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 2026  maggio 11 Lunedì calendario

L’ira ai vertici di FdI sulla scelta del ministro

La rabbia dei vertici di Fratelli d’Italia – appena leggono la notizia – corre via chat: «Ma davvero lo ha fatto? Si vuole far cacciare? Ormai ha troppi nemici». Il partito e Palazzo Chigi erano a conoscenza delle tensioni al ministero della Cultura da almeno tre giorni. Tuttavia speravano in una ricucitura in extremis – senza eco – soprattutto tra Alessandro Giuli e Emanuele Merlino, molto stimato dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, ma anche dalla premier Giorgia Meloni. La scelta del ministro di «andare dritto», avvisando solo Arianna Meloni a decreti di licenziamento già sul tavolo, ha lasciato perplesso il corpaccione di FdI, e non solo.
In via della Scrofa ieri sera aprivano le braccia: la gestione di questo caso non aiuta il governo che cerca di uscire dal dopo referendum e dalla crisi internazionale scatenata dall’ormai ex amico Donald Trump. «Alessandro paga lo scotto di non essere un politico e queste sono le conseguenze: sì, pure questa ce la potevamo risparmiare», si lamentano i colonnelli di FdI.
Questione di approcci. «Marciare per non marcire», è lo slogan futurista che il ministro sta usando in queste ore. Spiegando che Proietti e Merlino «non godevano più della mia fiducia» e che «come la premier ha deciso di allontanare Santanchè e Delmastro, anche io penso di poter scegliere i collaboratori che ritengo più opportuni». In serata, quando il caso campeggia in apertura di tutti i siti, tocca a Francesco Lollobrigida – capodelegazione di FdI al governo – dare la linea dopo una triangolazione con Meloni e Fazzolari. Parole d’ordine: troncare e sopire. Non viene sconfessato Giuli, certo, ma il ministro plenipotenziario rinnova la stima totale nei confronti dei due epurati, dando la notizia che continueranno a lavorare per il governo.
Dopo lo scontro fratricida con Pietrangelo Buttafuoco per la riapertura «inevitabile» del padiglione russo alla Biennale (solo per la stampa), il via libera alla cacciata di Beatrice Venezi dalla Fenice, le liti con Matteo Salvini in Consiglio dei ministri e poi nelle chat, ecco aprirsi un altro fronte per l’ex giornalista. E forse non è nemmeno l’ultimo. In queste ore al Collegio Romano balla anche la poltrona di Valentina Gemignani, a capo del gabinetto del ministero e moglie di Basilio Catanoso, ex parlamentare di An e presidente di Azione Giovani prima della scalata di Meloni. È sempre più insofferente, così la raccontano. La dirigente del Mef venne imposta a Giuli, dopo le dimissioni di Francesco Spano, osteggiato da Fratelli d’Italia addirittura con epiteti omofobi: sul suo conto pesava una vecchia inchiesta delle Iene quando era capo dell’Ufficio discriminazioni del governo Gentiloni. Erano i tempi del caso e caos Boccia-Sangiuliano. Da quel momento, da quando ha giurato al Quirinale, Giuli ha provato in tutti i modi a sfuggire alla «marcatura a uomo» di Palazzo Chigi. Nell’ottobre del 2025 se ne andò dal suo ministero, dopo una feroce lite a Tokyo, anche Claudia Ianniello, sorella della storica portavoce della premier Giovanna e moglie di Paolo Quadrozzi, prezioso collaboratore dell’attuale presidenza del Consiglio. Complotti, veleni, rese dei conti. Il ministero con il passare del tempo si è sempre più balcanizzato e anche la distanza con Palazzo Chigi a volte si è sentita. Quando Fazzolari parla di «pasticcio Biennale» ce l’ha con Buttafuoco, ma per molti anche con Giuli, «in quanto toccava a lui gestirla senza finire tutti i giorni sui quotidiani». La destra che sognava l’egemonia culturale sembra arrivata al cannibalismo familiare. Italo Bocchino, volto televisivo di FdI, scherza ma non troppo: «Viva Sangiuliano!».