Avvenire, 8 maggio 2026
‘Ndrangheta, il potere delle nozze
I matrimoni tra membri dei clan sono il cemento della ‘ndrangheta, ma possono rivelarsi anche il suo punto debole. Un tallone d’Achille messo in luce da una ricerca dell’Università Bicocca di Milano, “Marrying for Power: Gendered Alliances in Mafias”, svolta dai professori Maurizio Catino, Alberto Aziani e dalla dottoressa Sara Rocchi del Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale, appena pubblicato sulla rivista open access internazionale Plos One.
Il matrimonio tra clan svolge molteplici funzioni: consolida alleanze, risolve conflitti, apre opportunità di business, rafforza il controllo territoriale. Analizzando 770 alleanze interfamiliari formate da 906 matrimoni tra membri di 623 ‘ndrine, gli studiosi hanno evidenziato come la “tradizione” di decidere a tavolino chi “concedere” in sposa sia peraltro in vigore più nei clan meno potenti che in quelli centrali. Il team di ricerca ha osservato che le famiglie egemoni godono di alleanze matrimoniali molteplici e sovrapposte, per cui l’interruzione di qualche legame non sconvolge l’intera rete. Se salta un “ponte”, ce ne sono tanti altri. I matrimoni tra famiglie meno influenti si rivelano invece fondamentali per allacciare o rinsaldare rapporti. Ecco perché spezzarli può compromettere la stabilità dell’intera organizzazione. Una struttura a strati, in cui quelli esterni si rivelano i più fragili e di conseguenza i più esposti all’azione di forze dell’ordine e magistratura. «La nostra ricerca dimostra che i matrimoni all’interno della ‘ndrangheta rappresentano una sofisticata tecnologia organizzativa – spiegano i ricercatori -. Mentre le famiglie d’élite occupano posizioni centrali, la rete di alleanze tra ‘ndrine più piccole e periferiche fornisce legami portanti cruciali che aiutano l’intera rete criminale a rimanere coesa». Ma se vengono meno, tutto il castello rischia di crollare.
Dall’analisi dei matrimoni emerge anche una sorta di “punto ottimale”: i clan più centrali e influenti sono quelli che mantengono un equilibrio moderato tra donne “date” e donne “ricevute” nelle unioni combinate. I gruppi che ricevono circa il 55-60% delle spose risultano i più forti nella rete. Al contrario, i clan che si limitano quasi esclusivamente a dare o a ricevere donne tendono a occupare posizioni periferiche. Lo “scambio”, insomma, come riconoscimento reciproco di status. Viceversa, si scivola nella sudditanza. Un caso emblematico di matrimonio deciso per motivi di affari fu quello di Giulia Immacolata, nata nella famiglia dei Coluccio. Nel 2014, ad appena tredici anni, fu costretta dai genitori a fidanzarsi con Cosimo Commisso, nipote del potente boss Vincenzo Macrì, per consentire alla sua famiglia di inserirsi nel narcotraffico dei Commisso. Un modello arcaico che resiste anche al mutare dei tempi, e che continua a rendere la ‘ndrangheta la più impermeabile delle organizzazioni criminali.
Le donne non sono però solo soggetti passivi, anzi: custodiscono valori come omertà e senso di appartenenza familiare, contribuendo alla continuità generazionale dell’organizzazione. «Il ruolo strumentale delle donne riflette un’organizzazione plasmata da potenti tradizioni patriarcali, dove i matrimoni funzionano come strumenti per sigillare alleanze ed espandere il controllo. – aggiunge Alberto Aziani – Questi legami preservano i valori dell’organizzazione attraverso le generazioni, trasmettendo norme culturali come la lealtà, il silenzio e l’onore».