Domenica, 10 maggio 2026
Scoprire una nuova isola nel 2026
Il comunicato dell’istituto Alfred Wegener (Centro Helmholtz per la ricerca polare e marina) sembra una lettera dell’epoca d’oro delle esplorazioni europee. Nelle parole di Simon Dreutter della sezione di batimetria dell’Istituto: «Lungo la nostra rotta, la carta nautica indicava un’area con pericoli inesplorati per la navigazione, ma non era chiaro di cosa si trattasse né da dove provenissero quelle informazioni… Ho setacciato tutte le linee costiere che avevamo qui nel laboratorio di batimetria e sono tornato sul ponte. Guardando fuori dal finestrino, abbiamo visto un ‘iceberg’ che sembrava un po’ sporco. A un esame più attento, ci siamo resi conto che probabilmente si trattava di roccia. Abbiamo quindi cambiato rotta e ci siamo diretti in quella direzione e è diventato sempre più chiaro che avevamo un’isola davanti a noi!».
Un’isola nuova! Non ancora descritta, non ancora registrata sulle carte! Nel 2026! Chi è andato a guardare sulle immagini satellitari dice che forse, sì, si sarebbe potuto vederla, ma che sembrava un iceberg come i tanti a zonzo nel mare di Weddell. Un po’ troppo sporco. Comunque poco più di un grosso scoglio. La nave oceanografica che l’ha potuta studiare, la Polarstern, mitico vascello di esplorazione polare, è appena più piccola dell’isola.
Ci si potrebbe chiedere quante isole siano ancora in attesa di venir scoperte. Va rammentato che l’umanità non ha avuto un contatto visivo con l’Antartide che nel 1819, poco più di due secoli fa. La cartografia aveva immaginato un continente meridionale ben prima di allora, su basi speculative che potremmo definire quasi filosofiche (si ipotizzava una massa continentale a far da contrappeso alle terre emerse dell’emisfero settentrionale). Ma dopo vari falsi allarmi, fu il britannico William Smith ad avvistare le terre antartiche, dando peraltro la stura a diverse spedizioni di cacciatori, anzi sterminatori di foche. Fa comunque specie che nel XXI secolo, con i mezzi cartografici a disposizione, basati su dati satellitari, ci siano ancora zone ipotetiche sulle mappe.
In effetti, le mappe sono il risultato di costruzioni, non si fanno da sole; e queste costruzioni hanno una componente sociale. Non parlo delle convenzioni cartografiche (per esempio, esiste un Antartico Est e un Antartico Ovest, cosa strana vista la vicinanza del Polo), ma proprio della raccolta dei dati. Sulla mappa del Nord Atlantico 6561L-2016 del servizio idrografico e oceanografico della marina francese (SHOM) che tengo appesa in ufficio, viene segnalato un basso fondale nella zona dei Corner Seamounts, di 5,5 metri, in pieno mare aperto. La mappa, non convinta, annota “segnalato 2013”. L’ecoscandglio di una nave di passaggio deve aver registrato la misura, e per prudenza i cartografi l’hanno tradotta a stampa. Prudenza: a cosi pochi metri di profondità una nave con un po’ di pescaggio in un mare formato rischia di toccare il fondo nel cavo di un’onda. La mappa antartica della Polarstern indicava «pericoli inesplorati». Le mappe hanno ancora zone di esitazione epistemica.
Sulle isole, abbiamo anche esitazioni ontologiche. Ecco un piccolo paradosso ispirato dalla nuova scoperta. I ghiacci continentali antartici si ritirano, e sciogliendosi liberano porzioni di terra emersa. Alcune di queste si rivelano essere isole. Domanda: erano isole anche prima, quando erano ricoperte dai ghiacci continentali? Non le avremmo registrate su una carta, che avrebbe mostrato soltanto le distese di ghiaccio (forse le avremmo viste nella sezione di una mappa geologica?) Penso che abbiamo intuizioni contrastanti su queste quasi-isole. Vorremmo dire che il concetto di isola non è in primo luogo un concetto geologico: è un concetto navigazionale. Ovvero, un’isola è qualcosa intorno a cui puoi navigare. E il concetto di isola dipende da quello di livello del mare. Come controprova, ci sono montagne e catene montuose sottomarine, ma non ci sono isole e arcipelaghi sottomarini.
Ma ecco un dilemma per i filosofi a venire, che vivranno nell’era delle conseguenze del cambiamento climatico. Supponiamo di voler dire che seppur coperte dai ghiacci, quelle cose sono veramente isole, perché se non ci fosse il ghiaccio, una loro parte sarebbe sopra il livello del mare e potremmo circumnavigarle (“sarebbe”, “potremmo”: una definizione controfattuale). Benissimo. Ma per alcune di queste lo scioglimento dei ghiacci sarà fatale, perché il livello del mare salirà al punto da sommergerle - diventeranno allora rilievi sottomarini, non più isole. Triste destino di queste quasi-isole: possono esistere, se esistono, solo sotto la coperta di ghiaccio.