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 2026  maggio 10 Domenica calendario

Starmer in bilico dopo la sconfitta

Il partito laburista è moribondo e neanche il Regno Unito si sente tanto bene: è la diagnosi che si può trarre dalle elezioni locali che si sono svolte giovedì e che hanno visto il tracollo della formazione di governo, oltre all’affermazione delle forze nazionaliste in Galles e Scozia.
L’allarme lo ha lanciato senza mezzi termini il sindaco di Londra Sadiq Khan, lui stesso laburista: ci troviamo, ha detto, di fronte a «una minaccia esistenziale». Gli hanno fatto eco altri esponenti del partito, che hanno avvertito il primo ministro, Keir Starmer, che di questo passo rischia di causare «la fine del partito laburista».
Regno al tramonto?
Il premier ieri ha provato a metterci una prima pezza, nominando l’ex capo del governo Gordon Brown «inviato speciale per la finanza globale»: ma è stato presto deriso da diversi esponenti laburisti per l’inadeguatezza della manovra, che riporta a Downing Street un personaggio di quasi vent’anni fa. Al contrario, la posizione di Starmer appare sempre più precaria: la deputata Catherine West ha annunciato che se per lunedì nessun ministro si farà avanti per sfidare il premier, si candiderà lei stessa lei stessa alla leadership. Una mossa che non ha possibilità di successo, ma che potrebbe mettere in moto una catena di eventi inarrestabile.
Le ragioni del declino terminale del partito sono apparse evidenti dal voto di giovedì: i laburisti hanno perso consensi sia a vantaggio della destra di Nigel Farage sia della sinistra dei Verdi. Questo vuol dire che sono in una tenaglia: se inseguono Farage sul suo terreno, subiscono una ulteriore emorragia a sinistra; se vanno a caccia dei Verdi, si scoprono sul fianco destro.
Ma ci sono motivazioni ancora più profonde di questa crisi, tanto più stupefacente se si ricorda che nemmeno due anni fa il partito di Starmer ha conquistato una schiacciante maggioranza dei due terzi a Westminster (seppure sulla base di solo un terzo dei suffragi): al di là dei fallimenti, pur evidenti, di questo governo, il problema è che il Labour sembra privo di un progetto, di un’idea di Paese; di più, sembra aver perso la sua ragion d’essere. Se storicamente i laburisti erano il partito delle classi lavoratrici, ormai da tempo hanno perso il contatto con i ceti popolari: oggi la working class tradita dalla globalizzazione guarda a Farage; i giovani metropolitani e le minoranze etniche sostengono i Verdi; i ceti affluenti suburbani votano per i liberaldemocratici. I laburisti invece non sanno più qual è il loro elettorato: anzi, se lo sono perso per strada. È una spirale che sembra precorrere il destino triste, solitario y final dei socialisti francesi o del Pasok greco.
Ma se per il Labour suona la campana a morto, la «rivolta celtica» agita i sonni del Regno Unito: ormai tutte e tre le nazioni non inglesi (Scozia, Galles e Irlanda del Nord) sono guidate da partiti il cui obiettivo ultimo è lo smembramento del Paese. Certo, né a Edimburgo, né a Cardiff né a Belfast la secessione è all’ordine del giorno: ma la situazione che si è creata è senza precedenti e già prima delle elezioni il premier scozzese (nazionalista), John Swinney, aveva detto che di fronte a questo esito avrebbe promosso la «cooperazione» con Plaid Cymru (i gallesi) e Sinn Féin (gli irlandesi). La prossima settimana le due leader del Sinn Fein, Mary Lou McDonald e Michelle O’Neill, saranno a Londra per esporre pubblicamente la loro tabella di marcia a seguito del nuovo scenario. I tre partiti nazionalisti non hanno formato una vera alleanza, ma intendono muoversi in parallelo: e il loro successo prefigura l’avvento di un’era «post-britannica», nella quale la stessa Inghilterra sarà chiamata a fare i conti con la propria (nebulosa) identità.
Certo, sia in Scozia che in Galles che in Irlanda del Nord i problemi più urgenti da affrontare sono altri, dai servizi pubblici al carovita alla sanità: e in nessuna delle tre nazioni sembra esserci al momento una netta maggioranza in favore della secessione. Ma non bisogna farsi illusioni che per quei partiti l’indipendenza da Londra non sia l’obettivo ultimo della loro azione: come ha scritto di recente The Economist, sarebbe un po’ come comprare Playboy per leggere gli articoli che contiene e poi meravigliarsi che dentro ci sono le donne nude.