Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 11 Lunedì calendario

Intervista a Giovanni Ferrero

Giovanni Ferrero, la prima domanda viene spontanea: essendo impegnato in un’azienda non piccola, dove ha trovato il tempo di scrivere il suo ottavo romanzo?
«Il tempo non lo trovo, lo rubo. Ho l’abitudine di alzarmi prestissimo, a un’ora in cui il mondo non chiede ancora niente a nessuno. Ebbene, quell’ora tra il buio e l’alba è mia. La scrittura abita quell’ora crepuscolare da anni come un’architettura parallela. Non una fuga dal lavoro. Piuttosto, un prepararsi alle attività. Ma il vero confronto con la pagina bianca avviene durante il fine settimana e le vacanze. Naturalmente, procedo lentamente, pubblicando ogni tre, quattro anni. D’altronde, il lavoro assorbe al 90 per cento del tempo, e le priorità non cambieranno in futuro. Non si preoccupi: non ho paura dell’essere etichettato come scrittore della domenica!».
Quando scrive? Come scrive? Al computer, alla scrivania?
«Scrivo rigorosamente a mano, su quaderni, e poi trascrivo al computer. La penna e i suoi rituali impongono una lentezza riflessiva che il pensiero ringrazia. E l’inchiostro sulla carta ha una sensualità incomparabilmente superiore allo schermo luminoso. Ma quel che più conta è avere una vista panoramica su un qualche scorcio di mondo, e la certezza della tranquillità per qualche ora. Scrivere in camere di hotel, in stanze chiuse, in uffici claustrofobici per me è impossibile. So che è un lusso, come lo è qualsiasi attività creativa. Molti scrittori sostengono che non sono loro a scegliere un luogo, è il libro a scegliere. Non è il mio caso».
Come prepara un romanzo? Cosa legge, cosa studia? Come ha preparato «Il discepolo»?
«È un processo di incubazione, quello narrativo, che si nutre di più esperienze: l’aneddotica di strada, la sfera fantasmatica dell’immaginario, le letture. Per “Il Discepolo” sono tornato al Longhi...».
Che tra l’altro è nato ad Alba.
«Sì. E poi alle biografie più recenti di Caravaggio, ad articoli di giornale, a recensioni di galleristi e critici d’arte. E sono andato nei luoghi: la Cappella Contarelli, San Luigi dei Francesi, Villa Borghese, Napoli. È serendipico per eccellenza».
Cioè?
«Il punto di arrivo non coincide mai con le premesse di partenza. Caravaggio, che personifica l’archetipo del genio maledetto per eccellenza, mi ha sempre affascinato. Ma l’idea che ne avevo prima del Discepolo è molto distante da quella che ho adesso».
«Alla fine avevo dovuto arrendermi all’evidenza: non c’era nessun enigma da risolvere. La porta era solo una porta. E io ero prigioniero». Il libro comincia così. Il prigioniero è il protagonista, Ernest Hamilton. Ossessionato da Caravaggio. Perché?
«Anche Ernest è un pittore, ma dionisiaco. Celebra l’esistenza nei cromatismi cangianti delle sue tele multicolore. La sua arte è solare, un inno alla vita, sinfonia e slancio di positività. E vede nelle opere del Merisi per la prima volta uno specchio della propria opacità. Caravaggio è un genio lacerato, capace di violenza brutale e di una dolcezza disarmante. E Hamilton scopre di avere in sé il proprio Caravaggio, qualcosa di luminoso e oscuro al contempo che lo interroga. Attraverso il maestro del Tenebrismo ricompone il mondo, integrandovi non solo la luce ma anche le tenebre. Attraverso il trauma e la sofferenza, diventa un artista più completo e maturo, rispetto all’esteta narcisista che era. Una sorta di maturità consapevole per una creazione che rifletta la vita, che non si limiti a sublimarla in semplice oggetto di degustazione estetica».
«Una postura da condannato a morte», lei scrive. In effetti Caravaggio passò la vita a sfuggire al boia. Aveva l’ossessione di dipingere teste mozzate, e spesso la testa mozzata, ad esempio quella di Golia, era la sua.
«La sua intuizione più tragica e al contempo più lucida, perché dopo l’uccisione di un uomo per sua mano, il Tommasoni, a causa della bolla papale di condanna a morte, aveva sempre il proprio collo sotto la lama. È una richiesta di grazia. L’arte non come trionfo, ma come supplica».
Lei immagina il ritrovamento di un quadro perduto di Caravaggio, che incrocia una storia ambientata nella Roma di oggi. Ma chi è il protagonista, Ernest Hamilton?
