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 2026  maggio 10 Domenica calendario

Luca Carboni ricorda Dalla

Tratto dal libro “Luca non parlava mai"
Il Professore del silenzio passava Da Vito tutta la notte. Se ne stava seduto al solito posto, da solo. Aveva una bottiglia di bianco davanti e in un bicchiere di quelli da osteria si versava da bere, poco alla volta. Centellinando il vino, puntando all’alba. Intanto, guardava il muro, senza parlare.La sua sagoma fissa, muta e pensosa, più o meno all’ingresso della trattoria, pareva rallentare il tempo, dilatare il buio. Prometteva, a noi che entravamo, ore piccole e inaudite.
Il nome, «Professore del silenzio», glielo aveva dato Lucio il giorno in cui qualcuno aveva ipotizzato che quel tizio, misterioso e ormai per tutti familiare, potesse essere un docente universitario. Lucio Dalla, sì. Che qualche metro più in là, praticamente in vetrina, dormiva beato sul frigo dei gelati. Steso, e con il berretto di lana – la famosa papalina della copertina del 1980 – calato sugli occhi.
Proseguendo, scendendo due scalini, si entrava nella sala principale. La quiete si frantumava di colpo, il volume s’alzava, e le conversazioni s’intrecciavano nell’aria, mescolandosi in geniali pezzi di assurdo. Tobia Righi, uomo di fiducia di Lucio, usciva gridando: «Più badili e meno chitarre», era il suo modo di salutare prima di andarsene.
Al tavolo di sinistra, Francesco Guccini, soprannominato «Il maestrone», l’oste Vito, Jimmy Villotti e altri giocavano ai tarocchi. Poco oltre, un gruppetto capitanato da Stefano Bonaga discuteva per un fuorigioco o un rigore non concesso al Bologna oppure per l’ultima partita di basket della Virtus. Bonvi, Renzo Cremonini e altri amici dissertavano animatamente, ad appena qualche metro di distanza, su cosa dovesse fare o non fare il PCI. Infine, dalla saletta in fondo, arrivavano chiacchiere e risate a squarciagola: era il tavolo delle donne, fidanzate e non.
Quando Lucio si svegliava, stiracchiandosi, dava un’occhiata tutt’intorno per valutare, sulla base dell’argomento trattato, a quale comitiva unirsi. Dormiva come i gatti e ogni tanto spariva. Lui ai tarocchi non giocava, cedeva al massimo a qualche briscola ogni tanto.
Spesso andava dritto al tavolo delle donne, stava un po’ con loro, le ascoltava, e raccontava di quanto gli mancasse Marianne, la sua fidanzata francese, sempre in viaggio per il mondo a vendere giubbotti antiproiettile. Il più delle volte, però, si annoiava perdutamente e allora mi si avvicinava:
«Luca, mi sono rotto, andiamo?».
E andavamo. Facevamo un paio di giri dei viali sulla sua 131, con la radio a palla o mettendo le cassette. Mentre passavano le canzoni, ci cantavamo sopra e cambiavamo le parole in diretta, cercando (con grande presunzione) di migliorare il testo. Un divertimento e un esercizio al tempo stesso. Nessuna canzone si salvava dal nostro intervento, a parte i capolavori: quelli erano intoccabili!
Comunque: «Miglioratori di pezzi», così ci definivamo. E venivano fuori delle cose incredibili! A volte riuscivamo davvero a migliorare qualche brano, altre volte no, sparavamo solo delle enormi cazzate e ne ridevamo come dei matti.
Tornati da Vito, Lucio mi faceva la solita morale sull’importanza del linguaggio. Era per lui una fissa e pian piano lo è diventata anche per me. Poi, verso le quattro, quattro e mezza del mattino, se non c’erano in atto discussioni avvincenti, ci si salutava, si tornava a casa. Dormivamo di giorno.
Se penso a Lucio, prima ancora delle sue canzoni e delle nostre collaborazioni, penso a quelle notti insieme nella Trattoria Da Vito, in Cirenaica, dove ci siamo conosciuti.
Era il 1981, e con altri amici del quartiere e della parrocchia frequentavamo Giorgio Pess, un ragazzo che abitava nella nostra zona. Era in sedia a rotelle, non riusciva a controllare i movimenti del corpo, non parlava, ma era molto intelligente. Imparammo a comunicare con lui seguendo il suo sguardo che scorreva sulle lettere dell’alfabeto stampate su un plexiglass che noi tenevamo in mano. Lettera per lettera, Giorgio ci faceva capire le parole che intendeva.
Andava al liceo, aveva degli operatori che lo accompagnavano e lo riportavano. Ma al di fuori della scuola era sempre costretto in casa, purtroppo, un piccolo appartamento in via Bovi Campeggi. Con Giorgio parlavamo tanto di sport, soprattutto di basket. Lui era accanito tifoso della Virtus, io della Fortitudo.
Gli raccontavo le partite che andavo a vedere, perché avevo l’abbonamento. Quell’anno, la squadra si chiamava Latte Sole e ci giocava un mio mito, l’americano Marcel Starks (l’altro americano era Charles Jordan).
Un giorno il padre di Giorgio ci chiese se ce la sentivamo di accompagnare il figlio al Palazzo dello Sport, la domenica pomeriggio, quando c’era bel tempo, solo noi ragazzi. Accettammo volentieri. Anche se tifavo Fortitudo, amavo talmente il basket da vedere con piacere anche la Virtus.
