E proprio grazie a loro due la galassia lontana, lontana, dopo anni di assenza dal grande schermo e una terza trilogia di film decisamente non riuscita, torna nelle sale, dal 20 maggio, con Star Wars: The Mandalorian and Grogu. I protagonisti sono gli stessi della tv: il cacciatore di taglie in armatura integrale interpretato da Pedro Pascal e il suo piccolo compagno verde che sembra un baby Yoda, stavolta ingaggiati per proteggere la nascente Repubblica. Nel cast anche le new entry Sigourney Weaver e Jeremy Allen White. A scriverlo (con Filoni) e dirigerlo è lui, Favreau, che in esclusiva ci racconta via Zoom l’impresa: «Ho dato il massimo - spiega - per mettere in pratica tutto ciò che ho imparato lavorando su Star Wars e tutto ciò che Lucas mi ha trasmesso». Per salvare la saga e – forse – il cinema.
Jon, perché tanta enfasi?
«Quando ho cominciato a lavorare sulla serie tv The Mandalorian avevo tra le mani una storia su scala molto ridotta, centrata su un singolo personaggio e sul suo incontro con un minuscolo compagno di avventure. Tutto questo accadeva proprio nel periodo in cui al cinema usciva la trilogia sequel: il nostro al contrario era un progetto piccolo che ha finito per cogliere tutti di sorpresa. Così, quando si è presentata l’opportunità di portarlo sul grande schermo, ho colto al volo l’occasione di giocare in serie A. Fare televisione è stato fantastico, mi sono divertito e adoro quel mezzo, ma realizzare un prodotto per la sala è un’altra cosa. Una grande responsabilità».
Certo: l’aspettativa è altissima.
«Ancora di più pensando alla grossa fetta di pubblico che non ha l’età per aver visto un qualsiasi film della saga al cinema. Dobbiamo presentare il mondo Star Wars a spettatori nuovi. Per questo ho cercato di renderlo emozionante e divertente: per far sentire loro ciò che ho provato io quando mi ci sono immerso per la prima volta».
Un compito non facile, visto il momento delicato che vive il cinema inteso come esperienza collettiva, non domestica.
«Sono cresciuto guardando i film in sala. Ho respirato cinema in qualsiasi ruolo: come attore, come fan, come comparsa, perfino come maschera! Mi sono fatto strada in questo mondo. E sento che finalmente, ora è arrivato il mio momento: quello di aiutare il cinema a sopravvivere raccontando una grande storia, mostrando alla gente perché i film sono ancora rilevanti. Stavolta ci ho messo davvero tutto ciò che ho imparato, sia sulla narrazione che sull’utilizzo della tecnologia. Con la speranza di far capire che vale ancora la pena andare in sala».
Missione possibile o impossibile?
«Questa estate usciranno molti film che si apprezzano tanto di più se li si vede sul grande schermo, con un pubblico, invece di guardarli a casa. Ci sono troppe altre belle attività che si contendono il tempo libero delle persone. Perciò noi registi e sceneggiatori dobbiamo essere ancora più bravi».
Muoversi all’interno di una saga scolpita da decenni nell’immaginario collettivo aiuta ad attirare l’attenzione del pubblico. E poi guardando il trailer di “Star Wars: The Mandalorian and Grogu”, o il poster con Grogu in uno scenario e una posa alla Yoda, si coglie un’atmosfera affine alle trilogie originali, targate George Lucas.
«Ho imparato tantissimo da quei film, che nel frattempo il pubblico ha avuto modo di guardare o riguardare in streaming. Mentre le storie si espandono con le serie tv. E ho avuto modo di confrontarmi con George, discutendo soprattutto degli effetti visivi».
Non a caso, lei durante la lavorazione ha fatto produrre una versione moderna del Dykstraflex, sistema di motion-control per lavorare sui modellini in miniatura creato apposta per la trilogia originale, e mai usato per tanto tempo. Cos’altro il suo film ha in comune con quelli “classici” della serie?
«Lucas ha creato un’esperienza con cui la mia generazione è cresciuta e che ha avuto un impatto enorme. Sia per gli argomenti trattati che per il senso di ricchezza che quel mondo trasmette. I temi sono universali: la speranza, la famiglia, le relazioni padre-figlio, il passaggio all’età adulta, il viaggio dell’eroe. George per affrontare questioni così cruciali ha a sua volta attinto agli studi sulla mitologia di Joseph Campbell. Mi sono ispirato a tutto questo».
Altre influenze?
«Il western, i film sui samurai, le avventure di Flash Gordon. Ma il ruolo di George è e resta fondamentale. Siamo fortunati ad averlo, lui è ancora una presenza fortissima, ci dice cosa pensa, interviene, ci fa visita. Quindi al mondo Star Wars tiene ancora molto. È anche un mentore, per me ma soprattutto per Dave (Filoni, ndr), che ha trascorso molti, molti anni studiando con lui e lavorando alle sue produzioni».
