Corriere della Sera, 9 maggio 2026
Continuano le tensioni tra Giuli e Salvini
Ora s’è trasformata in una questione di telefoni. Il telefono di Matteo Salvini, da cui parte la pubblicazione nella chat del Consiglio dei ministri del lancio d’agenzia con la dichiarazione in cui Alessandro Giuli gli aveva dato dell’assenteista, con tanto di irritazione resa palese prima da un «Mah» e poi da un «A che punto siamo arrivati». Il telefono di Alessandro Giuli, che ha preso a cercare Matteo Salvini per provare a chiarire la situazione ma senza successo, visto che il vicepresidente del Consiglio ha guardato per tutto il giorno le notifiche con la scritta «Giuli Alessandro» senza rispondere neanche mezza volta e ha evitato anche di visualizzare i messaggi. E il telefono di Giorgia Meloni, da cui parte una sfuriata che secondo fonti di Fratelli d’Italia riguarda entrambi i litiganti ma che secondo i leghisti – i quali citano le confidenze di Salvini – è diretta soltanto al ministro della Cultura, «visto che da Giorgia non ho ricevuto nessuna telefonata».
Ma prima che diventasse una questione di telefoni – e prima anche del robusto confronto che in Consiglio dei ministri li aveva visti arrivare muso contro muso (divisi quasi fisicamente dalla presidente del Consiglio) a proposito di un aspetto decisamente collaterale del provvedimento Piano Casa – la sfida tra Salvini e Giuli è una sorta di western che vede agli angoli opposti del saloon l’alfa e l’omega della compagine di governo.
L’estetica, stavolta, è quasi sostanza. Di qua il dandy che pare uscito da una festa con tema «a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo», di là il ragazzotto che soffre il dress code della nuova fase ministeriale perché rimpiange la comoda epoca in cui poteva girare l’Italia con le felpe dedicate al luogo che di volta in volta visitava. Giuli e Salvini sono qualcosa di più di due opposti, sono due opposti che per un periodo sono stati anche amici. Succedeva a ridosso del 2018, quando il Giuli appena uscito dal Foglio e distante in quella fase da Fratelli d’Italia, aveva preso e frequentare (via Giancarlo Giorgetti) le stanze del gruppo parlamentare della Lega e anche il quartier generale di via Bellerio, dove aveva collaborato al programma di governo del Carroccio e in seguito sostenuto – in diverse apparizioni in tv – l’operazione del governo gialloverde guidato dal primo Conte. «Giuli funziona. Facciamolo invitare più spesso», aveva sentenziato Salvini.
Poi, visto che il tempo non lascia mai tutto come l’ha trovato, il 2022 ha cominciato ad allontanarli perché Giuli nel frattempo è rientrato nell’orbita meloniana. Ma non del tutto, visto che Salvini non fa mistero di apprezzarne l’operato alla guida del Maxxi. La promozione al ministero della Cultura li separa del tutto. Perché Giuli entra in conflitto con la sottosegretaria Lucia Borgonzoni, che oltre a essere la plenipotenziaria della Lega nel mondo del cinema è anche amica personale di Salvini; e Salvini dirada sempre di più i contatti col vecchio amico. I silenzi si prolungano e si fanno gelo, i saluti in Consiglio dei ministri si diradano fino a diventare nulla e il nulla ci mette niente a trasformarsi in rissa.
Dicono diversi ministri che i due sono fatti per non andare d’accordo. Quando si trovano nello stesso contesto, come per esempio a colloquio coi cinesi, Salvini è quello che omaggia il ponte sul Grand Canyon di Huajiang evidenziando che quello sullo Stretto di Messina verrà su più bello; Giuli, come ha fatto con l’ambasciatore cinese in Italia qualche tempo fa, si mette a parlare di Gramsci e finisce a citare Lao-Tsé e il Tao tê ching. Per Giuli la natura è «la saggezza dell’acqua e degli alberi», perché «c’è dell’acqua dietro anche una rivista», come disse in un suo discorso di qualche tempo fa; per Salvini la natura «è andar per funghi e in montagna, funghi e montagna, montagna e funghi», l’hobby confessato da ragazzino anche a Davide Mengacci durante la sua partecipazione al quiz Il pranzo è servito. Insomma, diversi, diversissimi. Eppure, andavano d’accordo. Anche se ora non più. Fino a nuovo ordine. Pare, forse, chissà.