la Repubblica, 9 maggio 2026
Valeria Luiselli parla di sé e dei suoi libri
Tutto torna nei romanzi di Valeria Luiselli. La scrittrice messicana amatissima per il potente Archivio dei bambini perduti (La nuova frontiera) è la grande narratrice dei confini. Non è un caso che dodici anni fa abbia scoperto la Sicilia e se ne sia innamorata. L’isola che definisce borderland è la protagonista del suo nuovo romanzo, Principio metà fine che segna anche il suo passaggio alla casa editrice Einaudi. Una storia intima e immaginifica che riannoda le linee del tempo e dello spazio e mette in scena una madre e una figlia adolescente, ma anche una nonna che lotta con la memoria e una bisnonna coraggiosa. Un romanzo di formazione e di viaggio, che omaggia la potenza del mito, che dialoga apertamente con la natura e la studia – mare, vulcani, campagna – per dirci in fondo che casa è dove poggiamo i nostri piedi. Un romanzo con una appendice speciale: un Qrcode per ascoltare i suoni registrati in Sicilia, proseguendo quella sperimentazione già avviata con Archivio. Luiselli ha 42 anni. Ha vissuto un’infanzia raminga con il padre diplomatico e la madre dipendente delle ong. Oggi vive a New York in un appartamento pieno di donne, angosciata dai venti di guerra che soffiano sul mondo ma nient’affatto disposta a cedere allo sconforto. «Non arrendersi alla catastrofe è un dovere etico e politico – dice dalla sua casa nel Bronx alla vigilia di un lungo tour che dopo la Spagna la porterà in Italia, grande ospite internazionale del Salone del libro di Torino – se avessi vent’anni sarei a bordo della Flotilla».
C’è un filo che lega “Principio metà fine” ad “Archivio dei bambini perduti”?
«Tutti i miei libri indagano la memoria, la coscienza, l’immaginazione e il rapporto tra il mondo degli adulti e quello dei bambini. Durante un incontro con gli studenti delle scuole medie, una ragazza di quattordici anni mi ha chiesto: “Perché ti piace scrivere?”. Ho esitato. Alla fine ho detto: “Perché quando scrivo, ricordo, e quando ricordo, posso riscrivere”».
Che cos’è un ricordo? Come lo costruiamo?
«Penso che la nostra coscienza sia costellata di impressioni di tutto ciò che abbiamo visto, letto e vissuto. Nel romanzo faccio riferimento a uno dei miei racconti preferiti di Borges, La memoria di Shakespeare, dove un personaggio, il narratore, riceve la memoria del poeta: l’intera storia è un arrovellamento all’interno della coscienza del protagonista su cosa fare con due memorie. Ci ha scritto un bellissimo saggio lo scrittore argentino Riccardo Piglia, scomparso alcuni anni fa. L’ha reinterpretato come una parabola della lettura in generale. Tutti noi ereditiamo la memoria di Shakespeare, tutti noi ereditiamo la memoria di Borges: non possiamo essere come loro, ma moltitudini di personaggi abitano le nostre menti».
In Principio metà fine una madre e una figlia arrivano in Sicilia. La madre ha chiuso una relazione e una certa idea di famiglia (l’uomo aveva a sua volta un figlio) è svanita anche per la bambina: è un romanzo su un inizio o su una fine?
«Il modo in cui costruisco la mia narrativa ha molto a che fare con l’osservazione delle mappe contemporanee, ma anche delle vecchie cartografie, del modo in cui lo spazio è stato compreso e rimodellato nel tempo. E poi sono appassionata di etimologia delle parole. E quindi questo romanzo, prima di tutto, è un viaggio cartografico nel linguaggio e nello spazio, uno spazio che è la Sicilia contemporanea, ma è anche la Sicilia come frontiera, come confine tettonico».
Il loro è anche un viaggio nel mito: leggono Plinio il Vecchio e si portano dietro una maiolica che raffigura il dio Proteo.