«Un pittore anglosassone eccentrico e scostante, un dandy bohèmien dignitosamente dissoluto, un nobile decaduto e senza futuro. Ma pure un personaggio capace di guardare l’Italia da fuori, con quella lucidità un po’ fredda e sorniona che noi italiani non possiamo avere, e di vivere una deriva esistenziale sempre in sospensione fra realtà ed immaginario. Insomma, un inetto del quotidiano; ma un artista vero».
E Tatiana? «Pelle candida, occhi allungati, eleganza discreta...».
«È il contrappeso, la figura sfuggente e misteriosa che non si lascia narrare. Lascio al lettore lo spazio per immaginarla, nel suo fascino conturbante di femme fatale dell’Est Europa».
Lei immagina un nuovo Pontefice, Papa Anatolio, che per «rianimare una Chiesa ormai agonizzante» decide di «rinsaldare il sodalizio tra fede e arte». E commissiona una grande mostra su Caravaggio. Come ha pensato la figura di questo Papa? E come mai quel nome, Anatolio?
«Anatolio significa oriente, aurora. Ho immaginato un Pontefice colto, progressista e moderno, ma dietro le quinte».
Il potere ecclesiastico e la necessità del rinnovamento della Chiesa ritornano più volte nei suoi romanzi. Ha conosciuto Papa Francesco? Che impressione ha del primo anno di pontificato di Leone?
«No, non ho mai avuto il privilegio di incontrare Papa Francesco. Su Papa Leone è presto per dare giudizi, ma il primo anno mi pare segnato da una pacatezza voluta, dal tentativo di ricucire più che di rompere. Non è poco, soprattutto per i tempi che stiamo attraversando».
Dal libro emerge una passione per l’arte. È un interesse che riesce a coltivare? Quali sono le mete dei suoi viaggi?
«Tutto il contrario di quello che richiederebbe un pellegrinaggio artistico: mare, relax, cucina, famiglia e amici. E la mattina sino all’una riservata per scrivere».
Come trova la Roma di oggi?
«La trovo più stanca, più disordinata di vent’anni fa. O forse sono solo io ad essere invecchiato. Eppure, non meno bella. L’unica capitale al mondo in cui un cantiere stradale può scoprire un tempio».
Nei suoi romanzi sentiamo echi di letture classiche – Hemingway, Conrad – ma anche del thriller internazionale, compreso Dan Brown. Quali sono i libri della sua formazione? E quelli che oggi tiene sul comodino?
«Mi sono formato su Dostoievskij, che ritengo il più grande psicologo di ogni tempo. E poi i grandi anglosassoni: Conrad, Woolf, Wilde. Ho un debole pure per la letteratura francese: Hugo, Zola, Maupassant e, beninteso, Balzac, ai miei occhi il più grande di tutti. Sul comodino c’è lui. Lo stesso Dostoievskij se lo faceva tradurre, tanto era appassionato dalla Comedie Humaine».
I romanzi non si possono raccontare. Si può discutere dei temi che sollevano. Uno di questi è la fede. Lei crede in Dio?
«Credo come si crede da adulti, con lunghi silenzi, qualche dubbio, e momenti di certezza che arrivano per vie inattese. Le fede è un cammino».
Come immagina l’aldilà?
«Mi piace pensarlo come a un compimento del nostro percorso terreno, non come un altrove; una continuazione, non un vuoto e un’assenza. Ma voler descrivere quel che rimane un mistero è la peggior presunzione e la peggior poesia. E spero vi si trovi un barattolo di Nutella».
Qual è il primo ricordo della sua vita?
«Le Langhe in autunno, una nebbia bassa e un odore, quello inconfondibile della nocciola tostata».
E il primo ricordo che ha di suo padre, Michele?
«Ne ho migliaia. È sempre in me. Un padre esemplare, meritevole di stima, e un imprenditore straordinario, di cui non si può non avere ammirazione. Sempre con un prodotto. Per lui, il prodotto era una persona: andava ascoltato. Ora lo immagino parlare con un altro imprenditore visionario in paradiso, William Kellogg: che coppia!».
Al funerale di suo fratello Pietro, nel Duomo di Alba, lei disse una frase che mi colpì molto: «Tu credevi in un valore che domani non conterà più nulla e già oggi è tenuto in conto da pochi, l’onestà». Che cosa intendeva dire?
«Pietro era così: una cortesia totale verso la vita, e l’idea che la parola dovesse coincidere con la cosa fatta. Mentre il mondo oggi sta scivolando verso un’altra grammatica. Quella dell’apparire, non dell’essere».
Ora se n’è andata anche sua madre, Maria Franca. Che ricordo ha di lei?
«Mia madre era una donna di un’eleganza interiore rarissima, discreta e capace di una tenacia silenziosa. È stata un punto di riferimento per noi tutti».
Adesso il capofamiglia è lei, Giovanni. Come vede il futuro dell’azienda?
