo faccio senz’altro’. È ispirato a un film messicano degli anni Quaranta. I messicani allora facevano film fantastici, strani, bizzarri. È una storia che seguivo da anni e adesso finalmente la porterò sullo schermo”.