Corriere della Sera, 9 maggio 2026
Chi guadagna con la guerra
Ogni guerra può diventare un’occasione per aumentare il giro d’affari. Chi ci sta guadagnando con il conflitto in Iran? Doppia risposta: alcuni Stati e molte aziende.
Un centro studi sponsorizzato dal governo del Bahrein, il Derasat, ha elaborato una specie di partita doppia, divisa tra cinque «vincitori» e cinque «perdenti». Il rapporto – spiega un dirigente di Derasat, Abdullah Alabbassi, a margine di un seminario organizzato dall’Ispi e dal Doha Forum a Milano – mette in fila gli extra incassi e i costi supplementari generati dal conflitto. È un calcolo in costante aggiornamento. I dati sono eloquenti.
Perdenti e vincenti
Al primo posto tra i winners svetta la Russia, con 5,2 miliardi di dollari, grazie all’allentamento delle sanzioni, deciso da Donald Trump, e al 50% in più della domanda proveniente dall’India. Il crollo delle forniture arabe ha dato una spinta alla produzione di shale gas negli Stati Uniti, con ricavi aggiuntivi per 4,5 miliardi di dollari. Stesso discorso, sia pure in scala minore, per Norvegia, +1,8 miliardi e Canada, +1,2 miliardi. Interessante il caso dell’Indonesia. La fonte per le nuove entrate, pari a 800 milioni di dollari, non è il greggio, ma il carbone, che è tornato a essere, soprattutto nel Sud est asiatico, una materia prima ricercata.
Poche sorprese tra i losers ma attenzione alle cifre. La Cina ha dovuto sostenere una spesa extra di 16,8 miliardi di dollari per sostituire, evidentemente a prezzi più alti, il 40-45% del petrolio e il 13,9% dell’acciaio importati dal Golfo. Il conto per il Giappone è di 7,7 miliardi; per l’India, che paga anche la scarsità dei fertilizzanti, 6,7 miliardi. La «fattura» per la Corea del Sud ammonta a 5,4 miliardi di dollari, stanziati per cercare altrove, e a quotazioni più alte, il petrolio e l’elio. In coda ci siamo noi: dall’inizio della guerra, l’Eurozona ha speso 4,2 miliardi di dollari in più per compensare soprattutto le mancate forniture di gas dal Qatar. Ma non tutte le monarchie del Golfo sono penalizzate. Arabia Saudita ed Emirati Arabi stanno cercando passaggi alternativi a Hormuz. I sauditi hanno già portato al massimo, circa 7 milioni di barili al giorno, la portata della pipeline East-West che taglia a metà la penisola e scarica il greggio nei porti sul Mar Rosso. L’emergenza, osserva Eleonora Ardemagni, esperta di Medio Oriente e ricercatrice per l’Ispi, «ha spinto l’Arabia Saudita a riallacciare il dialogo con gli Houthi per garantire una navigazione sicura nello Stretto di Bab el Mandeb (alla fine del Mar Rosso, ndr) e a collaborare con gli Emirati, nonostante le rivalità tra i due Paesi».
I conti delle aziende
All’interno dei bilanci nazionali, si muovono quelli aziendali. Non sempre nella stessa direzione. Il settore più beneficiato è, chiaramente, quello dell’energia. Un’inchiesta della Bbc mostra come in questa fase stiano guadagnando soprattutto le multinazionali europee. Il sito della tv britannica cita i profitti di Bp (British Petroleum), che sono raddoppiati nei primi tre mesi del 2026, fino a raggiungere quota 3,2 miliardi di dollari. Anche le performance di Shell (anglo-olandese) e della francese TotalEnergies, nel primo trimestre di quest’anno, sono andate oltre le previsioni: rispettivamente 6,92 miliardi di dollari e 5,4 miliardi. I grandi gruppi americani, ExxonMobil e Chevron, non hanno migliorato la redditività rispetto allo scorso anno. Ma secondo gli analisti, i guadagni saliranno nel corso dell’anno. In Italia, Eni ha appena presentato una trimestrale con un utile operativo pari a 3,54 miliardi di euro e con un balzo del 9% della produzione. Stanno crescendo anche le imprese specializzate in rinnovabili, non solo in Cina, ma anche in Europa, come le danesi Vestas e Orsted (eolico) o la britannica Octopus Energy (pannelli solari).
Banche e difesa
La volatilità sui mercati finanziari ha innescato un frenetico trading di titoli, gonfiando i profitti delle banche, in particolare le «big six» americane: JP Morgan, Bank of America, Morgan Stanley, Citigroup, Goldman Sachs e Wells Fargo. In totale, nota ancora la Bbc, i sei istituti hanno realizzato utili per 47,7 miliardi.
Il terzo lato del triangolo dorato è la difesa. Dopo l’attacco dei russi all’Ucraina, la guerra in Iran ha dato ulteriore impulso alla domanda pressoché mondiale di ordigni per la difesa aerea, dai missili ai droni. I tre grandi gruppi Usa, Lockheed Martin, Boeing e Northrop Grumman hanno annunciato di aver già incamerato ordinativi record nel primo trimestre. Anche i britannici di Bae Systems si aspettano «una forte crescita dei ricavi e dei profitti». In Italia, Leonardo ha chiuso il primo trimestre ’26 con un aumento del 6,9% dei ricavi e del 33,2%% del risultato operativo; gli ordini sono pari a 9 miliardi, +31% rispetto allo stesso periodo del 2025.