Corriere della Sera, 10 maggio 2026
Trump "stufo della guerra". Ma Teheran lascia l’America in sospeso
Annoiato come un bambino stufo dei giochi che lui stesso ha contribuito a spaccare. I soldatini nemici non rispondono ai suoi ordini e Donald Trump – per come lo descrive la rivista Atlantic – vorrebbe passare a un’altra partita. I ritmi degli iraniani sono troppo lenti rispetto al suo carattere erratico, la risposta del regime all’offerta americana per porre fine alla guerra sgocciola come le perdite di petrolio attorno all’isola di Kharg nello Stretto di Hormuz, il principale centro di smistamento per Teheran, e può essere altrettanto rischiosa e difficile da contenere più il tempo passa. «Trump è frustrato dall’intransigenza iraniana», commenta una fonte al giornale americano. Vuole evitare – continua la ricostruzione – che la crisi rovini il suo viaggio in Cina previsto nei prossimi giorni. Il presidente è «riluttante a riaprire le ostilità, vorrebbe evitare altri morti», dice un altro consigliere anonimo.
Le intenzioni dei vertici iraniani restano opache quanto la cartella clinica di Mojtaba Khamenei, sopravvissuto al raid che ha ucciso il padre per diventarne il successore: da sfigurato e in coma – secondo l’intelligence israeliana – la nuova Guida Suprema avrebbe riportato solo danni alla schiena alla rotula, almeno secondo quello che raccontano i media controllati dalla dittatura. Dal giorno del bombardamento, nelle prime ore dell’offensiva iniziata dagli Stati Uniti e dallo Stato ebraico, non si è mai visto in pubblico, mentre pubblici ufficiali come il presidente Masoud Pezeshkian assicurano di averlo visto, può parlare e sarebbe lui a dettare come condurre le trattative. La cricca al potere ha bisogno di mostrare che il comando è ancora saldo.
Chi decida davvero è difficile da capire. E così anche Trump può permettersi di dire che il «cambio di regime» c’è stato, i suoi negoziatori starebbero parlando con «uomini nuovi». Che però indossano il vestito vecchio delle strategie da sempre usate: a Barack Obama sono serviti anni per raggiungere con gli ayatollah l’intesa sul programma atomico e – come fa notare l’analista israeliano Danny Citrinowicz – l’accordo finale siglato nel 2015 sta in un documento lungo 180 pagine. Ai mediatori di Trump ne mancano ancora 179 rispetto alla singola pagina passata agli iraniani attraverso il Pakistan: prevede uno stop all’arricchimento dell’uranio per almeno 15 anni, il trasferimento all’estero dei 450 chilogrammi di materiale pronto per la bomba (probabilmente negli Stati Uniti). In cambio la Casa Bianca offre di cancellare le sanzioni economiche contro il regime. Il presidente ripete di «attendere la replica nelle prossime ore». Intanto è annunciato un vertice in Florida con al tavolo Rubio e Witkoff con il premier del Qatar.
Tutti questi punti verrebbero discussi per un periodo di trenta giorni, mentre lo Stretto di Hormuz viene progressivamente riaperto ai traffici internazionali: ieri il Qatar ha fatto partire il primo carico di gas naturale da quando è iniziato il conflitto. Rendere il passaggio di nuovo navigabile è interesse globale, ancor più che americano, la Gran Bretagna ha inviato un cacciatorpediniere, per ora solo un «pre-posizionamento» in vista di una futura missione nel caso il cessate il fuoco diventi permanente. Resta «l’obiettivo comune con Washington – commenta Friedrich Merz, il cancelliere tedesco – di garantire che l’Iran non possa produrre la bomba atomica».