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 2026  maggio 10 Domenica calendario

Intervista a Benedetto Bellucci

«Sa qual è il segreto del marketing? Il venditore deve usare la psicologia, guardarsi attorno, iniziare a parlare con chi gli sta di fronte. Usare i primi dieci minuti, che sono fondamentali, per mettere il cliente a suo agio».
Benedetto Bellucci, 85 anni, ha creato un colosso dell’informatica senza aver mai acceso un computer. «Sono nato a Sesto Calende, in provincia di Varese, il 2 dicembre del 1940. Mio padre era un trasvolatore atlantico, uno degli uomini di Italo Balbo. Prima di sposarlo, mamma gli dice: “Non voglio più che fumi e che voli"». Lui accetta, sceglie l’ufficio e un percorso che, nel 1953, lo porta a Torino: «Ho studiato ragioneria all’Istituto La Salle. Però avevo il pallino del commercio. Andavo in Piazza Bodoni a vendere libri usati: giravo con una ventina di valigie piene di volumi. Nel 1960 avevo già un buon giro d’affari. Ricordo un pomeriggio: tornavo a casa in bicicletta e avevo incassato trecentomila lire. Una cifra assurda. Dico a papà: “Verrà la Finanza a cercarmi?"».
Bellucci crea, anche se solo virtualmente, la “Used Books Company": un cartellone sul monumento, traffico già dal mattino, clienti fidelizzati. «Un giorno arriva un giornalista della Gazzetta del Popolo e fa un articolo su di me».
Quel pezzo cambia tutto. «Durante una riunione, il direttore della Lagomarsino di Torino, all’epoca la seconda azienda più importante d’Italia dopo Olivetti, dice: “Avremmo bisogno di un agente come lui"». Un amico lo contatta ed è l’inizio della carriera: entra in ditta nel giorno del compleanno. «Ventimila lire di stipendio e quattromila di rimborso tram per arrivare in zona San Paolo. Sono partito così: bussando alle porte». Il primo giorno si presenta alla Rambaudi e incrocia il patron, che gli ordina «una macchina per scrivere e una calcolatrice per mezzo milione di lire. Torno in ufficio e divento un piccolo mito». La scalata è rapida: clienti speciali, Fiat, grandi industrie. «Seguivo l’ingegner Virginio Bruni Tedeschi, presidente Ceat, nonno di Carla Bruni. Era il primo contribuente della città. Dopo una trattativa durata un anno, gli vendo centinaia di calcolatrici Monroe, le numero uno al mondo, costosissime».
A quel punto, il bivio. Milano lo chiama, c’è un posto da direttore alla Standa; lui resta sotto la Mole. «E mi nominano responsabile marketing». Benedetto si specializza da solo: «Il sabato andavo in biblioteca a leggere i libri americani. In Italia quella disciplina non sapevamo neanche cosa fosse». Finirà per insegnarla: «I commerciali li ho formati tutti. Li prendevo senza esperienza e li portavo dai clienti». Il primo consiglio: «Aprite La Stampa, su Torino bisogna sapere tutto».
È il 1966 quando sceglie di mettersi in proprio. «Vendevamo apparecchi per scrivere, calcolatrici e impianti interfonici». L’intuizione è già quella corretta: non solo business ma servizio. «Hardware e software insieme. Il cliente doveva premere un tasto, al resto pensavamo noi».
Negli anni ’70 arrivano i primi progetti di peso. «Abbiamo meccanizzato e sviluppato sistemi per tutte le autostrade del Piemonte e buona parte dell’Italia. E alle Molinette abbiamo steso chilometri di cavi per i sistemi di ricerca persone. Si vedono ancora i fili». L’informatica entra nelle aziende, ma non è un percorso lineare. In quel momento Bellucci è uomo Apple, un sistema complesso. Quando passa il treno giusto, rischia di non salire: «Ibm mi propone la concessione delle macchine per scrivere. Dico di no. Non avevo capito che il mondo stava cambiando». Col senno di poi, «una decisione sbagliata, presa perché correvo sempre». La commessa finisce a un concorrente. «L’anno dopo la casa americana tira fuori il pc e si affida a loro. Ne vendono migliaia».
Bellucci potrebbe restare indietro, ma torna dai manager Ibm e li convince a puntare su di lui. «Entriamo come quattordicesimi concessionari del Piemonte». Mossa giusta.
La squadra cresce: programmatori, tecnici. Il rapporto con Armonk resiste anche negli anni Novanta e da qui passa un pezzo della storia industriale italiana. «Giovannino Agnelli veniva da noi a fare i corsi. Era un ragazzo meraviglioso».
Nei suoi racconti, la città è un crocevia di pionieri. «Prima di creare Apple, Steve Jobs si è fermato a Torino per diversi giorni. C’era da risolvere un problema software legato ai jukebox che arrivavano dagli Stati Uniti». Ma il momento più bello è con l’altro simbolo del tech globale: Bill Gates, che prima lo incontra in Assolombarda e poi, dopo aver acquistato il Codice Leicester di Leonardo da Vinci, lo invita in Laguna con altri fornitori. «Lo ricordo puntualissimo, vestito in modo semplice».
È un periodo di sviluppo: il primo tecnigrafo elettronico in Fiat, «che rivoluziona il modo di lavorare», le grandi commesse pubbliche, le Ferrovie. «Centinaia e centinaia di copiatrici all’anno in tutte le stazioni». Infine, il salto di scala: «Nel 2004 chiudiamo il contratto più grande della nostra storia con una banca».
A sessant’anni dalla nascita l’azienda è cambiata, ma non troppo. Al vertice c’è il figlio Alberto e al quartier generale torinese si sono affiancate sedi a Roma e Catania. Oltre ai software, si ragiona di data center e intelligenza artificiale. «Siamo un system integrator. Facciamo la postazione di lavoro a tutto tondo e il servizio».
Al piano più alto della palazzina di corso Galileo Ferraris c’è un piccolo museo privato. Custodisce l’Apple Europlus, rarissimo, e il primo pc Ibm. Ogni tanto Benedetto sale le scale per guardarli. Ma continua a non accenderli né a leggere le mail: «Me le stampano». Sorride. «Però non ne perdo una».