la Repubblica, 9 maggio 2026
Padova, l’acesa del mocktail
Aria di acqua di olive. Ma anche bitter al sedano, per non parlare di barbabietola e aria di cedrata. E che dire del basilico, del sambuco e dell’acido di riso? Certo, forse il vecchio Hemingway farebbe fatica a rinunciare al suo mojito per provare un aperitivo analcolico speziato, piccante e colorato, e questo “fàmolo strano” dentro il bicchiere spiazzerebbe anche Toni e Bepi, santi bevitori patavini, affezionati all’irrinunciabile spritz col Campari. Ma è innegabile che questa rivoluzione dell’aperitivo e della bottiglia senza alcol sia ormai un fenomeno di costume, e con notevoli ricadute economiche: i produttori di bevande sono ben consapevoli del fatto che, negli ultimi 5 anni, il 33 per cento degli italiani hanno abbandonato gli alcolici, e il 23 per cento dichiara di volerlo fare. Senza, per questo, lasciare il bicchiere vuoto.
I giovani specialmente, quelli della Generazione Z, hanno scelto di pensare alla salute (e ai punti sulla patente) senza dover rinunciare al gusto. La sfida prende forma a Padova, culla del Veneto alcolico, dove la scuola per barman “Flairtender Academy” ha organizzato una delle tappe nazionali di una gara alla ricerca del migliore aperitivo analcolico. Un’eresia? Una bestemmia in casa del parroco? «No, è solo la logica conseguenza di una tendenza consolidata». Francesco Mortai, il titolare della “Flairtender”, non si sente certo un provocatore: «Gli analcolici non sono più banali imitatori, ma cercano la complessità e l’innovazione. I nostri allievi sanno che non è per niente facile creare e proporre un aperitivo che possa competere con la tradizione alcolica: qui si fa dell’artigianato, e ogni nuovo cocktail diventa quasi un pezzo unico. La gente sta aprendo gli occhi, lo fa pensando alla salute e al nuovo codice della strada. E vi assicuro che un mocktail come si deve, non è affatto un ripiego».
Mocktail deriva dall’inglese “mock”, che vuol dire simulato, imitato. Un nome sbagliato, perché può indurre in errore. La complessità è difficile, e si basa su una ricerca di prodotti differenti senza la scorciatoia dell’alcol, un tipo che ama vincere facile (e spesso perde, con la sua pericolosa sferzata su sangue e cervello): ricerca vuol dire, ad esempio, estratti di frutta ricchi di polifenoli, melograno, piccoli frutti, agrumi amari, con meno zuccheri semplici e aromi inattesi. Non mancano gli “ingredienti bioattivi con effetto digestivo e metabolico”, e c’è chi lascia cadere nell’intruglio un po’ di camomilla che male non fa. La complessità sta creando una tendenza, e ormai il mocktail è un rito nei peggiori bar di Caracas come nei migliori di Milano e Roma.
L’aria è cambiata un po’ ovunque. I tedeschi, per dire, non hanno mai bevuto poca birra come nel 2025 (meno 6,8 per cento rispetto all’anno precedente), e il mercato mondiale delle bevande analcoliche vale ormai 1,70 trilioni di dollari, con un’ulteriore crescita annua prevista del 4,60 per cento. «Mi piace il gusto, non mi serve l’alcol» è quasi un manifesto generazionale. Ed è così che la “mixology alcolica” della gara di Padova diventa un osservatorio più generale. Nel cavallo portato nelle mura di Troia, i giudici dell’insolita competizione hanno ribadito che non si stavano facendo imitazioni. «Un mocktail che si rispetti è qualcosa di articolato, senza la forza dell’alcol che spinge i sapori», spiega ancora Francesco Mortai. Dodici concorrenti, sei batterie, cinque minuti di tempo per preparare una bevanda che colpisca palato, sguardo e fantasia tra fiori, erbe, foglie, “limoncello zero” e cedro, oltre ai semi che garantiscono la parte amaricante: qualche boomer ricorderà questa parola in un antico Carosello, quando però l’uomo forte e virile beveva rigorosamente e solo alcolico, compreso il buon Ernesto Calindri, attore sublime, seduto al tavolino circondato dal traffico impazzito con i mano il bicchiere di amaro “contro il logorio della vita moderna”. Oggi, gli autori di quel vecchio spot dovrebbero pensare alla patente, e tutelarla magari con fiori di limone e latte di mandorla, però con un accenno di peperoncino jalapeño.
Ed è così che i santi bevitori hanno ridotto di quasi la metà le proprie abitudini alcoliche dopo la pandemia, per lo meno fuori casa, e sotto gli ombrelloni degli aperitivi in piazza Delle Erbe sfilano vassoi con bevande fosforescenti, decorate con la cura dovuta a un Negroni o ad un Margarita. E non si pensi che gli astemi siano in maggioranza, o che ai tavolini ci siano solo maschi. La mixology analcolica sta convincendo quasi tutti, ragazze e signore comprese, le quali alla fine di una giornata di lavoro o di studio preferiscono conversare con persone lucide e rilassate, senza l’opacità di un bicchiere o due di troppo. Resta da abbattere il muro di chi è nato dai 1970 in su, gli scettici abituati alla sferzata che diventa dipendenza. Ma in Italia, ogni anno, muoiono per alcol 25mila persone, tra danni diretti a cuore e fegato e incidenti stradali. Anche per questo, sono sempre di più quelli che preferiscono non bersi la vita in un sorso.