Corriere della Sera, 10 maggio 2026
Intervista a Roberto Baggio
Pasadena, 17 luglio 1994.
«Mi sentii in colpa con tutti gli italiani. Non avevo mai calciato un rigore sopra la traversa. Una volta l’avevo colpita nel Vicenza, ma poi la palla era entrata. Volevo sparire. Provavo una vergogna infinita, una di quelle cose che ti restano addosso anche quando passano gli anni. Col tempo impari a conviverci, ma non è una ferita che si chiude del tutto».
Davvero, Roberto Baggio?
«Nemmeno oggi riesco a perdonarmi completamente. So che può sembrare strano, perché il calcio è fatto anche di errori, ma quel momento ha pesato tanto dentro di me. Il mio capo chino è diventato l’immagine a cui molti associano quella finale mondiale. Però per me non era un gesto costruito, era semplicemente quello che sentivo. Un modo silenzioso, forse inconsapevole di chiedere scusa all’Italia e a tutte le persone che avevano sperato con noi. Da bambino sognavo di giocare la finale dei Mondiali con il Brasile. Era un sogno antico. Ancora oggi quando ci ripenso faccio fatica a spiegarmi cosa sia successo».
I brasiliani sono convinti che la palla sia stata deviata dal Cielo.
«Pochi mesi prima era morto Ayrton Senna. So che in Brasile qualcuno ha pensato anche a questo, come se ci fosse stato un segno, qualcosa di più grande. Dicono che sia stato lui a deviare il pallone sopra la traversa. Sono cose che appartengono al mistero, alla sensibilità di ciascuno. Posso solo dire che quel pallone ancora oggi per me resta sospeso in un luogo difficile da raggiungere con le parole».
Crede in Dio?
«Credo negli esseri umani. Credo nella forza che ognuno di noi porta dentro, anche quando non la vede, anche quando pensa di non averne più. Non penso tanto a un Dio esterno che decide per noi, quanto a una forza interiore che va cercata, coltivata, rispettata. Dentro ciascuno c’è una possibilità enorme: quella di trasformarsi, di rialzarsi, di raggiungere obiettivi che sembravano impossibili. Però bisogna lavorarci, con umiltà, ogni giorno».
Le sue vite precedenti come sono state?
«Non posso avere certezze, naturalmente. Però dentro di me ho sempre sentito che forse, in una vita precedente, non mi sono comportato bene. Lo dico con molta semplicità, senza voler insegnare nulla a nessuno. In questa vita ho dovuto affrontare tante ostilità, tanto dolore fisico, tante difficoltà. A volte ho avuto la sensazione di essere arrivato qui con un karma pesante, qualcosa da trasformare, da alleggerire attraverso l’impegno e la sofferenza. Forse sto scontando qualcosa, forse sto imparando qualcosa. In ogni caso, cerco di non sprecare quello che il dolore mi ha insegnato».
Scontando qualcosa? Lei è da quarant’anni una delle persone più amate d’Italia, ha avuto successo.
«L’amore della gente mi fa un piacere enorme e mi commuove, perché non è mai una cosa scontata. Quando qualcuno mi ferma ancora oggi, quando mi dice una parola buona, io sento gratitudine. Il successo, però, secondo me va maneggiato con delicatezza. Bisogna rimanere umili, lavorare sodo, tenere i piedi per terra. Io ho cercato di farlo sempre, con passione e con rispetto. Forse l’affetto che ho ricevuto nasce anche da questo. Però, nel profondo, sento anche che le sofferenze fisiche e mentali che ho attraversato appartengono al karma che mi porto dietro. L’amore ricevuto non cancella il dolore, ma lo illumina».
E nella prossima sarà migliore?
