Corriere della Sera, 9 maggio 2026
Danny Elfman parla della sua carriera
«Come voglio essere definito? Sempre e convintamente un punk». Una carriera unica quella di Danny Elfman, musicista e compositore, classe 1953, oltre cento colonne sonore all’attivo, per registi come Tim Burton, Sam Raimi, Gus Vant Sant, De Palma, Peter Jackson, Ang Lee, Del Toro, David O. Russell. Tre Grammy, due Emmy, quattro candidature agli Oscar. Autore anche della celebre sigla dei Simpson. Ma, come racconta al Corriere, ancora con lo spirito di partenza, musicista di strada, poi rocker con la sua band, Oingo Boingo, quindi il cinema. È in arrivo per la prima volta live in Italia il prossimo 1° luglio a Roma all’Auditorium Parco della musica per un concerto con le musiche dei film di Tim Burton insieme all’Orchestra Roma Sinfonietta.
Dal punk alle orchestre il passo è lungo.
«Tutto è iniziato per caso: negli anni ‘70 scrissi le musiche per un film a basso budget, Forbidden Zone, diventato un cult. Qualcuno le fece sentire a Tim (Burton, ndr) quando girava Pee Wee Big Adventure e mi chiese un pezzo. Appartenere alla generazione punk mi ha aiutato, non mi sono mai preso troppo sul serio. Pensavo che avrebbero buttato via la partitura, ma non l’hanno fatto. In quel film c’entravano le biciclette, per scrivere mi sono ispirato a dei miei idoli, Nino Rota. Tim l’ha ascoltato e mi ha ingaggiato. E quella piccola demo è diventata il tema del suo film».
Cosa la lega a Burton?
«Ci siamo subito trovati in sintonia. Siamo cresciuti cibandoci di fantasy e horror, vedendo gli stessi film, coltivando la stessa passione per gli stessi attori e musiche da film. Parliamo la stessa lingua».
È stato facile trovare il suo posto nell’universo dei compositori per il cinema?
«Per niente. Ho ricevuto tanti feedback negativi dai professionisti agli inizi. Mi odiavano a morte. Vengo da un ambiente in cui sapevamo ribaltare quel tipo di energia negativa, sempre grazie all’imprinting punk. È rimasta la mia mentalità per i primi cinque film di Tim Burton. L’idea era: vi farò vedere io. Dopo 110 colonne sonore non posso dire di essere un outsider, sono un veterano che ha fatto tutto a modo suo».
La sua è una vita da film...
«Sono un autodidatta. Non ho avuto formazione musicale. A 16 anni con i miei ci siamo trasferiti, ho dovuto farmi nuovi amici, suonavano tutti e mi hanno contagiato. Uno, trombettista, mi ha fatto conoscere Stravinsky e Prokofiev, un altro il jazz. A 18 anni ho deciso di passare un anno sabatico viaggiando, imparando il violino. Sono andato a Parigi, da mio fratello che era in una compagnia teatrale. Mi hanno assunto. Poi sono stato in Africa. Tante coincidenze fortunate».
Qualcosa la spaventa?
«Suono in pubblico dai miei 18 anni, mi piace ma allo stesso tempo sono terrorizzato. Quando ho lasciato la mia band ero sollevato. Però anni dopo è arrivato lo spettacolo legato a Nightmare Before Christmas con le mie musiche. Come nel film canto i brani di Jack Skeletron. A Londra alla prima morivo di paura, non le avevo mai eseguite live. Helena Bonham Carter ha dovuto spingermi sul palco. Ormai ho all’attivo 40 o 50 repliche. E poi, dal 2002 ho ricominciato a esibirmi da solista rock al Coachella. Sono tornato a pieno ritmo. E mi diverto molto».
Ha citato Nino Rota. E Morricone?
«Due delle mie colonne sonore preferite sono C’era una volta il West e C’era una volta in America, una delle più belle di sempre, grande fonte di ispirazione. Entrambe rappresentano il miglior utilizzo della scrittura per temi».
E la sigla dei Simpsons, come è nata?
«Per divertimento. Ho incontrato Matt Groening, mi ha mostrato uno schizzo a matita, gli ho proposto qualcosa un po’ retrò. L’ho scritto in testa, in macchina, tornando a casa. Sono corso nel mio studio e ho registrato una cassetta e gliel’ho mandata. Lui ha detto: “Mi piace, facciamolo”. Mi aspettavo che sarebbe andata in onda tre volte e poi sarebbe stata cancellata. Non avremmo mai potuto immaginare che sarebbe diventata quello che è diventata».