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 2026  maggio 09 Sabato calendario

Mosca, celebrazioni in tono minore per il V-Day

L’esaltazione della potenza militare russa è visibile solo sul maxischermo. Sulla piazza Rossa, i monitor che trasmettono video prefabbricati sono raddoppiati di numero rispetto agli altri anni, come se ci fosse bisogno di mostrare qualcosa che date le circostanze la manifestazione dal vivo non è capace di offrire. Immagini di combattimenti nella zona dell’Operazione militare speciale, è tornato tabù chiamarla guerra, brevi reportage da unità di truppe missilistiche, dalla contraerea, dalla Marina e Aeronautica in cui un militare per Arma fa gli auguri per la festa della Vittoria. Poi, la parata in quanto tale, dove insieme a reparti della guarnigione di Mosca marciano anche soldati dell’esercito nordcoreano. Sfilano anche gli operatori di droni, «sistemi senza pilota» come li qualifica il presentatore.
Appena 46 minuti di cerimonia. Appena 8 minuti e 33 secondi il discorso di Vladimir Putin, compreso il minuto di raccoglimento per i caduti russi di ogni guerra. Cronometro alla mano, il più breve degli ultimi cinque anni. Il suo portavoce Dmitry Peskov aveva come al solito annunciato importanti novità, «che tutto il mondo attende, a ragione», ma questa volta non ci aveva creduto nessuno, non è sempre vero che repetita iuvant. «I militari dell’Operazione speciale si oppongono alla forza aggressiva che viene armata e sostenuta dall’intero blocco della Nato. Accanto ai soldati russi stanno operai e progettisti, ingegneri, studiosi, inventori… Il destino del Paese viene deciso dalle persone: combattenti e operai, lavoratori delle imprese agricole, artiglieri e corrispondenti di guerra, medici e insegnanti, esponenti della cultura e clero, volontari, imprenditori, filantropi. Tutti i cittadini russi!»
Mancavano solo i postini, ha scritto qualcuno su un sito indipendente. La tecnica dell’enumerazione di una lunga lista di categorie sociali, cose e oggetti, non è soltanto appannaggio di alcuni politici nostrani. Ma è anche l’unica novità del discorso di questa mattina, un appello all’unità del popolo, nel momento in cui l’apatia generale che ha avvolto gli ultimi anni sembra aver lasciato posto alla disillusione sulle sorti del conflitto in Ucraina. Gli ultimi a essere citati, imprenditori e filantropi, sono in buona sostanza oligarchi, ai quali il Cremlino sta imponendo un ulteriore contributo alle finanze di guerra, circostanza che crea malumori diffusi e instilla voci di presunti golpe e di collasso del sistema, al momento senza alcun riscontro nella realtà dei fatti.
«La chiave del successo è la nostra forza morale, il nostro coraggio e il nostro valore, la nostra unità e la nostra capacità di sopportare qualsiasi cosa. Di superare qualsiasi prova! Abbiamo un obiettivo comune. Ognuno dà il proprio contributo alla Vittoria. Che viene forgiata sia sul campo di battaglia che nelle retrovie. Sono fermamente convinto che la nostra causa sia giusta! Siamo insieme! La vittoria è sempre stata e sarà sempre con noi!» Poco altro da segnalare, oltre a questo messaggio, che dimostra come Putin non abbia cambiato di un millimetro la sua visione, impermeabile allo stallo in corso sul fronte, all’innegabile peggioramento dei dati economici, i peggiori dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Vuole una vittoria, e non sembra considerare l’ipotesi di una vera tregua, che non sia l’attuale stop di tre giorni alle ostilità, come noto avvenuto anche per grazia ricevuta da Volodymyr Zelensky.
Per chi avesse dubbi sulle intenzioni future, vale d’esempio l’editoriale di Ria Novosti, la più importante agenzia di informazione statale. «In quattro anni, tutto è cambiato: la vittoria non è più solo una categoria del passato, ma anche una condizione per il futuro. Ora è una guerra con l’Occidente per le terre russe, per il futuro di tutta la Russia e non solo della sua parte occidentale chiamata Ucraina. Dobbiamo costringere l’Europa a ritirarsi dall’Ucraina, fermare gli aiuti militari e finanziari, poi l’Ucraina accetterà i nostri termini dell’accordo di pace, diventerà inizialmente uno stato neutrale e poi tornerà nell’orbita della Russia: questa sarà la nostra vittoria». Da notare come il concetto di Occidente sia ormai ristretto soltanto al nostro continente, lasciando fuori gli Usa di Donald Trump, che oggi sembra essere la carta migliore per ottenere quel che il Cremlino desidera.
Il resto è contorno, una galleria di facce tirate, una nomenclatura che mostra evidenti segni di invecchiamento, se non di stanchezza. Putin è salito sul palco seguito dal fedele alleato bielorusso Aleksandr Lukashenko. Alla destra di quest’ultimo c’erano i presidenti di Kazakhistan e Uzbekistan, presenze dell’ultimo minuto, ospiti non annunciati ma recuperati in extremis per evitare la miseria di un parterre più che mai irrilevante. Poi, i soliti noti, il premier Mishustin, i presidenti delle Camere Matvienko e Volodin, Dmitry Medvedev con accanto il «complottardo» Sergey Shoigu, l’attuale capo dei servizi segreti Aleksandr Bortnikov affiancato dal direttore dell’intelligence all’estero Sergey Naryshkin, i due veri uomini chiave dell’attuale verticale del potere. Un 9 maggio che fino all’anno scorso era una esibizione di forza e oggi è scivolato via come una incombenza da sbrigare al più presto, come acqua sulla pietra.