«Sto ponendo le basi per ripulire il mio karma e per arrivare ad una prossima vita portandomi dietro più fortuna di quella che sto vivendo oggi giorno. Quello che mi ha insegnato il buddismo è diventare una persona migliore. Non posso dire quanto migliore sarà la mia prossima vita, ma di sicuro mi sono impegnato per arrivare più preparato. Ma spero anche di diventare una persona migliore in questa vita. Il buddhismo mi ha insegnato che la trasformazione non è una parola astratta: è un lavoro quotidiano. Non so quanto io sia riuscito a migliorare, questo non spetta a me dirlo, però so che mi sono impegnato».
L’aldilà quindi non esiste?
«Credo che di noi rimanga quello che abbiamo costruito dentro: il cuore, l’anima, le intenzioni, le azioni. Il buddhismo lo chiama karma. È qualcosa che ci accompagna, che determina ciò che siamo e forse anche ciò che saremo, dove andremo, come continueremo il nostro cammino. Non immagino l’aldilà come un luogo preciso, ma sento che nulla di ciò che facciamo va perduto. Ogni gesto lascia una traccia».
Lei nasce in una famiglia cattolica, nella provincia veneta degli anni 60. Come è stata la sua conversione?
«Ho conosciuto il Buddhismo a fine anni 80 grazie al mio amico, Maurizio Boldrini, che aveva un negozio di dischi dove mi fermavo dopo gli allenamenti. Fu lui ad introdurmi al buddhismo e mi spiegò che avrebbe potuto farmi stare meglio in uno dei momenti più bui della mia vita. Da quel momento è iniziato un impegno costante a lavorare dentro di me, che dura ancora oggi. Non ho mai saltato un giorno di preghiera, una volta la mattina e una volta la sera. All’inizio avevo paura a dirlo ai miei, in Veneto all’epoca erano tutti cattolici».
Sarebbe diventato Baggio senza il Buddhismo?
«Il Buddhismo è stato sicuramente il mio rifugio, mi ha formato come persona portandomi a lavorare su aspetti del mio carattere a cui prima non facevo caso. Mi ha dato la forza quando ne ho avuto più bisogno e il coraggio di non mollare mai».
Il suo primo ricordo?
«Sicuramente il pallone. Ci dormivo, lo tenevo sempre con me».
Com’era la sua famiglia?
«Eravamo in 10, ricordo pranzi e cene tutti attorno a un tavolo. Non avevamo molto, ma avevamo tutto. Papà era un gran lavoratore, appassionato di calcio e ciclismo, gran tifoso interista».
E lei per chi tifava da ragazzo?
«Per il Vicenza di Pablito Rossi, la squadra della mia città. Andavo allo stadio seduto sulla canna della bicicletta di papà, erano gli anni dell’austerity. Quel freddo non l’ho mai dimenticato. E nemmeno quella felicità».
Che lavoro avrebbe fatto se non fosse stato un calciatore?
«Il tornitore, con papà. Era un fenomeno, sapeva fare tutto. Il tornio era sotto la mia finestra. Andavo a letto, e sentivo i rumori dell’officina. Mi svegliavo, e lui stava già lavorando. A caccia andavamo insieme: non era un hobby, era un modo per avere qualcosa in tavola. Non ci è mai mancato nulla, però ricordo bene la prima volta che ho mangiato una bistecca. Frequentavo Andreina da poco. Mio suocero mi cucinò una bistecca e io ero convinto fosse da dividere fra tutti. Ricordo lo stupore quando mi disse che era tutta per me. A casa noi la dividevamo in dieci una bistecca così».
Ama sempre lavorare con le mani?
«Molto. Mi capita di costruire, saldare, intagliare il sughero. E lavoro la terra, sto nel bosco a sistemare le piante, mi piace molto usare l’escavatore».
Le sue ginocchia sono piene di cicatrici.
(Baggio alza il pantalone) «Sono i segni lasciati dai tanti infortuni che hanno costellato la mia carriera. La prima volta che mi ruppi il ginocchio ero solo un ragazzino e non c’erano le tecniche chirurgiche che ci sono oggi giorno».
