la Repubblica, 11 maggio 2026
Palazzo Chigi ci riprova: “Nei centri in Albania i migranti presi in mare”
Come nel gioco dell’oca, i centri in Albania sono pronti a tornare alla casella di partenza. Cioè alla formula originaria: hub di frontiera, per ospitare i migranti raccolti in mare. Non solo Cpr (centri per il rimpatrio), la scappatoia trovata dall’esecutivo un anno fa, per evitare che le costose strutture di Shengjin e Gjader restassero desolatamente vuote. Il governo lavora a un nuovo decreto, confermano a Repubblica più fonti di primo piano di maggioranza. Il varo: a giugno. Il primo step è previsto già in questi giorni. Domani in Parlamento arriva il testo di ratifica del nuovo accordo Italia-Albania di «cooperazione strategica», siglato dalla premier Giorgia Meloni e dal primo ministro albanese, Edi Rama, il 13 novembre 2025. Il provvedimento passerà domani al vaglio della commissione Difesa di Montecitorio, per un parere consultivo; il giorno dopo sarà esaminato, sempre per un parere, dalla commissione Bilancio, e subito dopo verrà approvato in sede referente dalla commissione per gli Affari esteri.
Il testo dell’intesa prevede di «implementare efficacemente il protocollo per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria», firmato sempre da Meloni e Rama il 6 novembre del 2023. Nel provvedimento di ratifica, c’è scritto che le parti, cioè il governo italiano e quello di Tirana, convengono di «sviluppare ulteriormente la loro cooperazione relativa a soluzioni innovative in vista dell’entrata in vigore del Patto europeo per l’immigrazione e l’asilo nel giugno del 2026». Che significa? Secondo fonti di FdI, il progetto è riconvertire le strutture sulla sponda est dell’Adriatico alla missione originaria. L’espediente messo a punto dal governo all’inizio dell’anno scorso ha infatti evitato, sì, che le due strutture restassero deserte, visti i pronunciamenti dei magistrati, ma ha avallato quello che all’opposizione suona come un dispendioso paradosso: sono stati convertiti in Cpr, cioè in centri dove vengono spediti migranti irregolari, che sono già ospitati in analoghe strutture su suolo italiano. E i costi dell’operazione Albania sono noti: 670 milioni di euro nel periodo 2024-2028.
Ecco perché l’esecutivo prepara l’ennesimo intervento. Anche perché Meloni, nonostante le critiche, non si scosta da quel «funzioneranno» pronunciato sul palco di Atreju, ormai due inverni fa. Il governo allora, come si legge nelle carte del decreto di ratifica, attende che l’Ue vari definitivamente il nuovo patto. Atteso, c’è scritto «a giugno 2026». A quel punto, arriverebbe un decreto (si sta cercando la via tecnica più rapida: decreto legge, più probabile, o decreto ministeriale), per tornare al piano A. In maggioranza non tutti sono disposti a mettere la mano sul fuoco, sul fatto che dai magistrati non arrivino nuovi «sgambetti». Ma c’è la convinzione che su larga scala lo scudo europeo, con annessa lista dei paesi terzi sicuri, tenga nel medio periodo. E per la campagna elettorale. Non è un caso se si è deciso di incardinare il ddl sgomberi a Palazzo Madama: così tra poche settimane la Camera avrebbe l’agenda libera per lavorare sul nuovo provvedimento sull’Albania.
L’opposizione naturalmente protesta. Per Riccardo Magi di +Europa, «il governo deve chiarire il reale contenuto di questo accordo piuttosto vago nella parte che riguarda il tema migratorio. Qualora il governo volesse cambiare di nuovo la destinazione d’uso dei centri albanesi alla luce del nuovo patto europeo, si tratterebbe dell’ennesima grave forzatura per camuffare da innovazione questo fallimento disumano».