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 2026  maggio 09 Sabato calendario

I report Cia ridimensionano gli obiettivi raggiunti

Donald Trump ha un fronte speciale: quello dell’intelligence. Ad ogni annuncio trionfale del presidente sulla guerra contro l’Iran seguono report che ne degradano il valore.
In un paio di giorni funzionari degli apparati hanno fatto uscire le loro valutazioni sull’andamento di Epic Fury. Fonti citate dalla Reuters hanno sostenuto che i raid non hanno danneggiato in modo definitivo i siti nucleari e per questo Teheran potrebbe arrivare alla Bomba entro un anno. Scadenza ripetuta, a volte accolta con scetticismo. Giovedì è stato il Washington Post a raccogliere altre confidenze: la Repubblica islamica è in grado di sostenere il blocco di Hormuz per tre-quattro mesi, inoltre ha ancora il 75% dei lanciatori e il 70% dei missili. Gli analisti non negano l’impatto di settimane di strike su basi e infrastrutture del regime ma insistono sulle capacità di tenuta almeno nel medio termine.
Le spie sembrano voler correggere l’enfasi di The Donald e del segretario alla Guerra Pete Hegseth nel descrivere i risultati dell’offensiva scatenata al fianco di Israele. Possono essere stime ancorate a dati concreti, emersi dallo studio del «terreno». Al tempo stesso il presidente paga il pessimo rapporto con un mondo con il quale non ha mai legato. Già nel primo mandato aveva acceso la miccia delle polemiche con la Cia.
Una volta tornato alla Casa Bianca Donald Trump ha deciso di regolare i conti nominando personaggi di fiducia – e fin qui nulla di strano – ai vertici dei servizi e Fbi ma assegnando loro il compito di commissari politici. Così sono iniziate le epurazioni di dirigenti non in linea, il cambio di mansioni, lo spostamento di agenti, la revisione delle priorità. C’è chi non ha dimenticato e restituisce i colpi.
Alla guida dell’organismo che dirige le 19 agenzie di intelligence ha piazzato Tulsi Gabbard, parlamentare democratica passata con i repubblicani, famosa per prese di posizioni sbilanciate in favore della Russia o del dittatore siriano Assad. Solo che la Gabbard è sempre stata contraria a nuovi interventi armati degli Usa, specie in Medio Oriente, e in una delle sue prime deposizioni al Congresso ha sminuito la minaccia atomica dei mullah. Sortita poi corretta per evitare di essere cacciata. Anzi, secondo una ricostruzione il presidente era pronto a farlo ma è stato poi convinto da consiglieri influenti a rinunciare. Tulsi si è rimessa in carreggiata restando un fantasma sull’Iran ma mostrando fedeltà assoluta nella caccia ai nemici interni del tycoon. Stessa cosa ha fatto il direttore dell’Fbi, Kash Patel.
Dinamiche non diverse hanno coinvolto l’alleato, Bibi Netanyahu. Secondo una versione il premier avrebbe convinto Trump a ordinare l’attacco dopo avergli mostrato un presunto piano del Mossad che prevedeva una rivolta in Iran e il crollo del regime. Un progetto visto con scetticismo dallo spionaggio americano ma alla fine accettato. In realtà il Mossad ha ribattuto sostenendo che il piano non è mai iniziato e doveva avere effetto solo dopo mesi. A ciò si è aggiunta la presunta opposizione della Casa Bianca a coinvolgere nella missione curdi e baluchi. Troppi rischi, troppe reazioni negative da parte di altri partner. Le indiscrezioni fatte uscire sui media sono apparse anche come un tentativo di scaricare su David Barnea, capo uscente del Mossad, gli errori di valutazione. E comunque ora l’intelligence israeliana ha un nuovo numero uno, Roman Gofman, totalmente in sintonia con il premier.
Non c’è invece sintonia tra il cancelliere tedesco Friedrich Merz e i responsabili regionali dei servizi sulla minaccia terroristica iraniana. Per l’esecutivo si tratta di qualcosa di vago, uno scenario ipotetico e non un’insidia imminente. Gli 007, invece, rimproverano al governo di sottovalutare i rischi di attentati, con il pericolo costante di azioni «ibride» da parte di elementi ispirati da Teheran o arruolati nel mondo criminale. L’allarme nasce da molte indagini con filoni diversi, a volte storie molto locali ma parte di un’attività molto più ampia.