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 2026  maggio 10 Domenica calendario

Intervista a Roy De Vita

Professore Roy De Vita, i chirurghi plastici di solito vengono associati agli interventi estetici. Ma il vostro campo è più largo.
«Se fossi un’azienda, la ricostruzione mammaria è quella che definirei il mio core-business. Da 24 anni sono primario all’Istituto Nazionale dei Tumori di Roma, il Regina Elena. Il mio reparto si occupa della fase post-oncologica e lavora in raccordo con varie specializzazioni, compresa l’ortopedia. Ma la gran parte dei casi su cui interveniamo riguardano la mammella».
Come si è evoluta la chirurgia ricostruttiva?
«In maniera spaventosa. Lei consideri che io mi sono laureato nel 1981. Quando ho cominciato, le ricostruzioni erano terribili. Si facevano con dei dispositivi approssimativi, che non permettevano una definizione accurata del solco sottomammario. Le mastectomie erano aggressive: veniva portato via tutto. Negli anni sono cambiate innanzitutto le tecniche demolitive. Sono migliorati i device e ormai i risultati sono assimilabili a quelli della chirurgia estetica».
Angelina Jolie è stata una testimonial inaspettata.
«Lei ha portato alla conoscenza del grande pubblico uno screening che esisteva da diversi anni, l’analisi genetica per capire se esiste una predisposizione all’insorgenza di tumori. In passato, se una paziente come Angelina Jolie veniva a fare un intervento di mastectomia preventiva, per noi chirurghi cominciava un incubo. Consideriamo l’approccio psicologico: la persona che sta bene, che non è malata, pretende un intervento solo migliorativo. Ma un tempo non potevamo garantirlo, bisognava mettere in conto un risultato estetico mediocre. Oggi, con le nuove tecniche, è cambiato tutto».
E questo aiuta la prevenzione?
«La parola prevenzione è profondamente sbagliata. Facciamo sorveglianza, non prevenzione. Controlliamo l’evoluzione dei tessuti nel tempo. Prevenzione ha insito il concetto che se mi faccio tutti i controlli, a me il tumore non viene. E mi creda, non sa quante volte ricevo pazienti sconcertate: “Ma perché? Mi sono sempre controllata”. E meno male: proprio per questo abbiamo preso il tumore nella fase iniziale. Il professor Veronesi, al quale bisognerebbe intestare una piazza in ogni città d’Italia, ha fatto un’opera di sensibilizzazione straordinaria con le donne. Siamo il Paese leader per sopravvivenza a cinque anni, quasi il 90%, che è un numero straordinario. Purtroppo in ordine decrescente dal Nord al Centro e al Sud Italia».
Nel caso della ricostruzione, prevale l’aspetto sanitario o quello estetico?
«In un diagramma con le ascisse e le ordinate, mettendo sulle ordinate una percentuale da zero a 100 e sulle ascisse il tempo che passa, quando la paziente scopre di avere il tumore al seno è interessata zero al risultato estetico e 100 al problema tumorale. Subentra la paura di morte imminente, bisogna sistemare le cose, i figli, il lavoro. C’è uno sconvolgimento totale, si va in confusione. Dopodiché si disinnesca la bomba, si fanno le terapie adiuvanti, nel caso chemioterapia, radioterapia, ma tutto il percorso termina in meno di un anno. E la vita ricomincia. La nostra mente è meravigliosa: stempera i cattivi ricordi e quel 100% comincia a calare. Contestualmente quello 0% comincia a salire. C’è un momento in cui queste due curve, quella che scende e quella che sale, si incontrano. Quel punto lo possiamo definire il momento del rimpianto, quando la paziente dice: perché non mi sono preoccupata del risultato estetico? Ottenere un buon risultato ricostruttivo significa poter cancellare il ricordo della malattia. Se hai una cicatrice deturpante, un seno asimmetrico, marcatamente asimmetrico, quel ricordo non si cancella».
Cosa la spinse a specializzarsi in chirurgia plastica?
