corriere.it, 8 maggio 2026
Quando Pechino chiedeva «consigli» a Palazzo Chigi
Quando c’era il ponte, in molti passavano da lei per attraversarlo. Ursula von der Leyen chiamava spesso Giorgia Meloni per chiederle di avvisare Donald Trump perché aveva necessità di parlargli. E persino la diplomazia cinese bussò a Palazzo Chigi per avere notizie sul presidente americano.
Quando c’era il ponte tra Roma e Washington la premier era diventata un «info point», come lei stessa si definì dopo una delle tante giornate trascorse al telefono. D’altronde essere accreditata come «interlocutrice privilegiata» della Casa Bianca aveva i suoi risvolti impegnativi. Da Bruxelles giungeva il maggior numero di chiamate, visto che Trump aveva messo il blocco al centralino europeo. Nella lista delle cancellerie c’era anche Cipro, che per una certa fase insistette chiedendole di intercedere a favore di una mediazione con la Turchia.
Insomma, c’era la fila. Ma fu sorprendente quando un anno fa si fece viva Pechino attraverso l’ambasciata in Italia. Avvenne in coincidenza con la guerra dei dazi avviata dal presidente degli Stati Uniti. Le feluche del Dragone mossero verso Palazzo Chigi in modo riservato. Il tema era Trump e la guerra commerciale. Non si conoscono dettagli, anche se è certo che la premier discusse la materia con Xi Jinping quando si recò in Cina. E non a caso ieri ha reso noto che tra i tanti argomenti trattati con il segretario di Stato americano Marco Rubio c’è stata «la prossima visita di Trump» a Pechino.
Tanto basta per capire che il ponte ha avuto per Meloni una doppia funzione: «Garantire l’interesse nazionale e quello dell’Occidente», di cui l’Europa fa ovviamente parte. Anche se in Italia l’opposizione l’ha sempre additata come «la cheerleader di Donald». Portando come prove del suo «servilismo» l’endorsement sul Nobel per la pace a Trump, aver definito «un legittimo atto difensivo» il blitz americano in Venezuela, essersi seduta da osservatore al Board of peace in Medio Oriente, e aver detto «non condanno né condivido» l’attacco degli Usa e di Israele all’Iran.
Eppure la presidente del Consiglio ha criticato insieme al resto dell’Europa le mire espansionistiche della Casa Bianca in Groenlandia, ha vietato l’accesso alla base di Sigonella dei cacciabombardieri nucleari statunitensi, difeso il Papa dagli sproloqui di Trump. E sarebbe interessante leggere oggi i resoconti diplomatici dei vertici in cui sedevano i leader dell’Occidente: da lì si scoprirebbe chi era l’unico (cioè l’unica) a non aggrapparsi a equilibrismi verbali, contraddicendo l’alleato americano.
Sapeva fin dall’inizio del suo mandato cosa le sarebbe toccato. E si era preparata. Lo spiegò a un suo ministro prima del voto di fiducia al governo: «Mi hanno detto che Trump durante i vertici fa certe pezze... Sì dài, alza la voce, fa delle scenate. Ma se lo fa con me je parto de capoccia». Una postura diversa rispetto a quella adottata da altri capi di stato e di governo. Emmanuel Macron attaccava Trump in pubblico e poi in privato gli proponeva amabilmente di cenare insieme a Parigi. Friedrich Merz, accomodante durante la visita a Washington, tornato a Berlino ha detto che l’Iran stava «umiliando» gli Stati Uniti. Tranne dover fare intervenire il suo ministro degli Esteri per sedare Trump che minacciava il ritiro di cinquemila militari americani dalla Germania.
Meloni ha giocato invece sempre sul filo del fuorigioco, finendo talvolta in clamorosi off side. Di tutto, pur di tenere in piedi il ponte. Perciò non si aspettava gli attacchi di «the Donald»: «Hanno colpito Teheran senza dirci niente, subiamo le conseguenze per il blocco di Hormuz, e lui...». Ma in pubblico solo il refrain offerto ai media come un ciclostile: «Se non siamo d’accordo con i nostri alleati lo diciamo». Da quando Trump l’ha criticata non ha mosso un dito per ricomporre la questione, nessuna telefonata. E ieri il colloquio «franco» con Rubio che lascia immaginare «la pezza» fatta da Meloni all’ospite. «Ma il ponte sarà ripristinato», secondo un autorevole ministro. Quel ponte che è servito a tutti. Persino ai cinesi.