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 2026  maggio 09 Sabato calendario

Da Hormuz alle basi, i «paletti» del governo

Classica divisione dei ruoli. A Tajani il compito di glissare (dove è stato possibile), a Meloni quello di essere «franca», «senza fronzoli» e «molto diretta» in difesa «dell’interesse nazionale» senza «inficiare l’unità dell’Occidente». Appena il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha lasciato Villa Madama, il ministro degli Esteri ha telefonato alla premier per fare un rapido punto sull’incontro appena terminato.
Un’ora di discussione nel corso della quale il titolare della Farnesina non ha mancato di far notare all’ospite – in spagnolo e senza traduttori – l’«erraticità» in politica estera di Donald Trump, passando anche per i suoi modi non proprio diplomatici con gli alleati, a partire dall’Italia. «Il presidente lo conoscete, è un uomo di business, è abituato a essere veloce e diretto», è stata la difesa d’ufficio di Rubio. Che in entrambe le occasioni sottolineerà la preoccupazione dell’amministrazione americana per la crisi dello Stretto di Hormuz, tanto che per l’Iran è «come possedere un’arma atomica».
Meloni ha ricevuto Rubio con la scontata consapevolezza che ormai con Trump – non con l’America – è meglio che i rapporti siano lineari e senza eccessi in un verso o nell’altro. Il senso del suo stato d’animo è questo: ormai il presidente americano le fa un danno se l’attacca, ovvio, ma non le farebbe un favore nemmeno se tornasse a elogiarla in maniera sperticata (cosa che da un mesetto non accade, come si sa).
Dopo la foto sotto «La battaglia del Ponte dell’Ammiraglio» di Guttuso, il lungo colloquio – tutto in inglese – si è svolto in formato 2+2: la premier e il capo dell’ufficio diplomatico Fabrizio Saggio da una parte, Rubio e l’ambasciatore Tilman J. Fertitta dall’altra. Si è parlato di dossier, senza carrambate tipo telefonate a sorpresa di Trump. Non era aria. E non sono state nemmeno pianificate visite del tycoon a Roma o future missioni italiane a Washington. Lei e lui, Giorgia e Donald, si vedranno fra un mese al G7 in Francia. Basta e avanza. La comunicazione del governo dopo questo incontro marchiato dall’aggettivo «franco», ripetuto all’infinito a scapito del «costruttivo», permette anche una narrazione interna alla presidente del Consiglio, per schivare per quanto sia possibile le critiche dell’opposizione e dell’opinione pubblica nei confronti della sbandierata ormai ex amicizia oltreoceano.
Sorvolando sui personalismi, per quanto sia complicato, i messaggi che il governo ha voluto recapitare a Rubio sono stati di questo tenore: «Noi abbiamo bisogno dell’America, ma voi avete altrettanto bisogno degli alleati». Un discorso precipitato sulla guerra in Iran e sulla richiesta di utilizzo delle basi. Roma su questo argomento ha fatto notare al segretario di Stato che «non si può attaccare l’Iran senza passaggi formali con gli altri partner della Nato, pronti a fare sacrifici per la difesa, e poi lamentarsi per il mancato sostegno, al netto delle leggi italiane che su questo argomento parlano chiaro: qualsiasi autorizzazione deve passare dal Parlamento». La minaccia di ritiro delle truppe dal nostro Paese è rimasta sospesa, senza approfondimenti.
Sul tavolo la mano tesa ha riguardato la collaborazione dell’Italia in Libano in vista della missione Unifil a fine anno. È un quadrante che interessa agli Usa, Roma è pronta a esserci «con sostegno alle istituzioni, disponibilità a entrare nel negoziato con le istituzioni monetarie, e poi assistenza umanitaria, sostegno e addestramento alle forze armate libanesi». Così come Rubio ha sondato la disponibilità del governo a lavorare in un altro teatro complicato, come la Libia, territorio che sta a cuore a Meloni (giovedì ha ricevuto il premier Dbeibeh) per via dell’energia e dei flussi migratori da gestire: «Ci saremo». L’irruenza di Trump sullo scenario globale ha portato alle richieste di chiarimento sulla posizione degli Usa nel conflitto in Ucraina. Si è discusso, con l’occasione, dell’imminente viaggio di «the Donald» in Cina. Sulla missione internazionale difensiva nello Stretto, la linea di Roma è stata esplicitata senza problemi: sì all’invio di navi dragamine, ma solo davanti a un cessate il fuoco in Iran (con l’ok del Parlamento). L’ideale sarebbe una risoluzione dell’Onu, come ombrello, ma resta troppo complicata per il veto di Cina e Russia. Dopo un’ora e mezzo, Rubio e le venti auto al suo seguito hanno lasciato Palazzo Chigi. Restiamo amici, ma senza ansie.