«Mi sono iscritto all’università nel 1975, un’epoca pionieristica. La chirurgia plastica la facevano in pochi. Mi piaceva Medicina e tra l’altro sono figlio di medico: papà era il primario del Santobono di Napoli, il più importante ospedale pediatrico del Meridione. Ma non ho mai pensato di seguire la sua carriera. La chirurgia plastica mi dava la sensazione di poter essere creativo. Mi spiego. Per andare da A a B in chirurgia generale, c’è quel determinato percorso, da lì non si scappa. Poi lo esegui bene, meno bene, molto bene, ma il percorso è quello. In chirurgia plastica non esiste un percorso dato, esiste quello che tu credi sia il miglior percorso secondo la tua esperienza e le caratteristiche anatomiche della paziente».
Qual è la sua reazione quando le pazienti si presentano con una foto?
«Normalmente chi fa il mio mestiere dovrebbe essere anche un buon psicologo. Ai miei giovani collaboratori dico sempre: “Fate attenzione, voi conoscete 30 minuti della vita di questa persona, che magari ha 30-40 anni. E dovete avere rispetto di quello che non conoscete, cercare di colmare questa lacuna con la comunicazione non verbale: il modo di esprimersi, il modo di muoversi, il modo di vestire, gli accessori. Tutto questo fornisce al medico delle informazioni preziose. La paziente o il paziente che si presenta con una foto, di solito, più che il naso di, vuole la vita di. Sono convinti che quella trasformazione possa cambiare magicamente la loro esistenza, ma questo non succede. Quello che succede, e che dovrebbe essere la motivazione che porta una persona a sottoporsi a un intervento estetico, è che puoi acquisire autostima, migliorare la percezione di te stesso, diventare più sicuro. Cambia il rapporto con il mondo. Ma la vita no, la vita non cambia con un intervento».
Interpretiamo: alcune pazienti avrebbero bisogno di uno psicologo prima che di un chirurgo estetico?
«Se non hanno le idee chiare, quello è il percorso corretto. Adesso i social, e un po’ tutto il mondo della pubblicità, trasferiscono un modello che porta all’imitazione. Il concetto di bellezza è una convenzione. Ciò che è bello nel mondo occidentale, non è detto che sia bello dall’altra parte del globo. In India c’è una ricchezza di forme che da noi non è considerata sinonimo di bellezza».
Quando dice di no a un intervento estetico?
«Quando le aspettative sono irrealistiche e la paziente ha delle motivazioni sbagliate. Se una paziente vuole rifarsi il seno perché il marito l’ha lasciata per una donna più giovane, non è una protesi a riportare indietro il marito. Non si opera per ripicca. Ci deve essere un’insoddisfazione nei confronti della propria immagine corporea, che è una cosa diversa. Purtroppo passa il messaggio che la chirurgia plastica sia come un supermercato. Dove si entra, si va allo scaffale con la merce che ci interessa, la si prende, si va alla cassa, si paga e si esce. Ma l’intervento estetico non è una banalità».
Le è mai capitato di avere una paziente delusa?
«È successo, qualche volta inciampo anch’io. E quindi mi ritrovo con dei risultati meravigliosi che non vengono apprezzati. La colpa è mia che non ho trasferito bene le informazioni e non ho saputo riconoscere una paziente che cercava la luna nel pozzo».
Le pazienti sono sempre più giovani?
«Quando ho cominciato, la paziente media che entrava nello studio del chirurgo plastico era un’over 50 non bella. Oggi è un’under 30 bella. Le faccio un esempio: provi a ricordare le ragazze che erano ai box della Formula 1 all’epoca di Hunt e Lauda. Non ce n’era una con il seno rifatto, nemmeno una. Guardi le foto. Oggi tutte, al cento per cento. Sempre più spesso la diciottenne chiede un seno nuovo invece che l’automobile».
Lei viene etichettato come il “chirurgo dei Vip”. Ma al Regina Elena è il chirurgo di tutti. Come vive questa duplice identità?
