La Stampa, 9 maggio 2026
Marco Morricone parla del padre Ennio
Le note di Nuovo cinema Paradiso e C’era una volta in America suonate al pianoforte dal figlio Andrea, classe 1964, i tanti aneddoti raccontati nel salone dei concerti dell’Accademia Chigiana dal primogenito Marco, classe 1957, la regia affidata a Luca Verdone, fratello di Carlo. Mentre sullo schermo in sala scorrevano le foto del compositore nelle stanze della Chigiana, dove è stato docente del Corso di alto perfezionamento di Musica per film dal 1991 al 1996. Un toccante omaggio all’autore di musiche immortali, accompagnato a lungo in vita dal cruccio di non essere accettato dai compositori «seri» e di essere compatito dalla sua guida musicale, Goffredo Petrassi.
Quanto ha pesato per suo padre il distacco del Maestro?
«Soffriva l’ostracismo degli amici compositori e dell’Accademia. “Spero che i libri di storia della musica mi dedicheranno almeno un rigo”, mi diceva. Quando arrivò la meravigliosa lettera di scuse di Boris Porena, folgorato da C’era una volta in America, mio padre pianse. Poi si prese la rivincita con Petrassi. John Huston rifiutò la sua musica per La Bibbia e scelse quella di mio padre, che poi alla fine si ritirò. Oggi la sala piccola dell’Auditorium è intitolata a Petrassi, ma tutto il Parco della Musica si chiama Ennio Morricone».
Perché la grande musica lo escludeva?
«Perché era gelosa del suo successo e lo accusava di tradimento, dopo i tempi di Nuova Consonanza. Fu nominato accademico a Santa Cecilia a 68 anni, il primo concerto glielo concessero a 72 anni».
Suo padre godeva del privilegio della solitudine...
«A casa nostra la musica era bandita. Potevamo litigare, fare baccano, ma non sentire dischi o musicassette. Mio padre aveva bisogno di un isolamento acustico totale, temeva che il suo processo creativo potesse essere influenzato dalla musica di altri. Per anni mi sono sentito un disadattato, non conoscevo i Led Zeppelin, i Genesis, i Pink Floyd. Quando morì David Bowie mi chiese “Ma chi è?”. Non era snobismo, non ascoltava mai musica che non fosse la sua».
È vero che nel suo studio non poteva entrare nessuno?
«Quando doveva uscire, anche per pochi istanti, chiudeva la porta e teneva la chiave appesa al collo. Era convinto che io rubassi i suoi dischi per prestarli ai miei amici, che poi non me li restituivano. In realtà era mia madre che li rubava per regalarli ai professori di noi fratelli, dato che non eravamo studenti modello».
Cosa era il silenzio per Ennio Morricone?
«Papà era l’uomo dei silenzi, nella sua musica sono le pause a fare la differenza. Lo ha dimostrato con Voci dal silenzio, sulla tragedia delle Torri Gemelle. Tutta la forza tellurica della composizione si sprigiona quando la musica si ferma. Lui diceva: “Se vuoi capire la mia musica, devi cercare tra i vuoti”. Nel silenzio c’è l’odio, la gelosia, la violenza, l’ira, l’amore, la passione».
Però gridava, almeno quando tifava Roma.
«Per lui essere romano e non tifare Roma era inconcepibile. Quando Spalletti, che abitava nel nostro stesso palazzo, annunciò che voleva lasciare la Roma, mio padre suonò al suo campanello e lo pregò di non dimettersi. “Lei non deve andarsene, la Roma è più importante e lei è l’unico bravo"».
Lei gli dava i risultati mentre lui dirigeva. Come faceva?
«Stavo dietro l’orchestra, ci lanciavamo occhiate e avevamo i nostri codici. Mi ricordo il derby del 2010: la Roma stava perdendo 1 a 0 e Ranieri sostituì Totti e De Rossi. Vinse 2 a 1, feci una V con le dita per due volte. Significava doppietta di Vucinic».
Quando ha capito che suo padre Ennio era un genio?
«È stata una scoperta graduale, tu senti La musica assoluta o Voci dal silenzio e lo comprendi. Papà era immerso nel suo universo totalizzante: una volta, finito un concerto all’Opera di Parigi, prendemmo il volo per Chicago, dove Muti dirigeva la Symphony Orchestra per Voci dal silenzio. C’erano 30 gradi sotto zero, assistemmo al concerto e la mattina dopo partimmo per Praga».
Qual era la musica per film che amava di più?
«Per lui ogni nota era un figlio. Girava sempre con una valigetta piena di tutte le sue partiture, come i presidenti americani con i codici atomici, non se ne separava mai. Capii che cominciava a fidarsi di me quando, in aeroporto, incontrò il suo primo violino Marco Serino. Mi mollò la valigetta e parlò con lui. Da allora me la affidò sempre. E poi decise di venire ad abitare nel mio palazzo, comprò un appartamento due piani sopra. Ogni domenica scendeva a pranzo da me, lui e mia mamma, ogni mattina salivo a prendere il caffè da loro. Non me l’hanno mai chiesto, era diventata una silente abitudine».
Mission occupa un posto particolare nella sterminata partitura di Morricone?
«Quella colonna sonora meriterebbe un libro. La produzione cercava Leonard Bernstein, ma non riuscì a trovarlo. Fernando Ghia, coproduttore, tormentò David Putnam per farla fare a mio padre. Lui volò a Londra e vide il film con il regista Roland Joffé. Scoppiò a piangere e alla fine disse “Io posso solo rovinarlo". Tornò a Roma, cominciarono le telefonate con Joffé. Scrisse in 40 giorni i tre temi di Mission, partendo dal celebre Gabriel’s oboe, scegliendo le note in base al movimento casuale delle dita di Jeremy Irons nel film. Poi compose il tema etnico, sugli Indios, e infine quello religioso, con il coro dei bambini. Alla fine disse: “Non so se esiste l’ispirazione, ma stavolta sono stato aiutato dalla Santissima Trinità"».
Che ricordi ha del rapporto con Sergio Leone per cui ha creato musiche memorabili?
«Sergio e Ennio erano compagni di scuola alle elementari, si erano ritrovati e da Un pugno di dollari a C’era una volta in America non si separarono mai. Litigavano spesso, lo fecero anche per il primo film di Verdone, Un sacco bello. Lo racconta Carlo, debuttante impaurito. Mentre Ennio provava la musica al pianoforte, Leone interveniva, lo correggeva e diceva “Ecco qui devi mettere queste note…”. Mio padre si alzò infuriato e disse: “È la sesta volta che mi vuoi far suonare la Titina, e che c…”. E se ne andò».
Litigava spesso con i registi?
«La lite più celebre fu quella con Zeffirelli. Il regista lo chiamò per Amore senza fine, mio padre compose la colonna sonora ma Zeffirelli voleva che citasse Lionel Richie e Diana Ross come autori. Ennio disse “La musica è mia”, prese le partiture e se ne andò. Qualche tempo dopo Sergio Leone, che cercava musiche per C’era una volta in America, rovistò tra le partiture, ne scelse una e chiese a mio padre di suonarla. Lui si mise al pianoforte e Leone disse “È questa la musica per il film”. Era la celebre Deborah’s theme».