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 2026  maggio 09 Sabato calendario

Gli orientamenti interni al governo iraniano

I pari passo con i negoziati che non cominciano mai, Donald Trump dice spesso che la colpa dello stallo è di Teheran perché nessuno decide, perché il sistema è spaccato. È un’accusa che funziona molto bene nella narrativa della propaganda, in quanto individua un colpevole della paralisi. Ma questa condizione di «guerra senza bombe» più che dalle spaccature della Repubblica islamica, nasce da posizioni negoziali ancora troppo distanti, in particolare sul nucleare.
Che nella dittatura degli ayatollah ci siano divisioni è indiscutibile. Ma non sono la lama che spacca il regime in due metà uguali, come dicono gli americani, spiega Alex Vatanka, direttore del Middle East Institute. Non esiste un fronte compatto di «moderati» pronti a firmare i memorandum di Trump e un esercito altrettanto compatto di «falchi» decisi a sabotare tutto. Secondo l’esperto, nel regime la maggioranza dei decisori sa che prima o poi bisognerà sedersi al tavolo con Washington, perché l’economia è allo stremo e il sistema, per quanto resiliente e resistente, non può reggere a lungo.
«La vera linea di frattura attraversa piuttosto il “come” e il “quando”», ci dice Vatanka. È su questo terreno che entrano in scena gli ultrà ideologici, il piccolo fronte che si riconosce in Saeed Jalili e nel partito Paydari. Jalili è l’ex capo negoziatore sul nucleare che ha costruito la propria carriera politica sull’idea che ogni concessione all’Occidente sia un tradimento. Mentre Paydari, che in persiano significa «stabilità», è il contenitore dell’ultradestra islamica, nato negli anni di Ahmadinejad. Non sono molti, ma bastano a farsi sentire. Fanno rumore nei parlamenti, nelle moschee, sui social network e nei giornali: «Hanno la capacità di rallentare ogni apertura e di renderla costosa per chi la sostiene», nota l’esperto.
Attorno a Jalili si muove una costellazione di nomi che hanno fatto dell’intransigenza il proprio marchio. Per loro il problema non è tanto che cosa si negozia, ma il fatto stesso di negoziare. Questa volta, però, il gioco degli oltranzisti non passa sotto silenzio neppure tra i loro sostenitori. È il segnale forse più interessante di questo momento. Le critiche non arrivano solo dagli antagonisti, ma vengono mosse anche dai giornali ultraconservatori che mostrano irritazione. Il quotidiano Kayhan, voce storica del fronte integralista, ha preso di mira chi organizza raduni notturni «mascherandosi da veri rivoluzionari» e usa slogan incendiari contro i negoziati. Ancora più diretto è stato Farhikhtegan, un altro quotidiano vicino agli ambienti conservatori, che ha accusato alcuni falchi di piegare le parole della Guida suprema alle proprie convenienze, di selezionare solo i passaggi che sembrano frenare i colloqui e di ignorare il resto. Nelle ultime settimane, le «manovre» dei reazionari si sono viste soprattutto nei confronti di Mohammad Bagher Ghalibaf. Ghalibaf è presidente del Parlamento, è stato comandante dei pasdaran, è un conservatore di lungo corso ed è stato a capo della delegazione che è andata a Islamabad. Dagli intransigenti è ritratto come un traditore, un venduto, perché ha deciso di trattare. «La forza di questi gruppi sta nelle reti ideologiche, nei pulpiti, nella facilità con cui bollano gli altri come troppo lontani dalla Rivoluzione del 1979», nota ancora Vatanka. Perché negoziare con l’Occidente è prima di tutto un esame di fede, e chi lo supera rischia comunque di essere sospettato.