Così andò in Francia, a Saint-Étienne, da Bousquet.
«Il primo in Europa a operare con materiali organici. Mi asportarono tessuto dal muscolo, il vasto mediale, per ricostruire il crociato, che non c’era più. La gamba doveva essere aperta come un libro, per essere operata a vista. Andammo a Saint-Étienne sulla vecchia Ford di famiglia. Dodici ore di viaggio nel silenzio: era il terrore che non sarei più tornato a giocare».
E dopo l’intervento?
«Quando mi svegliai dall’anestesia urlavo per la sofferenza. Non potevo prendere antidolorifici, sono sempre stato allergico. Dissi a mia madre: “Se mi vuoi bene, uccidimi”. Non riuscivo più a correre, ad allenarmi come prima. Per mesi non incassai gli assegni dello stipendio della Fiorentina».
Perché?
«Perché mi vergognavo. Non riuscivo ad accettare l’idea di guadagnare senza poter lavorare, senza poter dare qualcosa in cambio. Così mettevo gli assegni nel cassetto. Mi tornava in mente mio padre, la sua faccia, la sua voce quando diceva che i soldi non meritati portano sfortuna. Per me il lavoro è sempre stato legato alla dignità. Anche se ero ferito, anche se non dipendeva da me, sentivo comunque quel peso».
Nel suo bel libro «Luce nell’oscurità», che Rizzoli pubblica la prossima settimana, lei racconta il gol che la rivelò al mondo: lo slalom contro la Cecoslovacchia a Italia 90. Nello stesso giorno comprò la casa in cui vive tuttora.
«Senza nemmeno vederla. Successe tutto durante le Notti Magiche. Non avevo nemmeno i soldi per comprarla, non abbastanza. Ma sono sempre stato bravo a pormi un obiettivo e a dare tutto me stesso per raggiungerlo. Sono stato bene in tante città, ma Vicenza è casa mia, dove c’è la mia gente».
Come ha conosciuto sua moglie Andreina?
«Ci conosciamo fin da bambini, abitavamo a poche centinaia di metri e frequentavamo la stessa scuola media. Una sera di luglio, alla vigilia del mio primo ritiro con il Vicenza, ci fermammo a parlare e le chiesi un anellino come pegno, che le avrei ridato al mio rientro. Finì proprio così. Rientrai da Recoaro, ci vedemmo, le restituii l’anellino e la sera stessa ci fidanzammo. Abbiamo sempre sognato i figli, abbiamo deciso i loro nomi molto prima che arrivassero, in macchina ci dicevamo: “Pensa a quando ci saranno seduti dietro Valentina e Mattia”».
Poi sono nati Valentina e Mattia.
«Mattia come l’amico di Remi, il cartone che vedevamo da bambini. In oltre quarant’anni non ci siamo mai lasciati, nemmeno per un giorno. È arrivato anche il terzo figlio: Leonardo, come Leonardo da Vinci. Andreina mi ha seguito ovunque abbia giocato e mi ha sempre fatto sentire a casa. Siamo convinti che eravamo uniti già in una vita precedente».
Marito e moglie?
«Non so come, ma ne sono sicuro. Magari marito e moglie, magari fratello e sorella, magari madre e figlio. Non posso saperlo. Però sento che quel legame c’era già, in qualche forma. Ci sono incontri che non sembrano cominciare davvero quando ci si conosce. Sembrano continuare qualcosa».
Estate 1990: il passaggio dalla Fiorentina alla Juventus. Un trauma.
«Firenze si ribellò. Al ritiro azzurro di Coverciano arrivai nascosto nella volante della polizia, per non farmi riconoscere dai tifosi viola ai cancelli. Piangevo come un bambino. Si sentivano passare le ambulanze dirette verso la sede della Fiorentina, dove gli scontri durarono tre giorni. Sentivo un dolore lancinante per tutta quella rabbia e quella sofferenza. Non avevo mai voluto la cessione, ma mi sentivo colpevole».