«Il futuro dell’azienda è scritto nella sua identità: una grande impresa, un grande sforzo collettivo, dei grandi talenti, che continua a pensarsi a lungo termine. Cresceremo con disciplina, ma senza tradire ciò che siamo. La continuità non è conservazione, stasi; è la capacità di restare riconoscibili nei cambiamenti».
Si temeva che il baricentro della Ferrero venisse spostato da Alba. Invece è accaduto il contrario, la ricerca, la mente dell’azienda si sono concentrate ad Alba. Perché ha fatto questa scelta?
«Perché Alba non è la sede sentimentale, la radice identitaria, il retroterra storico. Alba è il cervello produttivo, lì ci sono il know how e la competenza di prodotto. Il cuore pulsante che irrora il nostro sistema sanguigno. Ne siamo fieri».
I critici però ricordano che la sede della Ferrero è all’estero, e anche lei ha la residenza all’estero. Cosa risponde?
«La sede legale è uno strumento giuridico, non un sentimento, né tantomeno un portato valoriale, un costrutto identitario. Ferrero è italiana per cultura, stile, provenienza, estro creativo. È quello che conta».
Anche lei però ha la residenza all’estero.
«Negli anni di piombo per paura dei rapimenti – fu il generale Dalla Chiesa ad avvertire mio padre – ci trasferimmo a Bruxelles, dove sono cresciuto, vivo e pago le tasse».
Come vede il futuro del nostro Paese? Denatalità, delocalizzazioni, impoverimento del ceto medio: l’Italia sembra non avere più fiducia in se stessa.
«L’Italia ha smesso di pensarsi come Paese in costruzione. È questa, credo, la radice di molti suoi problemi. La denatalità è un sintomo: non si fanno più figli quando non si crede più nel futuro. Eppure nei territori, nelle università, l’energia c’è ancora, è viva e vibrante. Forse manca il racconto collettivo, che riannodi i fili. Fare sistema, ecco. Il governo si sta adoperando molto in questo senso».
Cosa consiglierebbe a un diciottenne? Cosa studiare, quali esperienze fare?
«Impari l’inglese in modo fluente, abbia conoscenze digitali e di computer science, viaggi e si faccia una visione internazionale, non solo turisticamente. Si annuncia un periodo storico in cui saranno gli algoritmi a farci vincere. Società, modelli competitivi, sistema bancario, istituzioni: tutti dovranno investire nelle nuove tecnologie. Purtroppo l’Europa è un po’ in ritardo».
Appunto, gli algoritmi. L’intelligenza artificiale distruggerà il lavoro intellettuale? O ci migliorerà?
«È un tema centrale per ridisegnare l’architettura del futuro. Gli studi indicano che l’AI sui lavori ripetitivi white collars solo negli Stati Uniti potrà rimpiazzare metà dei posti di lavoro nei prossimi cinque anni. Le big tech (open AI, Meta, Google) hanno investito trecento miliardi quest’anno per accelerare l’AI. Per me, deve essere confinata al potenziamento della prestazione, non alla sostituzione dell’umano».
In Ferrero come fate?
«Abbiamo affidato l’uso dell’AI a comitati etici. Nessun posto di lavoro verrà sostituito dall’intelligenza artificiale. La useremo, ma solo per potenziare la produttività; non per sostituire l’uomo. A tutto campo e in tutte le funzioni aziendali».
Sta dicendo che nella sua azienda nessuno perderà il lavoro?
«È così. Al centro resterà l’uomo. L’AI sarà usata in una logica di potenziamento, non in una logica sostituiva. Ma è una nostra scelta; le regole mancano. Le autorità di governo devono legiferare su questo; altrimenti presto sarà troppo tardi. In America si è gonfiata una bolla speculativa che vale il 2, 3 per cento del Pil, e ora sono tutti contenti, perché oggi si vince tutti; ma domani si rischia una crisi sociale gravissima».
Altri suoi romanzi sono ambientati in Africa: come mai ne è così affascinato? È in Africa il futuro dell’umanità?
«L’Africa è il continente più giovane al mondo, e la giovinezza è sempre futuro. Ferrero ha relazioni profonde con il continente, a cominciare dalle filiere del cacao. Ma la ricchezza di culture, anche tribali, e etniche è indescrivibile. Oltre alla presenza della natura primigenia. È lì che il Novecento è già finito per davvero».
La Ferrero è in tutto il mondo. Che prospettive vede, non tanto per il gruppo, che va benissimo, quanto per il mondo? Il cambio climatico la preoccupa?
«È la grande questione della nostra epoca. Per noi, è una questione quotidiana: filiere agricole, energia. Sono preoccupato, ma non rassegnato, anche se la Carta di Parigi non è stata rispettata. Si può fare ancora molto, a fronte di una sfida in cui non si ha il lusso dell’essere disfattisti».