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 2026  maggio 10 Domenica calendario

Intervista a Lino Banfi

La casa di Lino Banfi è zeppa di ricordi e per nulla museale. Nello studio si sofferma, quasi accarezza, i cartonati ad altezza reale di Totò e della moglie Lucia, scomparsa tre anni fa “ma io ci parlo ancora, certe lunghe bellissime chiacchierate”, racconta l’attore, che per i novant’anni – li compie il 9 luglio – si è regalato un libro autobiografico, 90 non mi fai paura!, e uno a fumetti (Lino Banfi. La commedia di una vita di Marco Sonseri, edito da Tunué e un documentario che andrà su Rai 1 il giorno del suo compleanno Lino d’Italia – Storia di un itALIENO di Marco Spagnoli. Subito indica una lettera incorniciata al muro “Quella me l’ha scritta Fellini”.
Racconti.
«Lo incontravo in via Margutta, lui stava doppiando La voce della luna con Paolo Villaggio e Roberto Benigni, io lavoravo a un altro film. Voleva sempre che gli raccontassi dell’avanspettacolo, persone, dettagli. Mi chiese cosa significasse “soubrette di spolvero”. Gli spiegai che, quando si apriva il sipario, queste ragazze uscivano con uno spolverino in mano, in costume, e facevano finta di spolverare, così il pubblico vedeva il deretano. Lui rideva, era felicissimo. Poi gli dissi che stavo scrivendo un libro sull’avanspettacolo. Mi disse: “Voglio leggere la prima copia, ti faccio la copertina”. Gli mando il dattiloscritto, mi risponde con quella lettera: “Scusami se ti scrivo a macchina, ma la mia calligrafia delle volte non la capisco neanch’io”. E poi: “Mi hai fatto morire dal ridere. Mi hai fatto rivivere la gioventù, quando a Rimini venivano le compagnie”».
Il suo primo ricordo di bambino? «A sette anni, Canosa di Puglia, durante la guerra. Suonava la sirena, correvamo tutti in campagna, in una casa mezza diroccata. Pensavamo che lì non ci avrebbero bombardato. Le mamme degli altri bimbi mi dicevano: “Pasquale, porta il pupazzo”. Era una specie di Orlando furioso fatto con molliche di pane indurite. Lo facevo combattere con una spada finta e parlavo come mio zio Michele, che era il vero comico della famiglia: “Ti spezzo una noce del capocollo, ti metto l’intestino a tracollo”. I bimbi ridevano. E poi mi pagavano in merce: mandorle, olive, taralli. Lì ho capito che potevo servire a qualcuno. Almeno per far ridere. E che quella sarebbe stata la mia professione».
Che cosa significa, per lei che l’ha vissuta da bambino, vedere oggi la guerra tornare così vicino?
«Da bambino non capisci perché ci sia la guerra. Oggi, con il senno di novant’anni, mi chiedo: ma erano pazzi Hitler e Mussolini? Sicuramente sì. E mi chiedo anche se i pazzi di oggi non lo siano ancora di più. Quando uno ha visto la paura, le sirene, la gente che scappa, certe cose non le dimentica».
Lei ha conosciuto anche la povertà vera.
«Bruttissima. Ho dormito nelle stazioni, sui treni. Una volta mi sono fatto operare di tonsille perché così potevo stare al caldo in ospedale. Me lo consigliò un barbone. In corsia raccontai tutto al professore e lui, invece di mandarmi via subito, disse alla suora: “Questo mi sa che rimane una settimana in osservazione, due pasti al giorno abbondanti”. Mi fece l’occhiolino».

Partì per Milano.
«Sì, fu dura. Non affittavano camere ai meridionali, modificai la carta d’identità. Io ero nato ad Andria: cancellai la “n” e feci diventare Andria “Adria”, come se fossi veneto. Con un’arte da grande pittore. Così, quando cercavo una stanza, parlavo un po’ veneto e fregavo tutti».
La sopravvivenza è stata dura.
«Ho fatto di tutto. Perfino venduto orologi falsi ai napoletani, vestito da ufficiale. Eravamo in due, dicevamo che ci avevano rubato il portafoglio e dovevamo tornare a Pozzuoli. Io piangevo e dicevo solo: “Remember my mother”. Mostravo l’orologio come se fosse un ricordo di mia madre. Non ci cascavano in tanti, i napoletani sono furbi, ma qualcuno sì. Stavo per prendere una brutta strada. Una sera mi chiesero di fare da palo durante un furto. Dovevo solo fischiare se vedevo arrivare la polizia. Quando vidi una macchina da lontano, non mi uscì il fischio. Avevo paura. Dissi: “Guardate, meglio che non venga più, perché vi rovino il lavoro”. Poco dopo arrivò la cartolina per il militare. E quella, in qualche modo, mi salvò».
Ha mai rischiato davvero la vita?
«Sì, in un incidente automobilistico. Ero appena uscito dal militare, ad Arma di Taggia. Conoscevo alcuni milanesi ricchi a cui raccontavo barzellette: mi portavano a cena, mi davano qualche soldo, tipo giullare di corte. Una sera andammo a Mentone. Al ritorno il tizio davanti mi fece spostare dietro. Avevo chiesto di aprire un po’ il finestrino perché faceva caldo. Durante l’impatto con un muro fui catapultato fuori. Fu la mia salvezza. Uno morì: quello che si era seduto davanti, al posto dove prima ero io. Io rimasi in ospedale, solo. Quando seppi che era morto, ebbi un trauma fortissimo. In un mese ingrassai quasi venti chili e persi molti capelli. I medici dissero che era stata una reazione del corpo. Quello è stato l’unico momento in cui ho visto la morte da vicino».
Il grande amore della sua vita è Lucia. All’inizio, però, suo suocero non era contento.
«Diceva che mi voleva uccidere con il coltello da calzolaio. Poi, alla fine, quando ha capito chi ero, l’ho portato a Roma a vivere con noi. Ed è morto in braccio a me. Lucia invece ha lasciato tutto per seguirmi. Aveva un negozio avviato da parrucchiera. Una donna che lascia tutto per seguire un pazzo che vuole fare l’artista a Roma: questo è amore».