Quando tornò a Firenze con la Juve, mentre tornava negli spogliatoi i tifosi le lanciarono una sciarpa viola.
«E io la raccolsi da terra. Era un gesto di rispetto, di amore verso quella squadra che aveva creduto in me nonostante tutti gli infortuni».
Non tirò il rigore contro la Fiorentina.
«Tirò De Agostini, che era il rigorista prima del mio arrivo».
Nel libro parla del rapporto con Lippi all’Inter. Che spiegazione si dà a questo astio che ha ricevuto a volte dai suoi allenatori?
«Non amo giudicare gli altri, perché ognuno ha il proprio carattere, le proprie paure, il proprio modo di vivere il calcio. Però a volte ho avuto la sensazione che alcuni allenatori facessero fatica ad accettare che attorno a un calciatore ci fosse tanta attenzione. Forse non era gelosia in senso banale, ma il bisogno di affermare un’autorità. Io ho sempre cercato di mettermi a disposizione, ma non sempre è bastato. Fa parte della mia storia, anche questo».
Di Sacchi, dopo la sostituzione a Usa 94 contro la Norvegia, disse in mondovisione: «Questo è matto».
«Avevano espulso Pagliuca, il portiere. Tatticamente ci stava far uscire me anziché Casiraghi, un centravanti forte fisicamente. Ma il giorno prima Sacchi mi aveva chiamato nella sua stanza d’albergo e mi aveva detto: “Tu per noi sei quello che Maradona è per l’Argentina”. Quelle parole mi erano rimaste dentro. Per questo, quando vidi il cambio, mi sembrò una contraddizione enorme. Se davvero era così, pensai, allora Maradona non l’avrebbero mai sostituito. Fu una reazione istintiva, nata dalla delusione».
Lei ci portò in finale, ma vi arrivò a pezzi.
«La mattina dopo la semifinale con la Bulgaria dovetti andare dal dentista: un difensore con una gomitata mi aveva spaccato il labbro e mezzo dente, me lo ricostruirono. Ricordo che per la vergogna avevo giocato il secondo tempo coprendo il dente rotto con un chewing-gum. A Los Angeles, alla vigilia della finale, mi fecero provare i tiri nella sala matrimoni dell’albergo, per capire come stavo. Ero provato fisicamente e mentalmente, come tutti. Il percorso per arrivare in finale non era stato semplice. Arrivai a pensare che la mia presenza in finale non fosse una priorità».
Sta dicendo che Sacchi non voleva che lei entrasse in campo contro il Brasile?
«Sarebbe ingiusto attribuire ad altri intenzioni che non posso conoscere fino in fondo. Dico però che percepii una situazione ambigua. Forse si pensava che una vittoria senza di me avrebbe esaltato ancora di più il gruppo. E forse, in caso di sconfitta, la mia assenza avrebbe potuto diventare un alibi. Sono pensieri che mi attraversarono in quel momento».
Trapattoni la lasciò a casa nel 2002.
«Avevo lavorato come un matto, a Andreina dissi: scordati di avere un marito. Trapattoni mi telefonò mentre ero a Caldogno sul terrazzo di casa con Valentina. Non scorderò mai la sua voce: “Non me la sento di portarti, ho paura che ti fai male”. Eppure avevo dimostrato di non temere nulla. E se mi fossi infortunato avrei chiuso alla grande, al Mondiale».
C’è qualche allenatore con cui è andato d’accordo?
«Mi sono sempre messo a disposizione del gruppo e degli allenatori. Sono andato d’accordo con tutti gli allenatori che non avevano bisogno di dimostrare nulla, e che non dovevano sembrare più forti di me. Ho sempre dato il massimo e la dimostrazione è che con tutti i miei compagni di squadra sono sempre andato d’accordo».
Anche con Del Piero, che ebbe la sua maglia numero 10 alla Juve?
