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 2026  maggio 10 Domenica calendario

Così l’«aziendalese» cambia il nostro modo di comunicare

C’era una volta «RSVP», dal francese Répondez s’il vous plaît, rispondete per favore. Vale a dire: confermate la presenza. È da almeno 25 anni che il nostro linguaggio sul posto di lavoro si è arricchito (o impoverito) di acronimi e inglesismi, quando non veri e propri furti con scasso dal latino (vedi parole come tutor, summit, plus o media pronunciate all’americana). Tempi sempre più stretti e connessioni globali hanno anche fatto dilagare parole impronunciabili, per dire in gran sintesi ciò che si sta facendo: IAM (In A Meeting, sono in riunione), OT (Off Topic, fuori discussione), TGIF (Thanks God It’s Friday, grazie al cielo è venerdì). Più che formule brevi, però, sembrano la nemesi di chi ha fatto scrivere la tesina della maturità all’Intelligenza artificiale.
Se ci addentriamo su LinkedIn, social network d’elezione per i professionisti di tutto il mondo, scopriamo proprio un nuovo gergo. Rivista Studio ha fatto un esperimento, chiedendo al traduttore online Kagi Translate di convertire una frase dall’italiano al corrispettivo in «Linkedin Speak», la lingua usata nella piattaforma online. E così «Sono stato licenziato» diventa un incredibile: «Sono eccitato di annunciare che sto per cominciare un nuovo capitolo! Dopo un incredibile viaggio con il mio gruppo di lavoro precedente, sto ufficialmente aprendo me stesso a nuove sfide e opportunità. Sono profondamente grato alle lezioni apprese e sono pronto ad applicare le mie competenze e la mia passione a una nuova missione. Se conoscete qualsiasi ruolo dove potrei lasciare il mio impatto, amerei entrarci in connessione». Roba che neanche il miglior Corrado Guzzanti.
Braincomputing.com si cimenta in altre traduzioni. «Ho preso un caffè», in LinkedIn Speak diventa: «Alimentare l’innovazione un sorso alla volta! C’è qualcosa in quel rituale mattutino che ti dà stabilità, affina la concentrazione e imposta il tono per una giornata ricca di significato». Ma veramente?
Eppure, quello che a noi sembra un colpo di marketing creato per ridicolizzare l’aziendalese, alla sociolinguista Vera Gheno non sembra una trovata così bizzarra. Spiega: «Il traduttore non è ridicolo di per sé: in fondo, esiste ed è noto un problema di intercomprensione tra linguaggio comune e linguaggi settoriali, come quelli dei medici o degli avvocati. A chiunque lavori in un certo ambiente viene chiesto di spiegarsi per il largo pubblico e di fatto compie un’operazione di traduzione intralinguistica. Semmai, dobbiamo chiederci se quello di Linkedin possa essere considerato un linguaggio settoriale, o se è una semplice supercazzola con scappellamento a destra (cit.) senza nessuna reale utilità».
Pur propendendo per la saggezza cinematografica di Amici miei evocata da Gheno, resta il tema di fondo, di cui si è occupato un Briefing di Good Morning Italia, che ha messo insieme analisi del Guardian, del National Geographic, di Business Insider e di altre testate giornalistiche. Si scopre così che la maggior parte dei lavoratori è irritata, se non sopraffatta, dall’aziendalese. E che a rifiutarlo è una generazione più di tutte, la Zeta, quella che meno delle altre mette al centro della vita il lavoro. Lo suggerisce ancora una volta Vera Gheno: «Se la GenZ si sta ribellando, ben venga. La lingua che usiamo al lavoro ha spesso dei risvolti identitari importanti, un po’ come ci spiegava Italo Calvino nel famoso pezzo sull’antilingua: le mie parole mi rappresentano agli occhi delle altre persone, marcando la mia superiorità all’interlocutore. Forse la GenZ ha compreso quanto sia farlocca la distanza creata con questi “-ismi”, e non ha così tanto bisogno di definirsi tramite il lavoro e la lingua usata al lavoro».
Quanto al proliferare di acronimi e inglesismi, la sociolinguista rassicura: «Di per sé non impoveriscono il linguaggio. Casomai, bisogna stare attenti all’abuso: contribuiscono alla proliferazione di un gergo quasi iniziatico, che finisce per tradire il senso stesso della lingua: la possibilità di comunicare nel miglior modo possibile con gli altri esseri umani. Al contrario, gergalizzandosi, la lingua diventa un codice autoreferenziale che serve più per qualificarsi in un certo modo agli occhi degli interlocutori che per comunicare con chiarezza».
IMHO (In My Honest Opinion, nel mio onesto parere), non sbagliavano i nostri nonni quando dicevano: parla come mangi. Ma in effetti, è una frase troppo da boomer. Per critiche o chiarimenti, rivolgetevi altrove: da questo momento sono «OOO» (Out Of Office, fuori dall’ufficio).