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 2026  maggio 10 Domenica calendario

Intervista a Paolo Colombo

Paolo Colombo è un artista e poeta italiano. Nato nel 1949 a Torino, vive e lavora ad Atene.
È italiano di nascita, ha studiato in Svizzera, abitato negli Usa e lavorato in tanti altri Paesi. Perché ha scelto Atene?
«È la città dove ho vissuto di più, 22 anni in totale. Sono arrivato per la prima volta a 19 anni, dopo aver fatto 8 anni di collegio nelle montagne svizzere. La mia prima vacanza era stata a Creta, ed era stato un risveglio, l’innamoramento per la terra, la campagna, la luce, tutto. Ho amato la vita in Grecia, e all’epoca non era facile: era l’estate del 1968, e al governo c’era una giunta di colonnelli. Molti miei amici pensavano che fosse sbagliato andare in un Paese governato da una giunta militare, ma io ero a Creta, con gente che doveva sopravvivere e che non amava i colonnelli».
Parlava greco?
«Un po’, ma la gente era molto ospitale e incredibilmente accogliente con chiunque tentasse di parlare la loro lingua».
Fu in Grecia che lei si rese conto di voler fare l’artista?
«Lo sapevo da quando avevo 12 anni. Nelle prime due settimane di collegio avevo capito che volevo dipingere. Non l’avevo formulato come “voglio fare l’artista”, ma il nostro insegnante di disegno ci aveva chiesto di portare in classe una scatola di colori Caran d’Ache, due pennelli e matite. Alla terza lezione ci dettò un passaggio di Thomas Mann e ci chiese di illustrarlo. Io decisi subito che avrei voluto fare quello, per sempre. Fino ai miei 18 anni non avevo idea della Grecia. Avevo letto l’Iliade e l’Odissea perché facevano parte del programma scolastico italiano, e sapevo che Ugo Foscolo era in realtà un poeta greco che scriveva in italiano».
Quando ha deciso a trasferirsi ad Atene?
«Andavo in vacanza in Grecia e avevo scoperto altre isole. Nel febbraio 1972, mentre studiavo letteratura inglese e straniera all’università di Roma, ero andato a un concerto di Theodorakis. Era stato di una bellezza incredibile. Era in esilio, difendeva l’idea della democrazia in Grecia. Nella fila davanti alla mia era seduta una giovane, e mi ero reso conto che se non l’avessi conosciuta non avrei mai scoperto la felicità. Lei abitava negli Usa, e la invitai a venire in Grecia, in una casa che avevo affittato per noi, a Paros. Lei aveva gravi problemi, era stata ricoverata in Connecticut e io decisi di starle vicino. Ero riuscito a ottenere una borsa di studio per un anno a Yale. Ci eravamo incontrati tre o quattro volte, e poi lei sparì. Dopo la borsa di studio, dovevo lasciare gli Usa per due anni, e optai per la Grecia perché io e lei amavamo la poesia greca e leggevamo i versi di George Seferis. Se non ero con lei, almeno sarei stato in un posto dove entrambi volevamo essere. E fu così che nel 1977 arrivai in Grecia».
Lei è un artista, ma anche un poeta?
«Sono stato prestato dal mondo dell’arte a quello delle parole. Scrivo poesie, e prose molto brevi. Al liceo, ero indeciso se diventare pittore o scrittore. Tendo a vedere per immagini, e l’immagine è il cuore della poesia».
Molti suoi lavori sono delle poesie dipinte?
«Nel 1977, dopo essermi trasferito in Grecia, ho cominciato a tradurre alcune delle mie poesie in grandi opere di disegni a matita, ciascuno di 800.000 o 1.200.000 punti. A causa della condensazione dei punti intorno alle lettere si poteva leggere il testo, come se fosse scritto su sabbia o nella nebbia. Erano grigio chiaro su bianco, andavano da un metro a 2,5 metri, ed erano parte di un processo meditativo: facevo 4-5 punti, poi affilavo la matita e ne facevo altre 4-5, lo stesso gesto ripetuto per mesi, con i trucioli delle matite che diventavano pile sotto il tavolo».
Perché scrive in inglese e non in greco?
«Non parlo abbastanza bene il greco, e le mie prime poesie erano state scritte in inglese e italiano, perché l’italiano è la mia lingua e la mia vita sentimentale era in inglese».
Si sente molto influenzato dalla musica?
«Dalla musica greca, che si sposa facilmente con la poesia. La lingua è molto legata alla pittura. Le faccio un esempio di una poesia: “At night, the blind women of Athens mend clothes and speak of angels”, in italiano “La notte, le cieche di Atene rammendano e parlano di angeli”. Si parla di tempo e luogo, è un’immagine di complicità, solidarietà, donne che sussurrano al buio. È un’immagine che non può che essere poesia, se non altro perché se sei cieco non rammendi. La versione inglese è diventata un dipinto».
Come si collegano le sue poesie e la sua arte?
«Un altro esempio è la poesia più breve e austera che abbia mai scritto: 4 parole e 14 lettere. Bisogna immaginarsi una notte buia, vedere attraverso un tulle nero, nell’oscurità con i riflessi gialli della luna su quello che potrebbe essere il cielo, o il mare. È composta da 4 parole, una a ogni angolo: Wax Wane Ebb Neap. Le prime due sono fasi della luna, le altre fasi delle maree. Quando le leggi, ricamate sopra il tulle, capisci che oltre il tessuto c’è il buio della notte e del mare. Non ci vuole molto a ricordare quattro parole, ma ciascuna richiede un lungo silenzio, che racchiude 28 giorni e 6 ore delle fasi lunari e delle maree».
Qual è la differenza tra una poesia scritta in un libro e una che diventa un’opera d’arte?
«Questa poesia esiste solo come opera, perché nessun libro permette le distanze e il silenzio tra Wax Wane e Ebb Neap. Mi ci sono voluti tre mesi per dipingerlo, e puoi capirlo in tre secondi».
La Grecia le sembra molto cambiata? E i suoi sentimenti per la Grecia?
«La Grecia è cambiata, ma non ha cambiato i miei sentimenti. È come un porto in cui sono sbarcato. Nell’adolescenza cambiavo camera e coinquilino ogni anno, ogni sei mesi, la mia vita era un tavolo, un letto, una sedia e una mensola per i libri. Arrivato in Grecia, ho provato quella sensazione straordinaria di cui scrive Seferis, di svegliarsi in un piccolo porto dove non eri mai stato prima: le imposte sono chiuse perché è l’alba, ma c’è un senso di sicurezza, riposo, pace. Ho trovato questo, e l’ho sempre amato, anche quando è cambiato».