«Non c’è mai stata rivalità vera. Alessandro l’ho sempre sentito come un fratello più piccolo. L’ho visto arrivare, crescere, esplodere. Era un ragazzo serio, educato, con un talento enorme. Negli spogliatoi parlavamo in dialetto veneto, e questa cosa ci avvicinava. Succede ancora oggi, quando ci incontriamo. La maglia numero 10 pesa, certo, ma non deve diventare un muro tra le persone».
Ronaldo il Fenomeno?
«Quando si ruppe il ginocchio, soffrii davvero per lui. Sapevo cosa significava vedere il corpo tradirti, sentire che una parte di te non risponde più come vorresti. Lui era un talento immenso, qualcosa di raro. E forse proprio per questo il suo dolore mi colpì ancora di più».
Mazzone fece un’eccezione per il suo cane.
«Non accettava animali al campo di allenamento, credo avesse paura, così quando una mattina vide il mio labrador Miele correre sull’erba gridò in romanesco: “Aò, di chi è ’sto maledetto cane?”. Si avvicinò un compagno: “Mister, è il cane di Roby”. E lui, serafico: “Che aspettate? Dateje ’n biscotto, fatelo gioca’!”. È un episodio celebre che riassume bene il nostro rapporto».
Lei è l’unico italiano ad aver segnato in tre Mondiali. E adesso siamo rimasti fuori da tre Mondiali di fila. Perché? E come se ne esce?
«Ci sono tante cose da sistemare. I bambini non giocano più per strada. E in serie A ci sono pochi italiani. Se devi andare a prendere un giocatore altrove e naturalizzarlo, vuol dire che in quel momento non hai trovato un italiano pronto allo stesso livello. Bisogna creare una formula che incentivi davvero l’utilizzo dei ragazzi italiani. Il talento c’è ancora, ma va cercato, protetto, valorizzato. E bisogna avere il coraggio di dargli fiducia».
Dopo anni in silenzio, lei ha aperto un profilo su Instagram da quasi un milione di follower. È sua figlia che la segue, vero?
«Le donne hanno una marcia in più, lavorare con Valentina è speciale. Non ho mai amato stare al centro dell’attenzione. Ho sempre parlato poco. Ma col tempo le cose cambiano, è bello aprirsi al mondo con semplicità e poter mantenere un canale diretto con i tifosi, ovunque essi siano. Una volta questo era impensabile, impossibile. Anche l’idea di scrivere il libro vuole essere un modo per parlare direttamente alle persone, per incoraggiare i giovani e chi si sente perduto, come mi sentivo io prima della mia rinascita».
Il suo dossier di 900 pagine sulla riforma del calcio che fine ha fatto?
«Non ho la presunzione di pensare che quel progetto andasse bene e bastasse a risolvere i problemi del calcio italiano. Non era solo mio, era scritto con altri bravissimi professionisti. Ho cercato di portarlo avanti, per dare i meriti a tutti loro. Poi le cose non sempre vanno come si spera».
Chi è stato il più grande giocatore di sempre?
«Non si può dire. Maradona era speciale. Umile. Una volta, sul volo per l’Argentina, palleggiammo insieme».
Maradona e Baggio che palleggiano in aereo è meraviglioso.
«A 10 mila metri da terra, vicino al cielo. Coinvolgendo anche il mio Mattia. Il più forte con cui ho giocato che invece non ha fatto carriera è il mio amico Ferruccio Polo di Grado, detto l’Olandese Volante».
Ferruccio chi?
«Passò dalla Gradese al Fossalon per un carro di mais e due galline ovaiole. Quando ci incrociamo, mi dice: tu sei diventato Baggio solo perché io mi sono fatto male. Se no ti avrei dato tanti di quei calci che non ti avrei fatto toccare per terra» (Roberto ride).
Sogna ancora il rigore di Pasadena?
«Di continuo. A volte invece ci penso da sveglio, nel letto, quando non riesco a prendere sonno. Immagino di segnare. E mi addormento».