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 2026  maggio 10 Domenica calendario

Libano, strage di profughi. Uccisi tre bambini piccoli

Avevano lasciato Jibsheet, cittadina del sud del Libano, per sfuggire ai bombardamenti israeliani. Le tre famiglie di vicini avevano fatto i bagagli in fretta ed erano approdate a Salsakiye, una cinquantina di chilometri più a nord, nel distretto di Sidone. Là avevano preso in affitto una casa in condivisione per contenere i costi, appena fuori dal centro. La guerra, però, le ha raggiunte, nonostante il cessate il fuoco, in vigore dal 16 aprile. Una serie di raid, ieri, hanno martellato la regione di Chouf e l’autostrada che, dalla capitale, conduce all’antico porto fenicio e i centri intorno, con un bilancio di almeno 18 morti. Un ordigno ha, però, centrato l’edificio dove erano alloggiati gli sfollati di Jibsheet, riducendolo a un cumulo di assi scomposti e cemento. Per tutto il pomeriggio, i soccorritori hanno lavorato per estrarre i corpi intrappolati fra le macerie. Alla fine – ha dichiarato il ministero della Salute di Beirut – sono riusciti a recuperarne sette: tra questi anche quelli di tre bimbi di sei mesi, due e undici anni. Altre quindici persone sono state ferite e ricoverate negli ospedali di Alaa al-Din e al-Faqih.
La strage dei profughi ha avuto forte eco nell’opinione pubblica libanese, già prostrata dall’ennesimo conflitto, alla vigilia della nuova tornata di negoziati in programma giovedì e venerdì. Secondo l’esercito israeliano, nella palazzina, «fra i civili non coinvolti», si nascondevano miliziani di Hezbollah. Tuttavia ha dichiarato di avere aperto un’inchiesta. Il sindaco di Salsakiye, Amin Shoumar, ha sottolineato che le vittime, contrariamente alle informazioni diffuse sui social, non avevano ricevuto ordine di evacuazione via telefono. Una prassi comune, secondo l’inchiesta di
L’Orient-le jour. Il quotidiano libanese ha censito, grazie alle informazioni dei corrispondenti, gli attacchi nel sud del Paese e nella Bekaa tra il 2 marzo e il 16 aprile. Ne ha registrato 3.555, 77 al giorno in un mese e mezzo di guerra, esclusi i colpi di artiglieria e le demolizioni effettuate dalle forze armate di Tel Aviv nell’operazione di terra, con un bilancio di 2.294 persone secondo le autorità di Beirut. Nello stesso arco di tempo, la testata ha analizzato gli avvisi di sfollamento pubblicati da Israele via social, il sistema abituale. Ne ha individuato 152 per l’intera durata del conflitto. Significa che appena il 2,4 per cento degli attacchi è stato preceduto da un avvertimento. Di questi, inoltre, il 12 per cento è stato diffuso la notte, quando le persone dormivano. Con la tregua – imposta di fatto al governo di Benjamin Netanyahu da Donald Trump, “facilitatore” ufficiale della trattativa in corso –, i raid si sono diradati ma non azzerati. Sono 501 le vittime dal 17 aprile: un ritmo quotidiano di ventidue, in gran parte nelle aree meridionali della nazione e della capitale. Questo non solo rende impossibile il ritorno dell’1,2 milioni di rifugiati interni causati dall’attuale deflagrazione. Ma costringe altri a partire. L’esodo prosegue, come si vede dalla quantità di persone ammassate per le strade di Beirut e dintorni. Il 16 per cento della nazione è sotto ordine di sfollamento. Solo ieri alla lista si sono aggiunti altre nove villaggi: Tayr Debba, Abbasieh, Burj Rahal, Maaroub, Barich, Arzoun, Jennata, Ain Baal e Zrarieh. Anche in questo caso, le forze armate di Tel Aviv parlano di «ragioni di sicurezza» per evitare infiltrazioni di Hezbollah che anche ieri ha colpito il nord di Israele e ferito tre soldati. A sopportare il peso maggiore è, però, la popolazione. Non si quante delle vittime fossero civili. Di sicuro lo erano i tre piccoli di Jibsheet.