la Repubblica, 9 maggio 2026
Privatizzazioni, incassati 4 miliardi sui 20 previsti
Il passo è lento, l’incasso è magro. A otto mesi dalla conclusione, il piano triennale del governo sulle privatizzazioni è lontano dagli obiettivi prefissati. È l’ultima relazione del ministero dell’Economia sulle operazioni di cessione delle partecipazioni in società controllate dallo Stato a svelare l’affanno.
Il documento, che Repubblica ha potuto visionare, è stato trasmesso dal titolare del Tesoro Giancarlo Giorgetti ai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa.
Il dato che balza subito all’occhio sfogliando le 15 pagine che lo compongono è quello dell’avanzamento del programma messo nero su bianco nella Nota di aggiornamento al Def dell’autunno 2023: a fronte di un incasso complessivo stimato in circa 20 miliardi nel 2024-2026 (l’1% del Pil secondo i calcoli di allora), gli introiti effettivi al 31 dicembre 2025 risultavano pari a 3,1 miliardi.
La tabella che riepiloga le operazioni effettuate durante un orizzonte leggermente più lungo, dal primo gennaio 2022 al 30 novembre 2025, conteggia in tutto poco più di 4 miliardi perché include i circa 916 milioni finiti nelle casse pubbliche a settembre 2023 grazie alla prima delle tre tranche di dismissione della quota detenuta dal Mef in Mps.
Ma un miliardo in più o in meno non fa la differenza se si guarda appunto al trend generale. Per raggiungere il target auspicato, l’esecutivo dovrebbe mettere in fila operazioni per un valore di circa 17 miliardi. Il tempo a disposizione, però, è poco, da qui a fine anno.
Eppure l’impegno è stato confermato più volte dal 2023, quando è stato appunto formulato, in poi. La premier Giorgia Meloni si era detta convinta della riuscita del piano fin dall’inizio. Era il 22 gennaio 2024, pochi giorni dopo il via libera del Consiglio dei ministri alla Nadef, quando affermò che si trattava di «un lavoro che si può fare con serietà».
La previsione
La preoccupazione era concentrata sul non far apparire la programmazione come una svendita dei gioielli di casa. Per questo spiegò che la cessione di «alcune quote» di società pubbliche sarebbe avvenuta «senza compromettere il controllo pubblico», aggiungendo che «su alcune società interamente di proprietà dello Stato» si sarebbero potute cedere «quote di minoranza a dei privati». Ma allo stesso tempo rilanciò la previsione dell’incasso di 20 miliardi in tre anni.
Le cose sono andate assai diversamente. L’applicazione del piano si è limitata alle cessioni di quote di Mps, Eni e Ita. Le prime due hanno garantito un incasso pari rispettivamente a 2,7 e 1,3 miliardi. La dismissione della quota del 41% nel capitale della compagnia aerea non ha invece comportato un introito diretto per lo Stato perché si è trattata di un’operazione realizzata mediante un aumento di capitale da parte di Lufthansa, con una conseguente diluizione della partecipazione del Mef.
Sommando tutte le operazioni si arriva, quindi, a 4 miliardi. Nell’introduzione del documento trasmesso alle Camere, Giorgetti ricorda che i vecchi governi non hanno fatto nulla: «Il Mef – scrive – non ha condotto alcuna operazione di tale natura dal 2017 al 2021». Ma i 5 stelle attaccano: «Meloni vende gli asset senza ridurre il debito».