Corriere della Sera, 10 maggio 2026
Parise: due vite, mille confini
Ha avuto un incontro con il generale Westmoreland, comandante delle forze Usa nel Vietnam. E adesso, bloccato in Cambogia, vorrebbe raggiungere Hanoi, al Nord, per vedere Ho Chi Minh. Ottenere il colloquio è difficile, ma ha una speranza: il vecchio rivoluzionario nel 1933 ha abitato a Milano mantenendosi come cuoco alla Trattoria della Pesa, per cui potrebbe accettare un faccia a faccia grazie alla sua carta d’identità italiana. Intanto, mentre aspetta il via libera delle autorità comuniste, il 21 marzo 1967 spiega in una lettera l’impatto con l’Indocina alla pittrice Giosetta Fioroni, la compagna che chiama «coca mia».
«Sono gente incredibile, i viet... Quand’anche gli americani se ne andassero la guerra non sarebbe affatto finita, perché la presa del potere sarebbe una carneficina. Infatti, il Fronte è composto di ben 32 organizzazioni politiche, tutte nazionaliste, ma con sfumature diverse, che ora sono sfumature e domani possono diventare delitti politici o attentati... Se i cinesi sono un popolo collettivo, questi sono i peggiori individualisti che io abbia conosciuto. Lunedì ripartirò per Saigon e girerò un poco... Per tornare qui, se ci sarà risposta positiva da Hanoi. Non mollo, mi conosci... Ho tanta voglia di stare con la mia Josephine come il pauvre Napoleon...».
C’è qualche indizio del carattere di Goffredo Parise in queste righe inedite. C’è, per esempio, la capacità di antivedere, perché la ritirata degli Usa produsse sul serio le dure repressioni che immaginava: una carneficina. C’è la tenacia nel lavoro, che si acuisce quanto più si scopre emotivamente coinvolto, con lo scrupolo di non scivolare in resoconti «coloniali» o ideologici o, peggio ancora, pedagogici: il suo comandamento è non mentire. C’è la malinconia amorosa, espressa con casta tenerezza. Infine – retropensiero non ancora confidato a Giosetta – c’è un senso di smarrimento sul proprio destino, perché le mani gli «tremano e tremano le viscere e le palpebre» e sa che ciò non dipende dalle bombe che gli cadono intorno e dal napalm che incendia la foresta, perché sono invece i sintomi di un «processo degenerativo di tessuti, vene, sangue» in corso e diagnosticato come «arteriopatia diffusa». Patologia che lo ucciderà a neppure 57 anni.
Prima d’essere fermato dalla malattia, ha attraversato molte frontiere. Smarrendosi a cogliere frammenti di storia fra Laos, Biafra, Cile, Cina, Giappone, Stati Uniti, Russia, Cuba... Scenari spesso di violenze sanguinose, miseria estrema, politica disumana da cui ricava diari di viaggio divenuti reportage per il «Corriere della Sera» e che si aggiungono ai romanzi e racconti per i quali è divenuto famoso già giovanissimo. Da Il ragazzo morto e le comete a Il Prete bello, Il padrone, Amore e fervore, L’assoluto naturale l’elenco è lungo.
Tuttavia le pagine di viaggio restano tra le più asciutte e fulminanti. A rileggerle rivelano che partire era per Parise un modo per ritrovare sé stesso, «universalista locale», come ha detto George Steiner di Claudio Magris. Infatti, le sue radici affondano tra la città natale, Vicenza, e poi Milano, Roma e... il mondo. Ma le radici più salde affondano in un piccolo borgo del Trevigiano, Salgareda, dove nel 1970 compra una casupola rossa sul greto del Piave. Il luogo è quasi inaccessibile, circondato da salici, gelsi, alberi da frutto inselvatichiti, vigne stentate e qualche angolo di erba spagna e granturco. Uno spazio sociale spopolato fin dai tempi della Grande Guerra e gli piace anche per questo, quando lo scopre sorvegliando i gorghi azzurri del fiume su cui si affaccia quel relitto edilizio. Che restaura con pochi mezzi e logica austera e dove accende il suo ultimo focolare.
Ha vissuto due vite, Parise, e in questa scissione tutto si tiene. Per capirci bisogna riandare ai capolavori fondanti della nostra cultura, l’Iliade e l’Odissea, opere dalle quali ricaviamo che i temi della letteratura sono l’assedio e il viaggio, ha osservato lo studioso di civiltà europea Giuseppe Merlino. Vale a dire stabilità e movimento, tradizione e scoperta, identità e metamorfosi. Dimensioni parallele e stratificate, in lui. Ed ecco come si interpreta il nomadismo inquieto e la voglia di esplorare le aree di crisi per comprendere, artigliando dettagli rivelatori, il male mentre accade. Ma ecco anche la perenne ansia del ritorno, la nostalgia per quel «Veneto barbaro di muschi e nebbie» fatto di cose semplici e odori buoni, che ha eletto a propria patria e dove si rifugia sempre più spesso.
È qui che scrive la sua opera più apprezzata, anche se non subito, i Sillabari, un «miracoloso dizionario dei sentimenti», concepito come una serie di elzeviri per il «Corriere». Un racconto per ogni lettera dell’alfabeto. Ed è il 1972, quando è ormai uscito il primo volume di questi racconti poetici, che spiega all’amico Raffaele La Capria come passa il tempo tra una battuta di caccia in laguna e le sciate sulla neve d’alta quota a Cortina, con il rientro nella solitudine di Salgareda. «Sono incatenato a questo posto, amo tutto, la legna che butto sul fuoco, la brina nella boscaglia del Piave, e quel mistero, quella magia di cui mi sento investito, onorato e riconosciuto non è mia ma mi viene trapassata da tutto questo». Purtroppo, dura poco il suo stato di grazia. Infarti, by-pass e dialisi lo stroncano il 31 agosto 1986. Quarant’anni fa.