La Stampa, 10 maggio 2026
Intervista a Laura Morante
«Siamo una categoria poco amata dalla classe politica, i criteri con cui si assegnavano i fondi erano da rivedere, ma erano importanti, specie per il cinema non commerciale. Punire la cultura è terribile, ma anche un calcolo sbagliato, perché è quella che ha reso grande il nostro Paese». Laura Morante si racconta al Riviera International Film Festival, dove presenta il film su Grazia Deledda Quasi Grazia di Peter Marcias, appena uscito al cinema. Ha in arrivo altri due film: La morte ci divide di David Chavez Graz, in cui interpreta una madre superiora nel Medioevo, e Lucca Mortis di Peter Greenaway che però «non ho mai visto, era sempre al monitor, veniva sua moglie a parlarci sul set».
Dopo Sibilla Aleramo e Alda Merini porta sullo schermo Grazia Deledda, com’è stato ridarle vita?
«Interpreto la Deledda “centrale”, tra la giovinezza (interpretata da Irene Maiorino, ndr) e l’età più matura (Ivana Monti, ndr). Una donna che ha dovuto lottare contro il mondo intellettuale maschile dominante, che c’è ancora oggi. Ha vinto il Nobel nel 1926, era realizzata, riconosciuta, ma il suo sentirsi incompresa riemerge nel film attraverso la figura della madre che rievoca. Una sorta di voce della coscienza che la rimprovera».
A lei capita mai di sentirla?
«Sì, ogni tanto per fortuna sta zitta».
Rispetto a Merini che sfida è stata interpretare Deledda?
«Se il problema per la prima è che negli ultimi anni era molto presente in tv e tutti la ricordavano, della seconda nessuno sapeva, non ci sono immagini di Deledda se non quando ritira il Nobel».
Sua madre era severa come quella di Deledda nel film?
«Per niente, era strana e meravigliosa. Vedeva il mondo alla rovescia, era capace di dire a mio fratello maggiore quando marinava la scuola “Hai fatto bene”, o vedere Berlusconi in tv e dire: “Povero, mi fa pena, vorrebbe tanto piacere"».
Lei come madre com’è?
«Ho sofferto le separazioni dalle figlie per via del lavoro, i sensi di colpa e tutto, ma si trattava di lavorare quattro mesi l’anno, il resto del tempo lo dedicavo a loro. Ho fatto del mio meglio».
Le sue figlie Eugenia Costantini e Agnese Claisse sono attrici. La seconda è nel film Roma elastica che sarà a Cannes, andrà ad accompagnarla?
«Non credo, non so neanche se andrà lei. Agnese è molto più che antidiva. Peggio di me, che non amo la vita mondana, preferisco stare nel mio studio a scrivere».
Che ricordo ha della Palma d’oro a La Stanza del figlio?
«L’ho saputo dai giornali, non c’ero, nessuno mi ha chiamato. Per Nanni Moretti la Palma ha cambiato molto, per gli attori non particolarmente. Però mi sembra ad oggi una delle mie cose più riuscite».
Con Moretti è da allora che non lavora.
«Sono passati tanti anni, non so come sia ora. Ai tempi ogni tanto era affettuoso, altre volte per nulla. Quando presentammo La stanza del figlio al Nuovo Sacher disse: “Ti spiace se chiamo Jasmine Trinca e gli altri sul palco e te no?”. Risposi di fare come volesse, sul palco disse: «Laura non viene sul palco perché è timida». E così tutta la promozione, è terminato tutto in modo sciocco».
Attori con cui ha amato lavorare?
«Marcello Mastroianni, Jean- Louis Trintignant, Ennio Fantastichini, Silvio Orlando. Il peggiore è stato Harvey Keitel, con le sue manie di protagonismo».
Viene da una famiglia di scrittori, Elsa Morante, Alberto Moravia...
«Un’eredità pesante. Non posso certo chiamarmi scrittrice, anche se sto per pubblicare il secondo libro con La Nave di Teseo. Si chiama Dieci storie pop, un libro di novelle ispirate a canzoni pop italiane degli Anni ’60, da Tintarella di Luna a La Bambola. Sono cresciuta ascoltando le canzoni dei miei fratelli maggiori, sul set di Ferie d’Agosto tutti mi chiedevano “Ma quanti anni hai?” quando confessavo i gusti musicali».
Che rapporto aveva con sua zia Elsa Morante?
«Al di là del suo valore incontestabile come autrice ricordo il suo carattere difficile. Era spietata nei giudizi, non propriamente simpatica. Aveva una predilezione per me perché ero una bambina difficile, timida, mi invitò a casa sua a Roma e ricordo quei giorni come un incubo. Per fortuna ero sonnambula, la notte camminavo, chiacchieravo, alla fine mi rimandò a casa. Non capì neanche mia madre, la giudicava come la piccolo borghese che non era, i famosi caratteri impossibili degli scrittori. Ma come narratrice era brava».
Lei sa dirsi brava oggi?
«Faccio fatica. Non mi trovo brava, ad esempio, nel buon film La bellezza del Somaro di Castellitto, mi preferisco a teatro diretta da me in Io Sarah, io Tosca, su Sarah Bernhardt. Trovo facile autodirigermi, quando Gianni Amelio vide il mio primo film da regista Ciliegine"disse: “Non farti mai più dirigere da nessuno, fai meglio da sola"».
Cosa non sa fare diretta da altri?
«Piangere. Mi ripugna, mi fa senso, e allora via con cipolle, mentolo. Sul set de La stanza del figlio piansi rivedendo una scena al monitor, mai di fronte la cinepresa».
È vero che non le finanziano il terzo film da regista?
«Ho una sceneggiatura pronta da tempo, più un progetto di una coproduzione franco-italiana, tre film di mezz’ora di tre registi, oltre a me c’è Fanny Ardant e un altro nome, ma neanche quello si riesce a fare. Non mi stupisce, non sono stata amata dai produttori neanche da attrice. È un miracolo che abbia fatto i film che ho fatto. Da anarchica non sono mai stata brava a conquistare i potenti».