Il Messaggero, 8 maggio 2026
Intervista a Francesco Sossai
È l’oggetto misterioso, o meglio l’underdog del cinema italiano. Fino a ieri regista di nicchia conosciuto da (pochi) addetti ai lavori, oggi risorsa vincente dell’industria. Francesco Sossai, 37 anni, nato sulle Dolomiti bellunesi e oggi residente a Treviso, laurea in letteratura inglese e tedesca alla Sapienza di Roma e diploma alla scuola di cinema di Berlino, ha sbancato i David di Donatello portandone a casa otto. E lasciando a bocca asciutta il premio Oscar Paolo Sorrentino che correva con La Grazia.
L’opera seconda di Sossai Le città di pianura, irresistibile storia di due spiantati cinquantenni in giro per il Nordest per tutta una notte in cerca dell’ultima sbornia, ha vinto come miglior film, per regia, attore protagonista (la scoperta Sergio Romano), sceneggiatura originale, canzone, montaggio, produttore e casting. Presentato al Certain Regard di Cannes, questo film realizzato fuori dai “circoletti” cinematografici romani, prodotto da Vivo Film di Marta Donzelli e Gregorio Paonessa con RaiCinema, ha sedotto anche il pubblico, incassando la bellezza di 1,8 milioni.
E questo week end torna in sala con Lucky Red. Schivo ma simpaticissimo, estraneo a qualunque social, già al lavoro su una nuova sceneggiatura, all’indomani della notte dei David Sossai si racconta.
Si aspettava di stravincere?
«No, figuriamoci».
E come ha festeggiato?
«Sono andato a dormire, mio malgrado (ride, ndr). Volevo bere un bicchiere con i miei attori, gli sceneggiatori, i produttori. Ma a Roma non avete bar aperti fino a tardi e così, un po’ delusi, abbiamo ripiegato sull’hotel».
Con Paolo Sorrentino, il grande sconfitto ai David, ha parlato?
«Durante la cerimonia no, c’era troppa confusione. Ma al Quirinale, all’udienza con il Presidente Mattarella, il regista mi ha fatto tanti complimenti per il film e poi abbiamo parlato della sua giovinezza, di jazz, di cinema. Adoro il suo lavoro, Il divo mi provocò un vero choc».
Si sente un underdog, cioè uno che partiva sfavorito?
«Forse lo sono ancora, magari a metà (ride, ndr)».
Cosa ha sedotto il pubblico e poi la giuria dei David di Donatello?
«Il fatto che il mio film sia stato girato ad altezza d’uomo, con l’intenzione di guardare negli occhi il pubblico. E senza rinunciare a prendere in giro i potenti».
Cosa cambia per lei e per la sua carriera questo trionfo ai David di Donatello?
«Forse riuscirò a pagarmi il mutuo... ma non credo che cambierà il mio modo di fare cinema: ripartirò come sempre da zero per raccontare la mia zona, il Nordest».
Il suo cinema è l’antitesi di Roma, anzi di Roma Nord?
«Non saprei, per me Roma Nord è abbastanza esotica, non la conosco. Invece il Veneto è casa mia e mi è più facile raccontarlo».
Come è nata l’idea di “Le città di pianura”, il suo secondo film?
«Durante una serata di bevute con un amico a Venezia. Al bar abbiamo incontrato un studente merdionale di architettura (nel film è il personaggio interpretato da Filippo Scotti, ndr) e da lì è partita la storia».
È vero che ha abitato in Patagonia?
«Proprio abitato no, ma una dozzina d’anni feci laggiù un lungo viaggio, decisivo per la mia formazione».
Da dove viene il suo interesse per il cinema?
«Dalla passione dei miei genitori, un geometra laureato tardivamente in architettura e una segretaria di azienda, e di un prof di liceo: mi hanno fatto vedere tanti film».
I suoi registi di riferimento?
«Monicelli, Kobayashi, Howard Hawks».
Ora che è un regista di successo si trasferirà a Roma?
«Non credo. Non per snobismo, sia chiaro, ma voglio continuare ad ascoltare le voci e gli umori del Nordest».
Come giudica il cinema italiano?
«Amo autori della mia generazione come Laura Samani, Alessio Rigo de Righi, Matteo Zoppis. Con loro c’è un bellissimo dialogo».
Perché non è iscritto a nessun social?
«Per non perdere il contatto umano e non essere distratto».
Scritturerebbe un attore famoso?
«Perché no, se fosse giusto per un ruolo. Ma il mio sogno segreto è dirigere Kurt Russell».