La Stampa, 10 maggio 2026
Un italiano su 4 coinvolto da Garlasco. Per il 53% non ci sarà mai una verità
Il bisogno di verità è una delle forze più ostinate che attraversano una società. Non sempre coincide con la giustizia, non sempre trova risposta nelle aule dei tribunali, ma resta lì, come una domanda sospesa che il tempo non riesce a cancellare e scava nella memoria. Ed è proprio dentro questa tensione che si colloca il caso di Garlasco, tornato ciclicamente al centro dell’attenzione pubblica e oggi, più che mai, simbolo di un rapporto irrisolto tra opinione pubblica e verità giudiziaria. Se il 53,3% degli italiani è convinto che su questa vicenda non si arriverà mai a una verità assoluta, mentre solo – un 21,1% continua a credere che sia possibile raggiungerla – o si sia già trovata -, il dato più interessante non è tanto la divisione così marcata del dato, quanto la persistenza dell’interesse.
Garlasco non è solo un fatto di cronaca, è diventato un racconto collettivo, un enigma che resiste al tempo e che, proprio per questo, continua ad attrarre attenzione, dubbi, discussioni. E dentro questo racconto, i protagonisti – volenti o nolenti – diventano figure simboliche, quasi personaggi di una storia che il Paese continua a riscrivere. Chiara Poggi resta, paradossalmente, la presenza più silenziosa. Di lei si sa poco, o meglio: poco è rimasto nel racconto pubblico rispetto al rumore che ha circondato la sua morte. Una giovane donna la cui identità è stata progressivamente oscurata dall’eco dell’indagine, dalle ipotesi, dalle contro-narrazioni. È uno dei tratti più inquietanti di questa vicenda: la vittima che scompare dietro il caso. Accanto a lei, la figura di Alberto Stasi, l’unico condannato in via definitiva. La sua posizione, giuridicamente definita, non ha però chiuso il dibattito pubblico. Anzi, continua a essere oggetto di discussione, segno di una frattura tra verità processuale e percezione collettiva che raramente si ricompone del tutto.
Poi ci sono le figure laterali, ma centrali nel racconto mediatico: Andrea Sempio, il cui nome è riemerso negli anni alimentando nuovi interrogativi; le gemelle Stefania e Paola Cappa, spesso evocate più per suggestione sembrerebbe, che per elementi concreti, simbolo di quella zona grigia dove l’attenzione pubblica si mescola alla speculazione; e – infine – Marco Poggi, figura defilata ma inevitabilmente coinvolta, testimone di un dolore che resta ai margini del clamore chiuso nel riserbo dei genitori.
È anche questa costellazione di volti e nomi a rendere il caso così persistente. Perché ogni figura rappresenta una possibile chiave, un dubbio, una versione alternativa. Tuttavia, è proprio qui che si annida il rischio: quando il racconto supera i fatti, quando le persone diventano personaggi, la ricerca della verità rischia di trasformarsi in un esercizio collettivo di interpretazione, più che di comprensione. A differenza di altri grandi misteri italiani, il caso di Garlasco appare più “vicino”, più comprensibile, meno filtrato da sovrastrutture politiche o da scenari internazionali. Non sono presenti spionaggi e sovrastrutture, è una storia che si svolge in un contesto quotidiano, riconoscibile, quasi domestico. E forse è proprio questa apparente normalità a renderla così potente: perché se la verità sfugge qui, in un contesto familiare e circoscritto, allora può sfuggire ovunque. È quello che può capitare nella casa accanto alla tua, nella famiglia che conosci, che incontri tutti i giorni… Meno geopolitica e più quotidianità.
Diverso è invece il destino di vicende come, ad esempio, la scomparsa di Emanuela Orlandi residente nella Città del Vaticano, la strage di Ustica o il caso Moro. Storie che hanno segnato profondamente la Repubblica, ma che nel tempo sono state percepite come più lontane, più complesse, più “politiche”. In esse si intrecciano servizi segreti, equilibri internazionali, dinamiche di potere che spesso risultano opache al grande pubblico, come in un kolossal americano. Il coinvolgimento emotivo, pur presente, si disperde nella difficoltà di afferrare una narrazione chiara… Troppi segreti e meno dettagli domestici.
Garlasco, invece, resta. Resta perché sembra a portata di comprensione, perché ogni dettaglio appare analizzabile, discutibile, riconsiderabile. Resta perché alimenta un dubbio continuo: e se qualcosa fosse sfuggito? E se la verità fosse lì, appena fuori fuoco? Resta perché abbiamo bisogno di dipanare il mistero, di avere risposte. Questa persistenza racconta molto anche del nostro tempo. In un’epoca in cui l’informazione è continua e frammentata, alcuni casi riescono ancora a costruire una memoria condivisa, a diventare punti di riferimento nel dibattito pubblico. Non è solo curiosità: è un bisogno di mettere un punto, di ordine, di senso. Tuttavia, forse il punto più scomodo è un altro. L’idea che una verità assoluta possa non essere mai raggiunta non riguarda solo Garlasco. È una crepa più profonda, che tocca la fiducia nelle istituzioni, nella giustizia, nella capacità dello Stato di dare risposte definitive. Accettare l’incertezza è difficile, soprattutto quando riguarda fatti tragici. Eppure, è proprio in questa tensione irrisolta che si misura la maturità di una società. Continuare a interrogarsi è legittimo. Pretendere chiarezza è doveroso. Tuttavia, occorre anche riconoscere che non tutte le storie si chiudono con una verità condivisa. Alcune restano aperte, sospese tra ciò che sappiamo e ciò che continueremo a cercare. E forse è proprio questo, nel bene e nel male, che rende il caso di Garlasco il più “appassionante” tra i misteri italiani… non perché offra risposte, ma perché continua a porre domande.