C’è stato un momento in cui lei voleva mollare tutto e cercare un lavoro fisso.
«Sì. La botta più forte me la diede la maestra di mia figlia Rosanna. Mi chiamò: “La bambina è bellissima, ma mi racconta che non mangia abbastanza proteine, che quasi mai mangia carne”. Io capii. Quella notte non dormii. Pensai: sono io che sto facendo crescere male questa bambina. Allora decisi di smettere. Avevo parlato con un senatore, amico di mio padre, che mi avrebbe fatto entrare in banca come usciere giovane».
E Lucia la fermò.
«Sì. La notte prima mi disse: “Ma ci devi andare per forza domani mattina? Io non voglio avere un marito triste tutta la vita perché non fa quello che desiderava fare. Tu devi fare l’artista. Tu devi far ridere le persone».
Nella sua vita c’è anche un incontro decisivo con Totò.
«Durò venti minuti, ma mi cambiò la vita. Io lavoravo all’Ambra Jovinelli. Il proprietario, Graziano Jovinelli, mi prese in simpatia: “Sei bravo, sei pulito, non fai scurrilità. Ti mando da Totò con una lettera. Andai a casa sua, ai Parioli. Totò tornò dal set, entrò in casa e dopo un po’ mi fece chiamare. Era in vestaglia, elegantissimo, profumato. Mi chiese: “Come ti chiami?”. Io dissi: “Lino Zago. Il mio cognome è Zagaria, ma in arte mi chiamo Zagari, è più corto”. Lui mi interruppe: “Cambialo”. I diminutivi dei nomi portano bene. I diminutivi dei cognomi no. Tornai a piedi pensando: ecco perché sono morto di fame, ho il cognome sbagliato. Giorni dopo. un impresario, che era anche maestro elementare, aprì un registro e uscì il nome di un alunno: Aurelio Banfi. Scrisse “Lino Banfi”. Il padrone della trattoria brindò con vino e gazzosa e disse: “Se diventi famoso, poi vieni a pagare i debiti”. Così è nato Banfi».
Lei ha avuto per anni un rapporto difficile con una parte della critica. Quando ha capito che quei film sarebbero stati rivalutati?
«Io lo sentivo. Anche quando scrivevano che erano film scollacciati, con quattro parolacce messe insieme, io pensavo: forse anche noi, se fossimo al posto loro, scriveremmo così».
Ha mai provato rancore?
«No. Non sono capace di odiare le persone. Anche persone che mi hanno fatto male nella vita, io le ho aiutate».
Se dovesse scegliere i personaggi e i film più importanti da lasciare ai posteri?
«Vieni avanti cretino, è una mia creatura. Poi L’allenatore nel pallone, non ne parliamo: ancora oggi, se avessi preso mezzo euro per ogni cassetta o dvd venduto, sarei ricchissimo. Poi Il commissario Lo Gatto. E Cornetti alla crema, che non era magari un film bellissimo come trama, ma era importante, anche per quello che rappresentava quel cinema popolare».
C’è un aneddoto incredibile legato a Nadia Cassini.
«Sì. Nadia Cassini era bellissima e molto conosciuta per una parte anatomica che tutti ricordano. In un film fui il primo a toccarla in scena. Anni dopo andai a Bari per ringraziare un grande professore che aveva operato mia madre. Mi fece entrare nel suo studio, chiuse la porta a chiave, si inginocchiò e mi baciò la mano. Io rimasi scioccato. Mi disse: “Finalmente posso baciare la mano che ha toccato il culo di Nadia Cassini”. Io pensai: ho messo mia madre nelle mani di quest’uomo. L’Italia era anche questo».
Tra i ruoli più recenti, cosa le è rimasto addosso?
«Il film con Pio e Amedeo. È stata una partecipazione molto forte, commovente, convincente. Non vedevo l’ora di fare un ruolo drammatico e mi fa piacere se sono riuscito ad aiutare loro due a essere visti anche come attori più credibili».
Il suo compleanno sarà celebrato anche con un docufilm di Marco Spagnoli, su Rai 1 in prima serata.
«Sì. Non abbiamo scritto una sceneggiatura vera. Il regista aveva in mente delle cose, io ne avevo altre. Abbiamo scelto il Teatro Petruzzelli di Bari, vuoto, e lì abbiamo girato tutto. Poi mi hanno detto che sarebbe andato su Rai 1, il giorno del mio compleanno. Mi ha fatto piacere, perché mi hanno detto: “Banfi è una creatura di Rai 1”. È vero: ho fatto tante cose per Rai 1, da Un medico in famiglia a tanti varietà e fiction».
Dove sarà quando gli italiani vedranno il docufilm?
«Niente grande festa proprio quel giorno, altrimenti la gente sta a cena e non vede quello che deve vedere. Farò una bella cena in Puglia, con i ricci, che è tanto che non li mangio. Però la cosa importante è che la gente veda questo docufilm. È bello».