Quella poi era la Virtus Sinudyne di capitan Renato Villalta; ci giocavano anche Maurizio Ragazzi, Marco Bonamico, Maurizio Ferro, grande «tiratore da tre», fratello di Tullio Ferro, componente della rock band Luti Chroma, poi diventato, di lì a poco, autore di bellissime musiche di Vasco, come Vita spericolata, Splendida giornata e tante altre ancora.
Lo spazio riservato alle sedie a rotelle era di fianco al parterre dove aveva l’abbonamento Lucio Dalla, tanto appassionato di basket da chiamare le sue due società musicali Assist e Pressing, parole che derivavano esplicitamente dalla terminologia della pallacanestro.
Una domenica pomeriggio di quell’anno, Lucio era con Ron. Nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo feci una corsa al bar a prendere un caffè: tutti ormai erano rientrati, stava ricominciando la partita. Il bar, perciò, era quasi deserto. Quasi, perché c’era Ron che beveva un tè.
Ero emozionato, lo seguivo da quando avevo sentito I ragazzi italiani in Banana Republic, il tour di Dalla e De Gregori; e mi era piaciuto tantissimo il suo disco Una città per cantare, uscito da poco. Presi coraggio e timidamente gli raccontai che avevo una band, i Teobaldi Rock. Gli chiesi come potevo fargli avere una cassetta con i nostri pezzi, e lui fu molto gentile: mi disse di lasciarla alla Trattoria Da Vito, perché quando era a Bologna, con Lucio, ci passavano spesso le serate.
Mi spiegò che era un locale dove si trovavano tanti musicisti bolognesi, ed era meravigliato per il fatto che non lo conoscessi. Lo ringraziai e tornai da Giorgio.
Qualche giorno dopo pensai di seguire il suo consiglio e di andarci, da Vito, ma ebbi l’idea di portare una busta con una decina di testi scritti a penna, invece della solita cassetta. Niente musica, soltanto parole. Avevo 19 anni.
Leggo, nell’agenda di mio padre:
Venerdì 9 ottobre 1981
Luca da Vito, Lucio letto parole 3 canzoni.
In realtà erano un po’ di più.
Deve esserci stato senz’altro un allineamento perfetto di pianeti e stelle, quella volta, perché proprio mentre sfidavo la timidezza per giocarmi le mie carte, in cucina, seduti attorno a un tavolo riservato, Lucio Dalla, gli Stadio, il produttore Renzo Cremonini, il fotografo Roberto Serra e il regista Ambrogio Lo Giudice stavano discutendo dell’esigenza di trovare giovani autori di testi per il gruppo di Gaetano Curreri che, alla Fonoprint di via de’ Coltelli, stava realizzando Stadio, l’album d’esordio.
È incredibile, ma ho visto la scena mentre accadeva, insieme ad Anto, da una finestra che affacciava sul sogno: Vito che consegna la mia busta piena di fogli a Lucio, Lucio che la apre, nonostante fosse indirizzata a Ron, legge i testi e comincia subito a farli girare fra i suoi commensali.
Poi si alza, va nell’altra sala, quella col telefono nero attaccato al muro e, non sapendo che io stessi spiando la scena da fuori, chiama casa mia, al numero che avevo lasciato sulla busta, e risponde mia sorella Grazia.
Dopo poco ero al tavolo con loro e, l’indomani, già in studio con gli Stadio a lavorare al testo di Navigando controvento.
Sempre dall’agenda di mio padre:
Lunedì 12 ottobre
Compleanno Luca, in studio Fonoprint.
Da quell’istante sono diventato il loro autore di riferimento per i testi degli album successivi.
In quel periodo credevo ancora fortemente che il mio destino fosse fare musica con i Teobaldi Rock. Nella band io scrivevo i pezzi e suonavo chitarra e tastiere: avevamo già un cantante e non mi era mai passato per la mente che potessi essere io. Non ci avevo nemmeno provato, a cantare.
Poi però, quando la band si è sciolta, Lucio mi ha fatto uno scherzo. Un giorno, in studio, ha registrato la mia voce mentre accennavo agli Stadio un testo nuovo. Dovevo far sentire loro la suddivisione metrica delle parole, per questo gliela stavo cantando, ma quando sono tornato in regia, al mio posto, Lucio ha fatto partire la voce dalle casse.
Era la mia, ed era la prima volta che la ascoltavo, che mi ascoltavo, e la cosa mi emozionava parecchio. È stato Lucio, sempre Lucio, a convincermi che potevo anche cantare quello che scrivevo.
Aveva dato un nome al Professore del silenzio, dicevamo, e la voce a me. Aveva schiacciato un pulsante, e io mi ero acceso.
Sono andato di corsa a comprare un registratore Teac a quattro tracce e ho cominciato a registrare nella cantina di via Cesare Battisti, Mutanda Rock, le canzoni di quello che sarebbe diventato il mio primo album:...intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film.
A Bologna, i suoi amici più intimi lo chiamavano «Ragno». E Lucio, come un ragno, ha tessuto per tutta la vita un’immensa ragnatela, in cui siamo caduti dentro tutti.
Ci ha catturato con l’ironia, l’intelligenza, la fantasia, con la tenerezza profonda, la sua mimica e un’inedita, straordinaria musicalità. Ci ha catturato provocandoci e, senza farsene accorgere, anche consolandoci.
Era allo stesso tempo selvaggio e raffinato, proletario e intellettuale, scugnizzo e padre premuroso, sensibilissimo e spietato, laico e religioso. «Comunista cristiano», si definiva nei concerti. Libero, ribelle, zingaro felice e clown.
Amava sovvertire continuamente le regole nel gioco, amava stimolare, insegnare, raccontare, ma sapeva, soprattutto, ascoltare.
Oltre che di canzoni, Lucio era un miglioratore di vite.
Inclusa la mia.