Specchio, 10 maggio 2026
Ubriachezze letterarie
La scrittura chiama l’alcol e l’alcol chiama la scrittura. Questo assoluto, la cui verifica empirica è abbastanza semplice (basta leggere le biografie della maggior parte degli scrittori), è solo l’inizio della questione. La domanda da porsi non è se gli scrittori bevano, bensì se il bere faccia bene o male alla scrittura. Insomma, gli scrittori hanno scritto grazie all’alcol o nonostante l’alcol? Nei riti dionisiaci, in cui al vino era riservata una centralità assoluta, l’ebbrezza era vista come una possessione, si raggiungeva lo stato di entheos cioè “avere il Dio dentro”. Nei baccanali, con Dioniso trasformato in Bacco, il rapporto con l’ubriachezza era rimasto sostanzialmente invariato: una salvifica vacanza dall’io (in Grecia addirittura normato, nell’antica Roma tollerato), che però aveva una valenza più sociale che artistica. In epoca moderna la prima, vera fascinazione per l’alcol l’hanno avuta i poeti maledetti, grazie all’assenzio. Chiamato la “Fata verde” per il suo tipico colore smeraldo, che diventava opalescente quando veniva allungato con acqua ghiacciata, era un distillato ad alta gradazione alcolica che faceva impazzire Paul Verlaine e il suo giovane amante Arthur Rimbaud. La poetica del secondo si poggia sull’immagine del Veggente, la visione arriva grazie a «un lungo, immenso e ragionato deragliamento di tutti i sensi». Se la poesia mise le ali, la storia d’amore non finì bene, suggellata dallo sparo con cui Verlaine attentò alla vita di Rimbaud. Nel Novecento gli Stati Uniti, con la loro influenza geopolitica, cominciarono a fare tendenza anche nei gusti alcolici: Ernest Hemingway non esportò solo il realismo ma anche la passione per il mojito e il daiquiri. All’opposto Charles Bukowski e Raymond Carver riscattarono la figura dell’ubriacone da discount, quello a cui basta del vino in cartone e una confezione di birra da sei. Nel mezzo l’epopea dei Beatnik, con Jack Kerouac, il suo cantore più fulgido e belloccio, che sveniva ubriaco sui divani prima dei reading e che morì di cirrosi epatica (come Truman Capote e molti, troppi altri). Né le scrittrici si sono tenute lontano dalla bottiglia. Dorothy Parker era una estimatrice del Martini, Patricia Highsmith del gin, Carson McCullers dello sherry (di cui pare riempisse un thermos che portava con sé ovunque). Elizabeth Bishop, poetessa premio Pulitzer, era nota per le sue sbronze epiche; si racconta che, finite le scorte nel mobile bar, attaccasse a bere l’acqua di colonia. Celebre la battuta di Francis Scott Fitzgerald, compagno di sbronze di Hemingway nella Parigi degli artisti immortalata in Festa mobile: «Prima prendi un drink, poi il drink prende un drink, poi il drink prende te». Proprio a Fitzgerald, la cui scadente fortuna letteraria fu inversamente proporzionale al suo talento, si devono le considerazioni più lucide e amare riguardo alla smitizzazione dell’alcol. Ne Il crollo, il suo scritto più onesto e spietato, riflette sulla perdita della propria integrità paragonandosi a un piatto rotto, e incolpa l’alcol di aver annullato la sua capacità di provare sentimenti autentici, lasciandolo svuotato. Insomma, più che un discutibile coadiuvante alla scrittura, l’alcol sarebbe stato la rovina delle migliori penne della sua generazione. Siamo lontani dal romanticismo con cui Marguerite Duras nel memoir Scrivere elogia il vino rosso in quanto elemento intrinseco, quasi imprescindibile, della sua scrittura. Da noi il campione dei beoni è stato Luciano Bianciardi, scrittore maremmano trapiantato a Milano morto di cirrosi epatica a soli quarantanove anni, dopo aver scritto un’opera esplosiva e ingurgitato uno spropositato numeri di bicchierini al bar Jamaica (fu nel leggendario locale di Brera che prese l’ultima sbornia prima del coma etilico, anno di grazia 1971). Rispetto ai ditirambi alcolici degli scrittori di ogni ordine e grado, Stephen King ci mette una pietra: «Hemingway e Fitzgerald non bevevano perché erano creativi (…) Bevevano perché è quello che fanno gli alcolisti (…) Siamo tutti uguali quando vomitiamo ai bordi della strada». Riflettendo, più che un elemento di eccezionalità trasgressiva, l’alcol potrebbe rivelarsi una livella. Al limite una sostanza che può trasformare, almeno temporaneamente, un genio in un cretino. Resteremo col dubbio, non potendo scindere il talento dall’alcol. E non bisogna mai dimenticare la teoria dell’ostrica: la perla è il risultato di un meccanismo di difesa. La perla nasce da un’irritazione, un male interno. Allo stesso modo, lo scrittore utilizza le proprie ferite, traumi o esperienze dolorose per generare bellezza e significato. E una delle sostanze che lo aggredisce – da cui si lascia aggredire più volentieri – potrebbe benissimo essere l’etanolo.