Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 10 Domenica calendario

Intervista a Mario Lavezzi

È nell’aria. Magari nel subconscio. In macchina quando si guida, o sotto la doccia.
È in televisione, a Sanremo di sicuro.
È nelle pubblicità, nei film, ovunque.
È nella nostra memoria collettiva.
Perché Mario Lavezzi è uno dei giganti della musica italiana, un amplificatore di suoni e carriere “non so neanche quanti brani ho firmato”. Ha lavorato per e con una sorta di Nazionale della musica italiana: da Ornella Vanoni (“con lei ho realizzato undici album”) a Lucio Dalla e Gianni Morandi (“Il brano Vita per sei anni l’hanno rifiutato tutti. Poi sono arrivati loro due…”). È talmente abituato a vivere di lato, o un passo leggermente indietro, da non ricordare che esiste un Mario Lavezzi, nome e cognome, in prima fila, che esattamente cinquant’anni fa debuttava con il suo primo album solista, Iaia “Ah, è vero. Ma per me era più un gioco…”.
Colonna sonora della nostra vita…
Perché ho iniziato quando avevo solo 16 anni ne I Trappers, un gruppo nel quale c’era anche Bruno Longhi al basso (poi celebre giornalista sportivo). A quel tempo suonavamo i pezzi dei Beatles, di Celentano o di Gaber, quasi sempre in locali o salotti frequentati dai nostri coetanei.
Per la maggior parte dei suoi colleghi il primo input era quello di conoscere, sedurre.
(Sorride) Effettivamente era uno stimolo importante; (cambia discorso) poco dopo sono entrato ne I Camaleonti e all’improvviso la vita mi appariva come una sfera luminosa. Peccato che quella sfera è stata spenta dalla cartolina per partire militare.
Un classico del tempo, come per Gianni Morandi.
Neanche ero adeguato: pesavo solo 62 chili; e comunque tra me e Gianni c’era una grossa differenza: lui finiva sulle copertine dei giornali, io sono stato sostituito nella band.
Ha pensato: è finita.
Solo anni dopo ho capito un punto chiave: il tormento, la sofferenza sono fondamentali per la creatività.
E…?
Attenzione: ero pure raccomandato.
Cioè?
L’allora ministro dei Trasporti era amico de I Camaleonti, quindi venni prima spostato in una caserma di Milano e poi al Distretto Militare: esattamente in quel periodo scrissi la prima canzone della mia vita, Il primo giorno di primavera.

Successone.
Con quel pezzo è nata la mia collaborazione con Mogol.
Tutto dalla sofferenza…
Niente è definitivo, bisogna capire e cogliere l’opportunità; magari se non fossi partito per il militare sarei rimasto ne I Camaleonti e non avrei conosciuto e lavorato con Mogol e Lucio Battisti.
E invece…
Già nel 1969 stavo con quei due fenomeni, ho cantato pure nel coro de Il mio canto libero (di Battisti). E poi sono entrato nella Numero Uno (casa discografica di Mogol e Battisti).
Dalla Numero Uno è passata parte della storia…
Mi trovai in mezzo a Umberto Tozzi, la PFM, la Formula 3, Bruno Lauzi, Adriano Pappalardo…
Pappalardo la ringrazia sempre.
Il suo primo singolo arriva da me (Una donna).
Quando ha conosciuto Pappalardo, cosa ha pensato?
(Ride) La prima volta ho visto questo ragazzone cantare, urlare e buttarsi a terra. Noi tutti fermi, immobili, allibiti. “Ma chi è?”.
C’era pure Gianna Nannini.
Era entrata anche nei Flora Fauna Cemento, band fondata da me…
Bel nome.
Idea di Lucio. Gianna, già allora, si capiva che era originale. Che era un’artista; (pausa) per gli artisti quello che conta è la personalità, la riconoscibilità, perché diventano una caratteristica imprescindibile. Gianna possedeva tutto questo.
Altra rivelazione.
Loredana Bertè. Ancora oggi la sua personalità, la sua voce, il suo stile, la sua tenuta del palco sono elementi presenti e unici.
Donna bellissima.
Infatti sulla copertina del suo primo album (Streaking, 1974) c’era lei in pose esplicite; quando ho visto quella copertina ho pensato: la devo conoscere. Poi l’incontro c’è stato in un locale, lei era insieme a Marcella Bella.
Da lì cinque anni di storia d’amore.
(Sorride) Per favore non parliamone.

Però Alfredo Cerruti ha raccontato di una rissa tra Cerruti stesso e la Bertè con lei, Lavezzi, che gridava “vi prego, piantatela”.
Accadeva di tutto, ma era il periodo dei figli dei fiori, dell’amore libero, del facciamo l’amore non facciamo la guerra, delle comuni.
Tradotto?
C’era libertinaggio.
Lei si è divertito.
Sì, ma ci vogliamo sempre molto bene, tanto che poco tempo fa siamo stati a cena insieme, con noi pure Renato Zero.
Un triangolo.
(Torna a prima) È stata Loredana a segnalarmi una ragazza: “È perfetta per te”. Due anni dopo, in piena Milano da bere, mentre ero alle prese con un giro dei locali, vedo una tipa che balla, poi si siede a un tavolo di persone che conoscevo. Mi aggrego e scopro che era la ragazza indicata da Loredana.
Morale?
Era Mimosa e ci siamo sposati.

