Corriere della Sera, 9 maggio 2026
Assolto il presunto killer di Fabrizio Piscitelli
Ad uccidere Fabrizio Piscitelli, detto «Diabolik», non è stato Gustavo Alejandro Musumeci, alias Raul Esteban Calderon, e a distanza di sette anni dall’agguato che il 7 agosto 2019 costò la vita al narcotrafficante ultrà, il delitto che ha riscritto gli equilibri (mai ritrovati) della criminalità romana resta senza un colpevole. L’argentino 56enne, che fino a due anni fa era riuscito a nascondere la sua vera identità sotto un falso nome, è stato assolto in appello per «non aver commesso il fatto», con un rovesciamento totale dell’ergastolo ricevuto in primo grado, pur con l’esclusione della aggravante mafiosa. La stessa sentenza riconosceva nei boss emergenti all’ombra del capo della camorra capitolina, Michele Senese – lo stesso che è costato il posto da sottosegretario alla Giustizia ad Andrea Delmastro che si era messo in affari con un suo prestanome – i mandanti di quel delitto.
«Ce lo aspettavamo, eravamo certi della fondatezza delle nostre ragioni – dice l’avvocato Gian Domenico Caiazza, difensore di Musumeci assieme alla collega Nicla Eleonora Moiraghi —. È un processo in cui non c’era nessuna prova che coinvolgesse Calderon. Quindi questa è la conclusione giusta, l’unica possibile alla luce delle prove in atti», conclude. L’argentino resta in carcere per l’ergastolo ricevuto per l’uccisione un anno dopo di un criminale albanese e in attesa del processo che comincerà a giugno ad una associazione che avrebbe preso il controllo dello spaccio nella Capitale, anche in seguito al delitto Piscitelli.
L’omicidio del 54enne leader degli Irriducibili laziali sarebbe nato, secondo la ricostruzione dell’accusa che la lettura delle motivazioni potrebbe far riconsiderare, per la sua pretesa di scalare l’impero malavitoso di Senese allargandosi nel mercato della droga senza rispetto di ruoli e suddivisioni codificate. In questa chiave Musumeci sarebbe stato l’esecutore unico di un delitto con tre presunti mandanti (Bennato-Molisso-Capriotti), l’avallo dello stesso Senese (l’omicidio avvenne nel «suo» territorio), e la soddisfazione di tanti capobanda o figure intermedie a cui «Diabolik» aveva pestato i piedi nella sua scalata dai gradoni della Curva Nord laziale al comando di una larga fetta del narcotraffico nella Capitale. Anche Molisso è all’ergastolo per il delitto dell’albanese e con Bennato sarà coimputato di Musumeci nel processo di giugno.
Contro l’argentino c’era l’immagine sfocata di una videocamera che però inquadrava la benda con cui avrebbe nascosto un tatuaggio troppo riconoscibile su un polpaccio, la compatibilità antropometrica tra la sua corporatura e quella del killer che si avvicinò alla panchina di Piscitelli camuffato da runner e delle chat criptate in cui viene ricostruito il delitto, tra cui quella in cui il fedele successore di Diabolik, Elvis Demce, pianifica la vendetta. Prove per varie ragioni inutilizzabili, secondo i difensori, che su questo terreno potrebbero aver vinto l’appello, in cui l’accusa chiedeva la conferma dell’ergastolo. Già in primo grado era stata invece assai ridimensionata la attendibilità di Rina Bussone, ex di Musumeci e sua grande accusatrice nella veste di collaboratrice di giustizia dopo un passato di coppia anche nelle rapine. Proprio la Beretta sottratta a un gioielliere sarebbe stata usata per colpire alla nuca Piscitelli ma l’arma non è mai stata trovata.