«Siamo obbligati al doppio lavoro. Il mio stipendio di primario comparato con quello di un primario in Germania non è nemmeno uno a 12. In un anno prendo un po’ meno di quello che lui guadagna in un mese. Io non ho mai fatto distinzione tra pazienti, tra pubblico e privato, lo dico sinceramente. Vado oltre: anche se è evidente che nel mio intimo esiste una classifica di importanza e priorità, non faccio distinzione nemmeno tra chi viene da me per una ricostruzione post-tumorale e chi vuole sottoporsi a un intervento estetico. Perché il suo è il problema più importante del mondo e non va mai sminuito».
Lei è entrato giustamente in polemica con gli studi abusivi. Non crede che si cerchino scorciatoie anche perché la chirurgia estetica spesso ha costi proibitivi?
«È indubbio che gli interventi di chirurgia estetica siano cari. Ma è la sanità a costare molto. In una struttura privata l’ammortamento degli strumenti ad alta tecnologia, l’assistenza, in generale la voce sicurezza del paziente, sono a carico degli utenti. Nella sanità pubblica, che diamo per scontata ma è una conquista straordinaria, il carico è distribuito su tutti i cittadini. Cambia la percezione dei costi, non i costi, che sono alti sempre. Ma c’è un altro fattore che pesa sul fenomeno dei ciarlatani. I social. Sono terrificanti. Attirano pazienti fragili, che pensano che il medico abbia lo status morale del prete missionario in Africa. Andrebbe vietata la pubblicità che magnifica certe tecniche, o quella focalizzata sui risparmi. Poi capita che la ragazza di vent’anni muoia. E questa è una tragedia della sanità pubblica».
Anche lei è molto attivo sui social.
«Sì, e sono anche molto seguito. Ma non parlo di chirurgia plastica, non pubblico foto prima e dopo gli interventi. Parlo di medicina e cerco di demistificare certi aspetti della scienza. Faccio un’operazione di debunking. Purtroppo si spaccia per scienza la mera ricerca di denaro».
C’è vita anche fuori dalla sala operatoria e dai convegni?
«C’è tanto sport. Da ragazzino facevo le gare di sci. A 18 anni ho superato gli esami da maestro e ho insegnato a Madonna di Campiglio. Ricordo ancora la prima domanda: “Ma perché fai il maestro, visto che sei di Napoli?"».
E lei?
«Risposi che stavo più spesso al Nord. Non volevo pregiudicare l’esame».
Sciatore e golfista.
«Tutti gli sciatori giocano a golf, è incredibile. Forse perché ti muovi nella natura, all’aria aperta. C’è un filo comune. È un gioco difficilissimo, che mi diverte da morire e mi fa anche un po’ incazzare. Le cito una battuta piuttosto diffusa tra i praticanti: “Perché giochi a golf? Perché non ho sufficienti frustrazioni a casa e sul lavoro"».
Torna spesso a Napoli?
«Purtroppo, non avendo più i miei genitori vivi, di rado. Ma ho la fortuna di avere il gruppone dei miei amici del liceo, con i quali facciamo un paio di riunioni all’anno. Mio figlio, che è nato a Roma, romanissimo, tifoso della Roma, ama Napoli. Ogni tanto prendiamo il treno veloce, siamo lì per mezzogiorno, mangiamo qualcosa, e alle quattro rientriamo. Il cibo è un legame forte. In questi anni ho preso lezione da grandi chef, ma il mio mentore è Alfonso Iaccarino, due stelle Michelin. Lui usa gli ingredienti della mia terra».
L’amore però l’ha trovato a Roma, la città adottiva. Dopo la storia con Nancy Brilli, da otto anni ha una nuova compagna.
«È una produttrice cinematografica, Raffaella Leone, la figlia del grandissimo Sergio. Una compagna straordinaria. Lavora con registi del calibro di Paolo Genovese e Gabriele Muccino. In realtà ci conosciamo da tanti anni. Ci siamo rincontrati perché suo figlio aveva avuto un incidente, e lei voleva farmi vedere una cicatrice».

Se le chiedesse un intervento estetico, accetterebbe?
«Lo farei, a patto che si tratti di un problematica che io riconosca. Opererei anche mio figlio, le dico la verità. Fa parte del bagaglio del chirurgo, tanto self control e zero emotività. Altrimenti è un casino. Mi hanno chiesto interventi amici, parenti. E persino ex fidanzate».