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 2026  maggio 10 Domenica calendario

C’era una volta il Totocalcio

Tra le varie espressioni che hanno contribuito a formare l’immaginario del secondo dopoguerra quella di «fare tredici» è una delle più rappresentative, delle più inossidabili e forse anche trasversali rispetto alle condizioni economiche di chi vi prendeva parte. Non occorreva pronunciare altro per capirsi: bastava indovinare i risultati delle partite di calcio comprese nella schedina Sisal, quelle della seria A, apparentemente le più abbordabili, e poi quelle scelte dalla serie B e C, le più insidiose per difficoltà, tanto impossibili da prevedere quanto utili a far crescere il montepremi, settimana dopo settimana, nel caso nessuno avesse vinto.

Al debutto di questa avventura, il 5 maggio di ottant’anni fa, si poteva fare solo Dodici. Per arrivare al Tredici bisognò attendere il gennaio del 1951, quando l’originaria schedina inventata da un signore friulano che durante la guerra era stato internato in un campo di prigionia, Massimo Della Pergola, si allungò di un passo per rendere più allettanti le scommesse senza appesantirle di astruse combinazioni che avrebbero minato la natura da lotteria popolare.

Da quel momento in avanti, per gran parte del Novecento, «fare tredici» significò raggiungere un traguardo insperato, sentirsi dentro una festa scaramantica che si svolgeva nei tabacchini affumicati dalle chiacchiere di chi se ne intendeva e disquisiva per ore e ore di catenaccio, rombo ungherese, terzini fluidificanti o temibili centromediani metodisti come se avesse avuto a disposizione soldatini di piombo. L’alchimia del calcio non soltanto presupponeva un dizionario di immutabili certezze – chi toglieva il 9 dalla maglia del centravanti? e il 10 da quella del regista? e il 6 dal libero? – ma implicava lo svolgersi di una cerimonia che aveva i segnali di una vigilia consumata tra previsioni incerte e inoppugnabili verità.

Era fatto così il rito del sabato per ricchi e per poveri, per giovani o anziani e presupponeva il capovolgimento di un destino auspicato da tutti, quell’eterna lotta che poneva l’anonimo cittadino italiano, il fatidico signor Mario Rossi, l’uomo qualunque – la definizione politica appartiene più o meno agli stessi anni – di fronte al grigiore di un’esistenza vissuta non sotto i riflettori della ribalta ma all’ombra di aspirazioni irrealizzabili, sotto il coperchio di un tempo che dettava il ritmo fordista alle giornate feriali e restituiva il cadenzare di una civiltà che in tutti i modi cercava le proprie, affidabili uscite di sicurezza. Le scommesse della Sisal, nella loro essenza più profonda, erano un’uscita di sicurezza. Offrivano la felice illusione di deragliare dai binari della Storia, per sempre o momentaneamente poca importanza aveva. Ed era questa speranza a infittire di mistero i segni riportati a matita dentro i quadratini delle caselle su cui giganteggiava la scritta in corsivo Totocalcio: 1, X, 2.

Zigzagando tra le operazioni che spettavano alla ricevitoria – spennellare la colla per attaccare sul lembo della schedina il bollino ufficiale, tagliarla a metà con un righello, restituire la ricevuta raccomandando di non perderla – cresceva l’attesa e l’attesa dava materia per costruire un’impalcatura filosofica a tutto quel che di allusivo, di ottimistico, di invitante spalancavano quelle cifre. L’1 indicava la vittoria casalinga ed era un esito banale quando le squadre più titolate si cimentavano sul rettangolo verde della loro città, davanti a un pubblico amico e di fronte a formazioni di livello più basso.

Certo non passava da lì il grande Tredici. E forse non passava nemmeno dal pareggio, la X, zero e zero, il risultato più democristiano di sempre, una iattura delle tattiche sparagnine quando al primo posto del calcio nazionale c’era l’idea che conveniva non prendere goal anziché segnarne uno in più. Un popolo di risparmiatori con libretto postale sotto il materasso non disdegnava il pari: meglio un punticino per ciascuno che niente. Se però davvero si intendeva agguantare la cifra della vita, quella determinante a modificare la propria condizione, bisognava guardare in un’unica direzione: il 2, il trionfo della squadra ospite, l’assedio al castello impenetrabile, un’entità numerica che somigliava a una impennata d’immaginazione e avrebbe elevato a miracolo l’appuntamento settimanale con la fortuna. Era il 2 la variabile impazzita, quella che nessuno riusciva a intuire se non sotto il segno di affrettate divinazioni. Capitava di rado ma, se accadeva, era come se Ali Babà avesse pronunciato l’apriti sesamo con le trombe di Tutto il calcio minuto per minuto. Ciò dice tanto sul segreto del successo e anche quando cominciarono a circolare tra gli scommettitori le mappature aritmetiche che venivano chiamate sistemi – e implicavano costi piuttosto elevati, cordate di amici impegnati a finanziare la giocata – anche allora rimaneva vivo un che di ribelle alle norme della ragione.

Non si può controllare ogni cosa del labirinto che avvolge il mondo e, nonostante i sistemi assicurassero esiti vittoriosi, restavano buchi, fori, pertugi difficili da tamponare. La fortuna passava attraverso di essi e assumeva i nomi delle compagini meno note, quelle delle serie minori. Come si comporterà domenica pomeriggio l’Aquila Montevarchi sul campo della Puteolana? Vincerà o perderà? E con quei suoni pronunciati alla radio da voci gracchianti e familiari anche se mai incontrate, con la promessa di localizzare sugli atlanti il punto esatto dove si trovavano Turris, Fanfulla, Pro Patria, Juve Stabia, veniva il magone della sera. Una settimana moriva, un’altra stava per riaccendersi come un’alba e tutto si rimandava di sette giorni.