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 2026  maggio 10 Domenica calendario

La Thailandia punta al mega-ponte per aggirare l’imbuto di Malacca

Il costo stimato è di circa mille miliardi di baht, 31 miliardi di dollari. L’opera si preannuncia come il più grande progetto infrastrutturale nella storia della Thailandia. L’orizzonte è “largo”: il 2039 come termine di ultimazione dei lavori. L’obiettivo è ambizioso: ridisegnare le arterie commerciali dell’intera Asia.
Il governo thailandese ha annunciato l’intenzione di accelerare la fase di pianificazione del progetto “Land Bridge”, struttura che collegherebbe i porti del Golfo di Thailandia a Chumphon con un nuovo porto sul Mar delle Andamane a Ranong, tramite un corridoio di 90 chilometri, composto da autostrada e ferrovia a doppio scartamento. In pratica, il ponte terrestre sull’istmo di Kra consentirebbe di ridurre i tempi di transito delle merci tra l’Oceano Pacifico e l’Oceano Indiano. E c’è un Paese che guarda con particolare interesse al progetto: la Cina. Il motivo? L’infrastruttura consentirebbe infatti di aggirare – o quanto meno, alleggerire – la pressione sullo Stretto di Malacca, il punto di strozzatura che collega l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico all’estremità meridionale del Mar Cinese Meridionale. Come Hormuz – il cui controllo è diventato la posta in gioco fondamentale della guerra tra Usa e Iran – lo Stretto di Malacca è uno snodo strategico per l’economia del gigante asiatico (e non solo): attraverso le sue acque transita una quantità di petrolio quattro volte superiore a quella del più noto Canale di Suez. Perché la Cina stia monitorando con attenzione (e preoccupazione) quello che accade in Medio Oriente è presto detto: circa il 95% del commercio internazionale del Paese avviene via mare. Ma non basta. Oltre il 20% del petrolio mondiale transita ogni giorno attraverso lo Stretto di Malacca. Negli ultimi anni, secondo l’Agenzia statunitense per l’informazione energetica (EIA), una quantità leggermente maggiore di petrolio greggio e liquidi petroliferi ha attraversato lo Stretto di Malacca rispetto a Hormuz. Una chiusura dello Stretto renderebbe estremamente vulnerabile il gigante asiatico.
Come scrive il sito The European Magazine, l’urgenza con la quale si sta muovendo Bangkok “è di natura geopo-litica”. Il vice primo ministro Phiphat Ratchakitprakarn lo ha confermato: «La chiusura dello Stretto di Hormuz, aggravata dal conflitto in corso in Medio Oriente, ha dimostrato con improvvisa chiarezza il valore strategico di rotte marittime alternative». È possibile misurare gli effetti che genererebbe la struttura? Secondo gli esperti thailandesi, l’attraversamento sull’istmo di Kra ridurrebbe la distanza di navigazione tra l’Oceano Pacifico e l’Oceano Indiano di circa mille chilometri, diminuendo così i tempi di percorrenza in media di quattro giorni e, secondo le proiezioni governative, riducendo i costi di trasporto di circa il 15%.
Si prevede, come ha scritto il Bangkok Post, che il progetto genererà circa 58 miliardi di baht nel suo primo anno di attività, principalmente dalla vendita di carburante alle navi che trasportano merci. La costruzione, secondo le stime del governo, dovrebbe essere completata entro il 2039. «Il ponte potrebbe posizionare la Thailandia come hub per il trasporto marittimo nel Sud-est asiatico, incrementando entrate, posti di lavoro e investimenti esteri».
Restano però i dubbi. E le opacità. «Questo progetto è stato ritardato per oltre venti anni perché si tratta di un’impresa di vasta portata, con un investimento attuale stimato intorno a 1.000 miliardi di baht. Il progetto deve, inoltre, confrontarsi con sfide geopolitiche e preoccupazioni relative all’impatto ambientale»