la Repubblica, 10 maggio 2026
Possibile apertura di Putin all’Europa vuole Schroeder come negoziatore
«Il premier slovacco Fico «mi ha detto che Zelensky è pronto a incontrarmi personalmente. Potremo farlo in un Paese terzo, ma solo una volta che sarà raggiunto un accordo per una pace duratura. Credo che il conflitto in Ucraina stia volgendo al termine». Il Putin che non ti aspetti, alla fine di una mini parata in tono minore, ribalta il tavolo riaprendo le porte a un negoziato che pareva naufragato nello stagno.
È già sera quando il presidente russo parla ai giornalisti. Da poco ha incontrato a tu per tu Fico, l’unico leader europeo che quest’anno – dopo essere passato per Kiev – pur non presenziando alla parata è andato a Mosca a deporre un fiore alla tomba del milite ignoto e a incontrare Putin. Una scelta per cui ieri ha ricevuto le critiche del presidente tedesco Merz, ma a Putin consegna il «messaggio» di Zelensky: un incontro che lastrichi la via per la fine della guerra, trasformando la tregua concordata con gli americani fino a lunedì in un prologo di pace come ha auspicato Trump.
Nulla di nuovo sotto le nubi di Mosca: un incontro ad accordo raggiunto è una delle carte che il Cremlino gioca e toglie da tavolo e taschino, tra la delegittimazione di Zelensky e l’ossequio a Trump. Ma in questi giorni di sorprese, dopo la tregua concordata per la prima volta in 50 mesi di massacri, è un nuovo jolly nel mazzo. Durante la parata, Putin aveva dedicato solo un accenno alla guerra in Ucraina rivolgendosi ai soldati russi che «resistono a una forza aggressiva armata e sostenuta dall’intero blocco Nato. E nonostante ciò – aveva detto – i nostri eroi avanzano: la vittoria sarà nostra».
Con i giornalisti sceglie un registro diverso, e apre alla ripresa delle relazioni con l’Europa rimasta alla finestra di ogni negoziato sul conflitto. Mosca, dice replicando alla proposta di dialogo del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, «non ha mai rifiutato» i negoziati con la Ue. Ed esprime anche una preferenza sul ruolo del negoziatore: «Preferirei l’ex cancelliere tedesco Schroeder. Altrimenti, che scelgano loro un leader di cui si fidano». Per gli sforzi finora fatti da Washington dice di essere «grato», ma aggiunge che la questione «riguarda solo Russia e Ucraina».
Quantomeno si è ripreso i riflettori dopo la mini parata, breve e senza i grandi leader ospiti del passato; senza missili e senza carri armati, ma con i soldati nordcoreani impettiti e, soprattutto, senza incidenti. Nel silenzio della Piazza Rossa, con il saluto alle armi delle fanfare, l’81esimo anniversario della vittoria sulla Germania nazista è stato ieri un appuntamento in tono minore. Organizzato nel timore di un attacco ucraino ormai non più simbolico.
Sebbene al fronte i russi continuino lentamente a guadagnare terreno, Kiev ha dimostrato di poter colpire a enorme distanza con i droni e i nuovi missili Flamingo. A proteggere la parata è arrivata la diplomazia: venerdì Trump ha annunciato la tregua e stavolta ha tenuto, dopo gli ultimi attacchi prima della mezzanotte di venerdì e nonostante le accuse reciproche di violazioni.
Davanti alle truppe in alta uniforme, compresi i nordcoreani che aiutarono a liberare Kursk, sfilano le limousine cabriolet del ministro della Difesa Belousov e del generale Mordvichev, il comandante delle Forze di terra che guida la Parata. Per la prima volta da anni non c’è la tradizionale sfilata di carri e blindati, di missili e lanciamissili.
«I nostri soldati soffrirono perdite enormi e fecero immensi sacrifici nel nome di libertà dei popoli d’Europa», dice Putin chiedendo un minuto di silenzio per i 27 milioni di sovietici caduti nella Seconda Guerra mondiale. Ma parla a un parterre lontano dagli anni migliori: i presidenti di Kazakhstan e Uzbekistan sono tra i pochi presenti con il fedelissimo bielorusso Lukashenko, i leader di Malesia e Laos, Abkhazia, Ossezia del Sud, e Repubblica serba di Bosnia. Ancora lo scorso anno, con l’Ucraina incapace di colpire efficacemente la Piazza Rossa, c’era il presidente cinese Xi Jinping. Ora è la stessa desolazione del Covid.