Renato Zero da ragazzo.
Arrivato al Cenacolo (luogo di ritrovo dell’allora RCA di Roma) grazie a Loredana Bertè. Lui spiccava. Un vero artista.
Chi è il vero artista?
Colui che porta sul palcoscenico quello che è nella vita. Così sono Renato o Loredana.
E lei?
Non ho mai avuto l’ambizione di entrare in classifica. Quando ho inciso un disco ho sempre mantenuto l’approccio di chi desidera divertirsi, a differenza di quando ho prodotti gli altri.
Lì?
Sento la responsabilità di entrare in classifica.
Il suo primo album solista è del 1976.
Era il periodo del biglietto proletario e il pubblico non voleva pagare i concerti; in quella fase contestarono pure Francesco De Gregori e Antonello Venditti; noi musicisti de Il Volo, con Alberto Radius, Vince Tempera e Gianni Dall’Aglio, economicamente abbiamo resistito due anni, due anni e mezzo poi ognuno ha preso strade diverse. Io sono tornato al ruolo di produttore.
Neanche qui ha pensato: è finita un’altra volta…
Per fortuna già vivevo con i diritti d’autore.
Le è dispiaciuto non avere il riflettore per sé?
No, poi nel 1983 ho pure vinto il Telegatto come music maker. Mi piace.
Bene.
Poi, per carità, ho commesso delle ingenuità
Esempio.
Un giorno sono alla Numero Uno e mi chiama Mogol per un brano di Nicola Di Bari: “Mario c’è una melodia…”. Nicola prende la chitarra in mano, anche se non sapeva suonarla. “Sentiamola”. Ascolto, compongo l’armonia e me ne vado. Era La prima cosa bella e avrei potuto metterci anche la mia firma, invece non ho chiesto nulla. Quel brano ha fatto il giro del mondo.
Ha mai rischiato di perdersi?
Negli anni con Loredana c’è stato un certo sbandamento; però ho tenuto duro.
Come?
Le botte di culo servono quasi sempre; (resta in silenzio)
A cosa pensa?
Vita è rimasta nel mio cassetto per sei anni, rifiutata da vari artisti come Fiorella Mannoia e Mina. E devo ringraziarle, perché se avessero accettato poi magari sarebbe diventato un brano qualsiasi di un album. Invece devi trovare il posto giusto al momento giusto.
Del brano era convinto.
Per questo non l’ho mollato; inizialmente doveva intitolarsi Angeli sporchi, perché racconta di un innamoramento vissuto da Mogol con una ragazza amica di mia moglie. Un classico.
Cosa?
Ogni album di Battisti è una fidanzata di Mogol. Io le ho conosciute tutte. Così Angeli sporchi (e la canta nella versione originale “cara, in te ci credo…”). Poi è arrivato Dalla, genio, è andato da Mogol e gli ha detto: “Non possiamo cantare cara, in te ci credo… Meglio se diventa vita in te ci credo”.
Morandi con Dalla.
Collaborativi, ma ogni tanto si piccavano.
Qualche vaffa.
Magari nei concerti uno dei due stava sul palco, partiva l’applauso, a quel punto entrava l’altro e lo interrompeva. Lì scattava il vaffa.
L’ego conta.
Sono tanti quelli egoriferiti.
L’artista è riconoscente?
Ornella Vanoni, sì.
Con chi è andata meno bene?
Fiorella Mannoia; nel 1983 aveva avuto dei problemi con Caterina Caselli che provocò la chiusura del contratto discografico e una conseguente crisi. Sono stato io a proporle Come si cambia di Pareti e Piccoli che insieme all’Ariston portammo a Sanremo. Da lì tutto è realmente partito.
Comunque cita tutte grandi personalità. Oggi i giovani artisti sembrano meno pronti al rischio…
C’è un’omologazione spaventosa e poi i brani durano pochissimo; Il primo giorno di primavera è uscito a marzo ed è andato in classifica a settembre. Sei mesi per diventare grande. Oggi, se va bene, un pezzo nasce e muore in sei mesi.
Gioco dei “più”: l’artista più libero/a che ha conosciuto?
Ornella Vanoni, senza dubbio. Poi Loredana e Fiorella, anche se proprio Fiorella è più attenta alla scelta delle canzoni: le devono calzare alla perfezione.
Più folle.
(Immediato) Loredana.
Con più talento.
Ornella.
Sempre lei.
Abbinava l’intelligenza a cultura e ironia.
Più sottovalutato/a.
Purtroppo Alessandro Bono, vittima dell’eroina e poi dell’Aids. Ma era bravissimo, fenomenale. Chissà che carriera avrebbe avuto.
Il più determinato/a.
(Sorride) Mi tocca ripetere lo stesso nome: Ornella.
E tre.
Con lei era possibile il contraddittorio, le liti, anche aspre, mentre la maggior parte degli artisti si circondano di yes man.
Vanoni soffriva realmente Mina?
Ma no, era solo concorrenza. Ogni tanto si chiamavano.
Il più erotico/a.
Senza dubbio: Loredana.
Sempre e solo donne.
Aggiungo Anna Oxa. Un talento che avrebbe potuto essere valorizzato meglio.
Lei chi è?
Un music maker.