repubblica.it, 9 maggio 2026
Uno Bianca, a gennaio Pietro Gugliotta si è suicidato
Lo hanno trovato impiccato nella sua casa in Friuli, dove viveva da anni con la seconda moglie. Così, Pietro Gugliotta, di 66 anni, si è tolto la vita l’8 gennaio scorso (la notizia è trapelata solo ieri). È stato uno dei componenti della banda della Uno Bianca, anche se non ha mai avuto condanne per fatti di sangue. Un gregario, insomma, uno dei criminali in divisa, capaci negli anni tra l’87 e il 94, di oltre cento tra rapine e assalti, costati la vita a 24 persone e il ferimento di altre cento.
Una strana morte. Ex poliziotto, assieme ai Savi, lavorava alla centrale operativa di Bologna, dove aveva conosciuto Roberto, capo della banda. I due avevano legato. Erano diventati amici per la comune passione per le immersioni. Difeso dall’avvocata Stefania Mannino, Gugliotta è stato assolto da due episodi in particolare. Il primo è il tentato omicidio di Driss Akesbi, un cittadino magrebino a cui la banda sparò senza alcuna ragione riducendolo in fin di vita. Si disse che doveva essere il battesimo del fuoco di Gugliotta, ma poi venne assolto.
Assolto anche per i fatti del gennaio 1990, quando in via Emilia Levante la banda fece esplodere un ordigno nell’ufficio postale durante l’orario di apertura (giorno delle pensioni), causando il ferimento di 46 persone. Qui l’accusa non riconosciuta era di strage. Gugliotta era stato arrestato il 26 novembre del 1994. Inizialmente condannato in due diversi processi a 28 anni di carcere, la pena fu poi ridotta a 18 anni. Era tornato in libertà nel 2008, dopo 14 anni di detenzione, beneficiando dell’indulto e della legge Gozzini. Aveva iniziato il percorso di reinserimento sociale lavorando in una cooperativa per la quale si occupava di trascrizioni e di cura del verde. Da alcuni anni era in pensione. Si era insomma ricostruito una vita. Il Natale scorso lo aveva trascorso con la moglie a Tenerife, nulla che lasciasse presagire una fine del genere. Poi la decisione di togliersi la vita, secondo alcuni parenti dovuta ad una crisi familiare.
All’interno della polizia svolgeva il ruolo di operatore radio della questura, insieme a Savi. A processo si è difeso affermando che «voleva uscirne, ma che era terrorizzato da Roberto Savi, succube». La procura aveva messo in conto di sentirlo nell’ambito della nuova indagine sulla banda, non sarà più possibile. Se aveva dei segreti, se li è portati via.