Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 09 Sabato calendario

Contratti, Durigon spacca il governo: no al favore a Confindustria

È durata solo pochi giorni la “tregua” del Primo Maggio: ieri il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon è tornato alla carica con un’uscita, tipica delle sue, che rialza la tensione nel governo Meloni sul tema dei salari. Il leghista ha annunciato un emendamento in arrivo per far rientrare dalla finestra la retroattività degli aumenti contrattuali; cioè proprio la norma – sgradita alla Confindustria – che il Consiglio dei ministri aveva cancellato all’ultimo minuto dal decreto sul salario giusto approvato il 28 aprile.
Se approvata, avrebbe l’effetto di accelerare i rinnovi dei contratti nazionali, dando anche maggiore forza negoziale ai sindacati. La norma rimossa stabiliva un principio favorevole ai lavoratori: quando si rinnova un contratto collettivo, gli incrementi di stipendio previsti partono dalla data di scadenza naturale, non da quella di effettivo rinnovo. Questo dà il diritto ai lavoratori di ricevere pure gli arretrati per il ritardo nella firma. L’esecutivo aveva deciso di togliere l’articolo dal testo finale perché Confindustria non gradiva un’imposizione per legge; sarebbe costata non poco alle imprese o le avrebbe spinte a rinnovare in fretta i contratti scaduti. L’ultimo dato Istat dice che oltre 4 milioni di dipendenti hanno il contratto collettivo scaduto in media da 15 mesi.
Il decreto finale approvato contiene una formula molto più blanda: lascia alle parti sociali la facoltà di decidere se riconoscere o no gli arretrati. In pratica, il governo ha scelto di far restare tutto nelle mani della Confindustria e delle sue associate. Ora il sottosegretario leghista Durigon chiede il ritorno della norma sulla retroattività anticipando che sarà inserita in un emendamento durante l’iter parlamentare per la conversione del decreto in legge. Lo ha detto ieri durante un’intervista con il Quotidiano Nazionale: “Se un contratto non viene rinnovato – ha spiegato il sottosegretario – i salari restano bloccati, e non è certo il salario minimo a risolvere questo problema. Serve dare certezza ai lavoratori. Come Lega presenteremo un emendamento per rafforzare questo principio. Se nel contratto non è previsto diversamente, l’incremento economico del rinnovo dovrà decorrere dal giorno successivo alla scadenza del contratto precedente”.
Una curiosa sequenza di eventi, insomma: il 28 aprile il governo di cui fa parte la Lega cancella la norma sulla retroattività, che figurava nelle bozze circolate fino al giorno prima, e approva il decreto; il 7 maggio il sottosegretario leghista al Lavoro la ripropone come emendamento parlamentare. In realtà, le schermaglie interne erano già iniziate settimane prima dell’approvazione del decreto. A inizio aprile, infatti, lo stesso Durigon aveva lanciato la proposta di introdurre norme per “rompere il monopolio di Cgil, Cisl, Uil e Confindustria” sui contratti collettivi. Tradotto: favorire le sigle minori ma più vicine al governo, come Cisal e Ugl.
Annusando questa intenzione, la Confindustria ha levato gli scudi, attaccando il governo e minacciando di interrompere gli incontri vista la tendenza a invitare associazioni sindacali e imprenditoriali dedite alla pirateria contrattuale. Il governo ha allora virato sull’asse dei tre sindacati confederali e soprattutto quello confindustriale. Il decreto ha previsto che i bonus per le assunzioni possono andare solo a chi applica i contratti dei sindacati più rappresentativi. Claudio Durigon ha perso la battaglia; ora però promette che la Lega è pronta a mettere di nuovo zizzania nel governo.