«Ho sempre pensato che l’Odissea fosse per me il simbolo dell’idea di viaggio. Ma poi, solo da pochi anni, ho scoperto l’Eneide: è la grande epopea dell’esilio e dei rifugiati. Persone che perdono la guerra, si perdono in mare e non hanno una casa a cui tornare. Devono inventarsela. Su piccola scala, il viaggio di questa madre e di questa figlia è una micro Eneide».
Perché il loro nume tutelare è proprio Proteo?
«Adoro il fatto che sappia predire il futuro, ma abbia anche un senso profondamente chiaro del passato: è un grande viaggiatore nel tempo. Mai come adesso è utile saper comprendere il passato per immaginare il futuro».
E perché Plinio il Vecchio?
«Quando avevo 15 anni la mia bibbia era Rayuela di Cortázar; a vent’anni l’I Ching; negli ultimi sei è stato Plinio che si può consultare come un oracolo».
Nel romanzo c’è una fortissima genealogia femminile: la madre e la figlia, ma anche la nonna che per non perdere la memoria ritraduce i libri che ama e la bisnonna. Gli uomini non ne vengono fuori benissimo.
«Negli ultimi otto anni ho vissuto in una famiglia composta da sole donne: mia madre, le mie figlie, le mie nipoti, una studentessa alla quale affitto una stanza. Non è sempre facile ma è bellissimo, intenso, vivido, e c’è un sistema di cooperazione al di fuori delle strutture gerarchiche che è molto interessante da osservare. Mio padre era certamente il patriarca della casa, era il capotavola: c’è stato un interessante cambiamento generazionale tra il modo in cui è cresciuta la mia generazione e il modo in cui sta crescendo quella di mia figlia. Ursula Le Guin scrive che non conosciamo nessun’altra forma di organizzazione che non sia patriarcale perché ogni singola nostra istituzione è stata creata dagli uomini».
La bisnonna della storia è una delle prime migranti partite dalla Sicilia in cerca di fortuna. Questo è anche un libro politico?
«Ricordo un workshop a Roma che ha cambiato il corso di questo romanzo. Lavoravo con un gruppo composto solo da giovani donne. E a un certo punto ho chiesto loro di immaginare una scena nella quale fossero costrette a fuggire improvvisamente dalla loro città. Tutte sono state in grado di immedesimarsi profondamente: alcune avevano avuto antenati che se n’erano andati in passato, altre hanno visto persone arrivare o andarsene adesso. Mio nonno dovette lasciare la Lombardia perché viveva in uno stato di completa povertà e andò a cercare fortuna a Cuba e poi in Messico. Lo sappiamo, sappiamo tutto. Ma dimentichiamo, soffriamo di amnesia culturale e storica».
Rubare un mosaico, rubare dei libri bellissimi e scappare via: in questo romanzo le donne rubano. E siamo solidali leggendo.
«È una forma di giustizia retributiva perché noi donne siamo costantemente saccheggiate. La bisnonna ruba perché il suo lavoro non è mai stato ben pagato né riconosciuto. Nel caso della madre e della figlia il furto è una vendetta contro un uomo stupido».
La memoria è un grande tema del romanzo: è vero che fa parte di un collettivo anti IA?
«Sì. La prima riunione era solo una catarsi per sfogare tutto il nostro odio contro il sistema. Adesso ci siamo divisi in gruppi tematici per capire cosa possiamo fare concretamente nel nostro campo».
Cosa può fare uno scrittore?
«Intanto non usare l’intelligenza artificiale per nessun motivo. Forse può interessare agli scrittori ai quali non piace scrivere, ma non a chi ama profondamente il processo. Quello che vogliamo è stare seduti su qualcosa per sette ore o sette mesi e arrivare finalmente da qualche parte dopo tanto sforzo». La meta? Scrivere, ancora una volta, un nuovo inizio.