Avvenire, 9 maggio 2026
El Salvador, il processo è di massa
Mani e caviglie ammanettate, seduti in file ordinate davanti a schermi televisivi: centinaia di presunti “pandilleros” partecipano al maxi- processo in El Salvador dal carcere di massima sicurezza Cecot, collegati in video. Le immagini circolano rapidamente e il presidente Nayib Bukele le rivendica con orgoglio. Alle critiche delle organizzazioni per i diritti umani risponde con un paragone pesante: «Si chiama responsabilità di comando, come a Norimberga». Il governo ha avviato un procedimento senza precedenti contro 486 presunti capi della Mara Salvatrucha-13 (MS-13), accusati di aver ordinato fino a 29mila omicidi tra il 2012 e il 2022, oltre a migliaia di altri reati – estorsioni, narcotraffico, sparizioni, traffico d’armi – per un totale che la procura quantifica in circa 49mila episodi. Secondo l’accusa, gli ordini partivano dal carcere di massima sicurezza di Zacatecoluca e si propagavano lungo una rigida catena di comando. «Lo Stato salvadoregno ha una grande eredità di impunità per i crimini delle gang. Ma processi che non individualizzano accuse e prove possono servire solo a creare l’illusione di una giustizia efficace», avverte Noah Bullock, direttore della Ong Cristosal, tra le organizzazioni più nel mirino del governo. Anche gli esperti delle Nazioni Unite hanno avvertito il suo governo che «non può calpestare il diritto a un giusto processo in nome della sicurezza pubblica».
Per anni la violenza delle maras ha tenuto sotto scacco il Paese. Nel 2015, questo piccolo Stato di 6,5 milioni di abitanti registrò oltre 6.600 omicidi, uno dei tassi più alti al mondo. Quando Bukele arrivò al potere, nel 2019, il 97% dei delitti restava impunito e appena tre casi su cento arrivavano a processo. Oggi El Salvador viene indicato come uno dei Paesi più sicuri dell’America Latina: il “miracolo Bukele”, secondo i sostenitori del presidente. Sullo sfondo, restano le inchieste del giornale investigativo El Faro, sui negoziati tra governo e gang. Il cambio di immagine del Paese passa anche attraverso una macchina comunicativa capillare. Bukele ha liquidato più volte le critiche dell’Onu e delle Ong accusandole di preoccuparsi «dei diritti degli assassini», mentre il governo – sostiene – difenderebbe la libertà e la sicurezza dei cittadini. Una libertà, però, subordinata al regime di eccezione imposto nel marzo 2022 dopo un fine settimana di sangue in cui furono assassinate 87 persone. Da allora il provvedimento è stato rinnovato 49 volte, rendendolo un regime permanente: sono limitati il diritto di associazione, l’inviolabilità della corrispondenza e il diritto di essere informati sui motivi dell’arresto, che può avvenire senza mandato. In 4 anni oltre 91mila persone sono state arrestate, circa il 2% della popolazione adulta. Diverse organizzazioni indipendenti sostengono che migliaia di detenuti non avessero alcun legame con le gang: El País ha stimato in almeno 33mila i casi dubbi e l’organizzazione Humanitarian Legal Aid ha documentato almeno 517 decessi in custodia. Nel frattempo, è stata approvata una riforma costituzionale che introduce l’ergastolo – anche per i minori a partire dai 12 anni – applicabile al reato di affiliazione a gang, considerato un atto di terrorismo. La popolarità del modello Bukele, intanto, cresce di pari passo alla concentrazione del potere, con il rischio che, come il regime di eccezione, anche il suo mandato si trasformi in regime permanente.