Torniamo ai contenuti. Fra i temi forti dell’universo Star Wars lei ha citato il rapporto padre-figlio, il più problematico dell’intera saga. Con una eccezione: il legame paterno tra Mando e Grogu, l’unico positivo...
«In effetti i veri padri e i veri figli, i padri e i figli biologici, non se la cavano molto bene. Ma i mentori e gli allievi sì, se la cavano alla grande. Nel nostro caso non c’è legame biologico, ma l’incontro tra un personaggio, il Mandaloriano, che è estremamente imperfetto, e questo piccolo personaggio che è completamente vulnerabile. La loro è una relazione adottiva. E anche nella vita le famiglie che scegliamo creano spesso dei vincoli più forti, di quelli che solo a guardarli commuovono».
Dalla Bibbia a Tolstoj, fino al cinema e alla letteratura contemporanea, la famiglia è il motore primo di quasi ogni narrazione.
«Contiene in sé qualcosa di molto potente. Anche parlando con George Lucas delle sue storie te ne rendi conto. Ma c’è un altro concetto che le sue avventure veicolano in modo altrettanto forte: la speranza nel futuro delle giovani generazioni».
In questo c’è un grande elemento di continuità tra il “papà” della saga e la serie e il film a cui ha lavorato lei. Ma “Mandalorian” è stato anche un nuovo inizio, una diramazione interna al mondo Star Wars che ha rilanciato alla grande l’intero franchise: qual è il segreto?
«Da un lato c’è un guerriero incallito, dall’altro un personaggio innocente con un potenziale enorme, ed è compito del guerriero veterano proteggere il giovane. È una dinamica che si vede spesso nei western e nei fantasy. Qualcosa che ci ha fatto scattare la scintilla. Per me è stato incredibile vedere in giro per il mondo murales di Baby Yoda, ancora prima che Disney Plus fosse disponibile a livello internazionale. Molta gente che conosce questo personaggio non ha mai nemmeno visto la serie, eppure lo capisce. E comprende anche il Mandaloriano, perché ha l’aspetto di un cavaliere con l’armatura».
Al cinema però andranno anche i fan atavici di Star Wars, quelli duri e puri: teme il loro giudizio?
«Teniamo molto agli appassionati che ci seguono da quasi cinquant’anni, conoscono ogni dettaglio e sanno dove sta andando la storia. Ma come ho già detto il nostro tentativo è anche rendere il film disponibile e accessibile a chi non ha mai visto i film della serie. Magari l’amico finora ignaro a cui un fan regala un biglietto. Anch’io da bambino non ho avuto problemi a tuffarmi nella storia dal centro, non dall’inizio, solo dopo ho recuperato tutta la complessità che c’era intorno. E questa è una testimonianza dell’abilità narrativa di Lucas: noi cerchiamo di seguire le sue orme».
Le trilogie originali avevano anche un chiaro messaggio politico. Nel film che sta per uscire una delle protagoniste, Sigourney Weaver, dice: “Non agiamo per vendetta, ma per impedire una guerra”. Quanto è importante questo messaggio?
«George è da sempre un grande appassionato di storia, e ha riversato questo suo interesse nei film. La sua convinzione è che la storia tende a ripetersi, che ci siano corsi e ricorsi. Quindi ciò che accade nella saga può essere applicato anche a contesti e a luoghi del nostro mondo. Nel caso specifico del mio film, il personaggio interpretato da Sigourney appartiene alla generazione della ribellione e quindi vuole fare tutto il possibile per impedire che si precipiti di nuovo in tempi più bui».
Gli stessi tempi bui che ritroviamo nel primissimo Star Wars, uscito nel 1977, quasi mezzo secolo fa. Crede che la saga vivrà per sempre?
«Sono convinto che abbia una certa iconografia senza tempo, che Darth Vader sia un archetipo così come Luke Skywalker e R2-D2: personaggi molto iconici, sia visivamente che dal punto di vista narrativo. Infatti i giocattoli di Star Wars hanno sempre venduto bene, anche quando non c’erano film in arrivo. Bambini cresciuti senza aver mai visto Star Wars al cinema si travestivano da Darth Vader a Halloween, ti rendi conto? Quindi George, attingendo a qualcosa che affonda le sue radici in tutto l’immaginario che ha preceduto i suoi film, è riuscito a creare una fantastica combinazione. E io e Dave Filoni facciamo di tutto per onorare ciò che lui ha creato».
Concentriamoci su di lei: sceneggiatore, regista di blockbuster come “Iron Man” e il remake de “Il Re Leone”, attore per maestri come Martin Scorsese. A proposito, com’è nato il cameo del grande cineasta in questo film, dove presta la voce a un commerciante alieno?
«Ho lavorato con lui in The Wolf of Wall Street, ma per chiederglielo mi sono rivolta a Kathleen Kennedy (per anni presidente di Lucasfilm, ndr), che lo conosce da una vita, e lui ha accettato. Ci tenevo perché è un artista iconico che ama davvero i film, che lotta per la conservazione di questo grande patrimonio in un momento decisivo per l’esistenza e il futuro del cinema in sala. Quello con cui siamo cresciuti e che ci ha fatto crescere».