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 2026  maggio 08 Venerdì calendario

Dumb Economy. Chi guadagna sull’ignoranza?

“It’s the economy, stupid!”. Nel 1992, James Carville, stratega politico di Bill Clinton, sintetizzò in una battuta la ricetta per vincere le elezioni. Quasi 35 anni dopo, quella formula funziona ancora. Ma l’economia che orienta il comportamento si è estesa a nuovi orizzonti, oltre redditi, salari e inflazione, fino a catturare l’attenzione, il Sacro Graal di un mondo iperconnesso. Brand, piattaforme e politica competono per la stessa scarsa risorsa: il tempo mentale. Lo fanno accorciando il percorso tra desiderio e azione impulsiva, creando un ponte diretto tra la curiosità e un semplice clic. E, di fatto, rendono più conveniente pensare meno. La soglia di attenzione, dopotutto, è un bene di cui c’è scarsa disponibilità, e catturarla è il vero vantaggio competitivo, soprattutto in anni che hanno visto il tempo trascorso davanti agli schermi passare dalle nove ore in media del 2012 alle 11 del 2019. Tra film e serie tv – ha raccontato in una recente intervista l’attore e produttore americano Matt Damon –, si è diffusa la necessità di riproporre a breve distanza i principali sviluppi della trama per assicurarsi di intercettare spettatori che quasi certamente hanno lo smartphone in mano. E anche i bestseller si stanno adattando: i libri in cima alle classifiche delle vendite si sono ristretti di una cinquantina di pagine nell’ultimo decennio.
Le aziende, da parte loro, ottimizzano messaggi, prodotti e interfacce per consumatori stanchi, distratti e cognitivamente sovraccarichi: Ryanair ha trasformato la sua presenza virtuale in un meme permanente fra tormentoni virali e autoironia, mentre Duolingo ha convertito l’apprendimento linguistico fai-da-te in intrattenimento. La politica non è da meno: le lunghe sessioni parlamentari si sono ristrette in decontestualizzate clip di pochi secondi più per surfare il web che per argomentare.
Secondo Tristan Harris, co-fondatore negli Stati Uniti del Center for Humane Technology, impegnato nella creazione di un’etica online, “già ai tempi della radio o della televisione esisteva una corsa per conquistare la nostra attenzione, ed era un gioco a somma zero. Oggi però lo percepiamo molto di più, perché passiamo sempre più tempo davanti agli schermi e ci sono innumerevoli realtà che gareggiano per catturare il nostro interesse. Da un’app di meditazione al New York Times, fino a Facebook: tutti competono per la stessa valuta, che è l’attenzione”. Gli spot pubblicitari sono nati con l’intento di catturarla e addomesticarla, optando per contenuti sempre più brevi e capaci di generare un maxi-ritorno. Durante il Super Bowl, ad esempio, per uno spot di 30 secondi la spesa è aumentata vertiginosamente: quattro anni fa era poco più di 2 milioni di dollari, oggi si sono raggiunti gli 8.
Dal carrello online con le raccomandazioni alle pubblicità mirate su Instagram, fino alle funzioni “shopping” di TikTok e a quelle integrate nei modelli di intelligenza artificiale, i consigli d’acquisto personalizzati proposti dall’algoritmo partono da presupposti di efficienza. Ma il rischio, oltre all’appiattimento e al conformismo, è incorrere nell’“eccesso di delega”: si appalta all’esterno ogni decisione e “ci si disallena alla responsabilità”, spiega Paolo Guenzi, docente dell’Università Bocconi e autore di Marketing dell’Ignoranza, edito da Egea. Guenzi la chiama “l’amazonizzazione delle aspettative”. “La velocità è positiva, come dimostra il caso degli ordini in un clic su Amazon. Ma se si traduce in fretta diventa controproducente: la maggior parte dei consumatori si è abituata a non ragionare, a non approfondire, a non confrontarsi, a non esercitare spirito critico che richiede anzitutto tempo, fatica e competenze”. Il paradosso è che, “alla ricerca di una vita più comoda, in realtà finiamo per non avere più una vita”. O quasi. Dalle preferenze d’acquisto alle relazioni sociali: l’immancabile inoltro su WhatsApp di catene di testo o immagini fatte in serie nelle occasioni di festa “è il simbolo della cultura estrema della delega”, per di più “in un’occasione simbolicamente importante”.
Ma chi approfitta di una società che ha rinunciato alla complessità? “Anzitutto chi è spregiudicato e senza scrupoli, perché ha davanti a sé soggetti con meno anticorpi e meno capacità di giudizio, e ciò vale in ambito politico sia aziendale”, afferma Guenzi. Poi ci sono i brand “che in un mondo razionale non sarebbero competitivi e che guadagnano proprio dalla banalizzazione. Insomma, chi ha meno cose da dire, le dice con i tempi e i modi più coerenti con l’attenzione della gran parte del proprio pubblico”.
Non è una novità: credulità e incompetenza “sono sempre esistite, ma internet le ha rese molto più visibili”, spiega a d David Dunning, psicologo americano dell’Università del Michigan che, insieme al collega Justin Kruger, nel 1999 teorizzò quello che sarebbe diventato conosciuto a livello planetario come l’effetto Dunning-Kruger: la distorsione cognitiva per cui chi ha poche competenze tende a sovrastimarsi. Una delle condizioni più frequenti, cioè, nella sfera online, che fornisce un’infrastruttura potentissima per esprimersi e condividere assunti ben oltre le proprie capacità, spesso senza gli strumenti per rendersene conto. “Mai prima d’ora abbiamo avuto così tante informazioni disponibili. Ma la loro qualità è incredibilmente disomogenea”. L’economia dell’attenzione ha reso “più facile informarsi, e più probabile essere disinformati o manipolati” poiché in rete “sono le emozioni divisive, o quelle che favoriscono il conflitto, a prevalere”, prosegue Dunning. Gli algoritmi premiano i contenuti che creano contrapposizione anziché dibattito. Uno studio del Massachusetts Institute of Technology, ad esempio, ha evidenziato che i post politici sensazionalistici, faziosi o incendiari hanno il 70% in più di probabilità di essere rilanciati e diventare virali rispetto a quelli sobri e neutrali. Ne risentono la vita pubblica e la democrazia, certo, ma non solo. Mentre vari governi valutano di limitare l’accesso ai social per i minori, uno studio condotto qualche mese fa per il ministero delle Finanze francese ha stimato che, nel prossimo trentennio, un declino delle capacità cognitive potrebbe ridurre la crescita d’Oltralpe di circa il 2%. Alla lunga, anche la stessa economia che cavalca l’ultrasemplificazione per aumentare le reazioni, pagherebbe il costo della disattenzione strutturale.