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 2026  maggio 09 Sabato calendario

Linguine all’aragosta, un piatto a Venezia costa anche 250 euro

A Venezia si può spendere venti euro per un caffè in piazza San Marco senza che nessuno si scandalizzi troppo. È il prezzo della vista, della storia, della «città-cartolina» che il mondo continua a desiderare. Ma c’è una differenza sottile tra il lusso dichiarato e la sorpresa servita al tavolo. Perché il problema, spesso, non è il conto alto. È arrivarci senza accorgersene. La vicenda segnalata alla Associazione Difesa Consumatori (Adico) da un dipendente pubblico residente nel Bellunese, cliente abituale di un ristorante vicino a Rialto, si muove proprio dentro questa zona grigia. L’uomo –  che, raggiunto al telefono, ha preferito mantenere l’anonimato – conosce bene il locale: una decina di pranzi consumati negli anni, sempre con lo stesso rituale. Cozze come antipasto, spaghetti ai frutti di mare, vino, acqua e, qualche volta, una frittura finale. «Un vezzo – spiegano dall’associazione consumatori – che gli costava mediamente tra i 110 e i 150 euro». Una spesa importante, ma consapevole.
L’ultima volta, però, il copione cambia. Il cliente sta per ordinare il suo classico primo da 25-30 euro quando il cameriere gli suggerisce un’alternativa fuori menu: linguine all’aragosta. Lui accetta con leggerezza, senza chiedere il prezzo (primo errore), ma nemmeno il cameriere lo prepara al salasso. «Immaginava ovviamente che avrebbe pagato qualcosa in più – dicono da Adico –, magari il doppio, certo non dieci volte tanto». Sullo scontrino finale, invece, il piatto compare a 250 euro. Totale del pranzo: 401,30 euro, senza la solita frittura. Il cliente, però, in quel momento non protesta. Secondo errore: paga il conto, lascia il ristorante e soltanto dopo, ancora scosso dalla cifra trovata sullo scontrino, decide di rivolgersi alle associazioni dei consumatori per segnalare l’accaduto.
Il confine sottile tra ingenuità e trasparenza
Dal punto di vista legale, spiegano dall’Adico, contestare il conto a posteriori è quasi impossibile. «La persona ammette di non aver chiesto il prezzo» osserva il presidente Carlo Garofolini. Ma è proprio il contesto a rendere il caso interessante: non un turista mordi e fuggi, spaesato tra le calli, bensì un cliente abituale che si fidava del locale e del suggerimento ricevuto. «Qui il tema non è l’aragosta che costa cara – spiegano dall’associazione – ma il fatto che fosse un piatto fuori menu proposto verbalmente, senza indicare il prezzo». 
Una dinamica che, secondo Adico, avrebbe richiesto maggiore chiarezza da parte del personale di sala. Anche perché, ricordano, la normativa sulla trasparenza dei prezzi nella ristorazione nasce proprio per evitare ambiguità.
Nel conto compariva anche un servizio del 16%, pratica ancora diffusa in alcuni ristoranti veneziani. «Il servizio può essere applicato, purché sia chiaramente indicato» precisano dall’associazione. Ma il punto, ancora una volta, resta la percezione finale del cliente: l’idea di essere entrato in un ristorante conoscendone i costi e di esserne uscito con una cifra completamente diversa da quella immaginata. «Pretendiamo che Venezia smetta di passare come una slot machine mangiasoldi per turisti» chiosa Garofolini. Un’immagine che la città si trascina da anni, alimentata da scontrini diventati virali e polemiche ricorrenti sui prezzi lagunari. «Dobbiamo premiare il commercio corretto, equo, trasparente» insiste il presidente di Adico.
Il lusso, la fiducia e la psicologia del tavolo
La storia delle linguine all’aragosta la dice lunga anche sul rapporto delicato tra cliente e cameriere, tra fiducia e soggezione. Al ristorante, soprattutto in certi contesti, chiedere «quanto costa?» continua a essere percepito da alcuni come un gesto imbarazzante, quasi fuori luogo. Ancora di più se si è clienti abituali. È così che il piatto fuori menu assume una dimensione particolare: da un lato rappresenta la cucina fresca, il pescato del giorno, l’imprevisto creativo dello chef, dall’altro può trasformarsi in una zona senza riferimenti, dove il cliente perde i punti garantiti da un menu scritto. Che cosa avrebbe dovuto fare il cliente, di fronte allo scontrino? Secondo Adico, la contestazione andava sollevata subito, davanti allo scontrino, prima di pagare e uscire dal locale: chiedere spiegazioni, far presente che il piatto era stato proposto fuori menu senza indicazione del prezzo, mettere a verbale – almeno verbalmente, davanti al ristoratore – la propria opposizione al costo applicato. «Una volta pagato e lasciato il ristorante, intervenire diventa molto più difficile», spiegano dall’associazione. Ed è qui che la vicenda diventa anche un promemoria per i clienti: quando un piatto viene proposto a voce, soprattutto se si tratta di pesce, crostacei o prodotti al peso, la domanda sul prezzo andrebbe fatta prima. Per quanto possa sembrare scomoda.